La Carta Geografica. Tra Geopolitica e Comunicazione

Cosa significa essere italiani?

Una carta geopolitica di Laura Canali (Limes) dal titolo “Cosa significa essere italiani?” – limesonline.com

Per molto tempo si è creduto che la carta geografica fosse uno strumento oggettivo, tutte le scuole geografiche, pur entrando in conflitto su molte questioni, hanno sempre condiviso l’idea che la carta sia uno strumento di conoscenza oggettivo e, tendenzialmente, sempre più preciso.

Uno strumento descrittivo tendenzialmente neutrale che, con l’implementazione delle tecniche quantitative, degli strumenti informatici e della tecnologia in generale, avrebbe teso inesorabilmente al raggiungimento della carta fotocopia del mondo, la carta perfetta. E tale esaltazione perdura anche ai nostri tempi.

In effetti qualcuno ci ha provato a produrre la carta fotocopia del mondo. Negli anni Novanta lo statunitense Tom Van Sant realizzò un planisfero componendo al cumputer migliaia di foto ottenute dal satellite – The Earth From Space – la sua immagine fu pubblicata come frontespizio del National Geographic World Atlas del 1990. Quest’opera, che occupa ormai il suo posto nella storia della cartografia contribuì non poco a rafforzare l’idea dell’imparzialità della carta.

Sebbene il progresso tecnologico ha modificato il carattere stesso della carta geografica, è bene non dimenticare che le grandi questioni sul significato della carta rimangono aperte.

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Scientific American Magazine, 1990 Fonte: www.tomvansant.com

Il Significato delle Carte

Le carte geografiche sono rappresentazioni di tutta o di una parte della superficie terrestre e, più in generale, di tutta la realtà fisica che ci circonda.

Ma una carta, esattamente come un libro o un film, è anche un prodotto sociale nella misura in cui essa rappresenta modelli e categorie prevalenti nella società proprie del momento storico in cui è prodotta, e come un libro o un film è anche uno strumento di comunicazione.

Quando guardiamo una carta geografica, stiamo guardando una rappresentazione del mondo attraverso dei filtri culturali che non sono solo quelli che il cartografo ha usato nella sua realizzazione, ma sono anche quelli della cultura geografica che egli rappresenta. «Si può arrivare a dire che ogni carta, prima ancora di descrivere il territorio, descriva la cultura geografica che l’ha generata» (Boria, 2007).

C’è dunque una dimensione culturale della carta su cui il progresso tecnologico non influisce: una carta euro-centrica, sino-centrica, australo-centrica, trasmette un messaggio che va al di là della tecnologia utilizzata per la sua creazione. Così come indicare solo le capitali in una carta, suddividere un planisfero in base ai confini statali piuttosto che regionali o in aree linguistiche omogenee, sono scelte culturali, forme di comunicazione usate affinchè chi guarda una carta possa trarre da questa determinate informazioni.

Bisogna dunque smentire il mito che la cartografia sia un processo cumulativo di esperienze che tende alla perfezione, la tecnica non risolve tutte le questioni di tipo cognitivo di questo linguaggio.

La proiezione ancora oggi più usata per raffigurare tutti i continenti in piano, la proiezione di Mercatore, altera le dimensioni reali dei pianeta a vantaggio della aree settentrionali del pianeta, facendo apparire il Nord America (con una superficie di 19 mlioni di km²) eccesivamente più grande del Sud America (17,8 mlioni di km²) e perfino più grande del continente africano (30 mlioni di km²), così anche la vecchia Europa appare più estesa di quanto non sia in realtà (9,7 mlioni di km²).

 mercatoreCome se non bastasse, questa rappresentazione del globo è diffusa anche in quei Paesi che nella proiezione risultano sottodimensionati. La ragione è che l’Europa, essendo la culla della cartografia, ha condizionato in modo decisivo anche la produzione cartografica di quei Paesi che solo dopo la decolonizzazione hanno avuto accesso ad una produzione cartografica propria, e hanno finito per aderire al sistema di convenzioni cartografiche occidentali.

Dunque le carte influenzano la visione del mondo e degli equilibri geopolitici, comunicando dei rapporti di forza attraverso la rappresentazione soggettiva della realtà.

Di conseguenza la carta, in quanto prodotto sociale di una società che si politicizza, finisce inevitabilmente per essere anche uno strumento ideologico e geopolitico.

Le Carte e il Potere

Come prodotto ideologico e di comunicazine, il potere si serve della carta per perseguire i propri scopi. Il potere utilizza la carta come mezzo per sfruttare il territorio, per operazioni come la riscossione di tasse (catasto), l’amministrazione e l’organizzazione del territorio (piano regolatore), per controllare il territorio; per imprimere i segni del conquistatore (ad es. con la rinominazione dei luoghi), negoziare trattati e tracciare confini, autocelebrarsi, mobilitare le masse in favore di un progetto, persuadere gli elettori, suggestionare le masse.

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La carta geografica è un canale che mira a trasmettere messaggi che possono riguardare la realtà esistente, prevista o immaginata. Il passaggio dalla realtà alla rappresentazione è frutto di una mediazione compiuta dal cartografo che opera come filtro tra il reale e l’informazione contenuta ed evincibile dalle carte che realizza.

Dunque dietro l’apparente oggettività della carta si celano i segni di un indirizzo politico o propagandistico che emergono se si effettua un’operazione di contestualizzazione della carta all’interno sia del periodo storico in cui è stata prodotta e dalle scelte operate dal cartografo, sia dalla modalità in cui viene proposta al pubblico. Edoardo Boria, nel libro Cartografia e Potere (2007) spiega questo rapporto attraverso un’attenta analisi delle rappresentazioni cartografiche negli atlanti italiani e tedeschi del Novecento, mostrando come le carte venissero utilizzate dai regimi autoritari della prima metà del secolo come celebrazione delle acquisizioni territoriali o per attrarre consenso sulle mire espansionistiche del regime, e come la stessa produzione cartografica fosse soggetta a severi controlli da parte dell’autorità politica.

Tra i maggiori esponenti degli studi sull’utilizzo politico della cartografia, e come rappresentante della Critical Cartography, John Brian Harley merita una menzione speciale. Nella sua opera più famosa, The History of Cartography, Harley sostiene che la carta non è ‘specchio’ del mondo, ma prodotto della storia sociale, e in quanto tale necessita di essere studiata in quel contesto, e si può farlo attraverso tre punti di lettura:

  • la lettura della carta come un linguaggio con un proprio significato e ruolo sociale;
  • come una iconologia leggibile su più livelli di significazione;
  • come un prodotto anche interpretabile attraverso la sociologia del sapere di Foucault, dunque come un diretto collegamento fra potere e conoscenza.

Secondo Harley la carta è un’invenzione per il controllo dello spazio, uno strumento di potere dello Stato.

Si rileva subito un problema: l’analisi che di solito si fa delle carte è un’analisi tecnica, mancano dunque gli strumenti concettuali per decifrare il ‘significato nascosto’ della carta, per rompere la sua pretesa di oggettività, per decostruire il significato della carta.

Per decostruire una carta bisogna leggerla come un testo il cui linguaggio è da comprendere perchè è un linguaggio che può misitificare. Questa lettura si può fare cercando le contraddizioni, osservandone i dettagli marginali, come Harley ha fatto con le ‘decorazioni’, dandaone una lettura metatestuale. «Come i testi – la carta topografica contemporanea – contribuisce ad influenzare la realtà sociale: la retorica può essere celata, ma esiste tanto nel ritratto del re su una carta del XVII secolo, quanto nelle tabelle di conversione delle coordinate di una carta topografica attuale»(Ferretti, 2007).

Imperial Federation, map of the world

Imperial Federation, map of the world showing the extent of the British Empire in 1886, by John Charles Ready Colomb, 1886 CE.

Il lavoro di ricerca e di decostruzione della mappa punta a scoprire il contesto sociale nel quale la carta è nata, come sistema determinante del suo significato, facendo attenzione a quello che tace e a quello che minimizza, i silenzi intenzionali. Scegliere cosa includere e cosa no, se anche può sembrare una scelta tecnica, dà conto dell’epistemologia del discorso cartografico.

Le carte geografiche dunque non rappresentano soltanto il mondo, esse producono il mondo, e insieme agli spazi che rappresentano sono co-produttori dello ‘spazio della carta’ in cui è impossibile distinguere totalmente il modo in cui la carta opera nel mondo, dal modo in cui il mondo determina la forma della carta.

Bibliografia:

-E. Boria, Cartografia e Potere, UTET, Roma, 2007

-F. Ferretti, La «doppia voce» di Brian Harley. Immagine e potere nella storia della cartografia, 2007, http://storicamente.org/03ferretti#_ftnref1

-Prospettiva Internazionale, La battaglia cartografica parte 1: sionismo e cartografia, http://www.altd.it/2011/06/17/la-battaglia-cartografica-parte-1-sionismo-e-cartografia/

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