Cina: le riforme correttive di un sistema socialista che si apre all'economia di mercato

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La Cina nel dicembre del 2001 ha aderito all’Organizzazione Mondiale del Commercio, accettando un’apertura internazionale del proprio mercato che ha comportato non pochi problemi, soprattutto nell’ambito del sistema azionario. Così l’elevata circolazione di azioni delle società quotate rendeva l’operatività nel mercato azionario più facile da impostare; esisteva un tipo di azione che violava il principio della monovalenza del titolo azionario, come si può verificare dalla circolazione di certe azioni e la non circolazione di altre; vigeva una struttura di investimenti irrazionale, con un rapporto estremamente sbilanciato tra l’investitore (parte favorita) e l’istituzione (parte sfavorita) che permetteva la speculazione e che non lasciava spazio a normali attività quali il controllo da parte dell’investitore; si registrava l’insider trading.

Tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, la Cina ha introdotto l’economia di mercato all’interno del sistema socialista, senza però abbandonare i valori di quest’ultimo, che è stato mantenuto nell’ambito politico. Finora il perno dell’economia socialista, cioè l’impresa statale, ha salvaguardato l’andamento omnidirezionale dell’economia nazionale, mantenendo il predominio in tutti i settori industriali. Con le riforme e il processo di apertura, è stato però necessario accettare un’unione tra i sistemi, perciò si è mantenuto il sistema socialista integrando contemporaneamente l’economia di mercato. È stata concessa la fondazione di società moderne e, conseguentemente, di un sistema azionario che si è sviluppato soprattutto nella seconda metà degli anni Novanta. Tuttavia questi cambiamenti non potevano essere introdotti senza causare qualche problema ideologico: quando le imprese statali sono state convertite, sono emerse tre preoccupazioni principali: la prima riguardava la possibilità che il sistema azionario comportasse dei problemi di privatizzazione; la seconda riguardava la possibilità che le risorse nazionali fuoriuscissero dal Paese; la terza, infine, che il ruolo predominante dell’impresa statale venisse scosso una volta emesse le azioni finanziarie. Per risolvere questi problemi sono state ideate e applicate delle soluzioni originali che dovevano risultare coerenti con il socialismo. Il problema più grave era l’esistenza di una quota in circolazione e di un’altra non in circolazione. Anche se rilasciate dalla stessa azienda, queste azioni risultavano identiche ma comportavano non solo una quota diversa, ma anche un prezzo differente e diritti diversi per l’azionista.

Tutte le problematiche citate hanno ormai evidenziato la difficoltà di mantenere oggi il sistema socialista, che oramai viene percepito come un “antico regime.” Nel processo di fondazione del sistema azionario un punto di svolta si è avuto durante l’incontro del Consiglio Generale del Partito nel settembre del 1999. Con lo slogan “perfezionamento strategico della distribuzione dell’economia statale”, sono state avviate delle misure che hanno segnato profondamente gli anni Duemila e l’economia cinese: l’approccio omnidirezionale è stato abbandonato e, al suo posto, sono stati scelti dei settori industriali nei quali l’economia nazionale si sarebbe dovuta specializzare e prosperare. Si doveva perseguire il “dominio di un settore” proteggendolo e mantenendolo sotto il controllo statale, ossia creare un’azienda importante con l’industria high-tech di punta, capace di fornire prodotti o servizi pubblici rilevanti. Questa nuova visione ha iniziato a decollare verso il 2003. L’ufficio governativo adibito all’amministrazione dei beni pubblici, che fino ad allora faceva parte del Ministero delle Finanze, è stato reso indipendente e incaricato di controllare e gestire le attività al fine di evitare la fuoriuscita dei beni nazionali. La Commissione di quest’organismo ha aperto una nuova fase dell’industria statale: attualmente, infatti, si occupa di selezionare le aziende statali importanti per un determinato settore e fa di queste società delle potenti organizzazioni sotto il controllo diretto del Consiglio di Stato, che ne diviene uno degli azionisti principali.

Dopo l’apertura del Paese, questi cambiamenti politici hanno in generale dato una forza propulsiva al mercato azionario e mobiliare cinese, ma sono rimaste alcune problematicità, come il grande problema dell’esistenza di azioni in circolazione e di altre non circolanti. Quest’ultime sono rappresentate da un titolo nazionale che non solo impedisce la perdita di beni statali nel caso in cui vi sia una demutualizzazione dell’impresa pubblica, ma ne blocca anche la privatizzazione, in perfetta linea con i principi socialisti. Le azioni non circolanti sono necessarie nell’ottica di un sistema socialista, mentre costituiscono un problema per gli altri sistemi, tant’è che molte sono state rimosse proprio per la difficoltà a integrarle nel mercato.

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La “Riforma della circolazione di tutte le azioni” del 2004 è stata una misura volta ad abolire l’anomalia dell’esistenza delle quote non circolanti. Nel gennaio 2006 la Borsa di Shanghai quantificava il rapporto delle azioni non in circolazione nella misura del 63,7%, mentre la Borsa di Shenzhen del 55,4%. Tra gli esempi illustri di industrie statali che non facevano circolare la totalità delle loro azioni, si distingue la più grande impresa siderurgica del Paese, la Baoshan Iron & Steel Co., Ltd., che alla fine del 2006 aveva come azionista principale la Bao Steel Group Corporation, un’azienda statale nonché la società capogruppo, che possedeva il 78,3% dei titoli. Il fenomeno si ripresenta nelle altre maggiori industrie nazionali: il colosso del settore automobilistico Dongfeng Motor Group Co., Ltd., posseduto al 60,1% dalla capogruppo Dongfeng Motor Corporation (gennaio 2007); la China CSSC Holdings Limited, di proprietà dell’impresa statale China State Shipbuilding Corporation al 61,06% (fine 2007); il gigante dell’industria petrolifera PetroChina Company Limited, il cui 88,21% delle azioni nel 2006 era in mano alla società madre China National Pe­troleum Corporation. Come dimostrano questi esempi, le “Group Corporation” (imprese statali) detenevano più della metà dei titoli emessi da una società quotata sotto forma di azioni non in circolazione.

Quando nell’aprile del 2005 sono state prese in considerazione queste problematiche dalla Commissione di regolamentazione dei titoli cinese, sono state selezionate alcune società campione per effettuare degli esperimenti e prevedere gli esiti dell’applicazione della Riforma. Inizialmente sono state scelte quattro società a cui faceva capo la Sany Heavy Industry Co., Ltd.; poi il numero di imprese coinvolte è salito a 42 società, capitanate dalla Shanghai International Port Group Co., Ltd.. In questo modo si è completata l’attuazione provvisoria della Riforma. Questo grande banco di prova ha prodotto un esito positivo e nel mese di agosto del 2005, grazie a un atto congiunto della Commissione di regolamentazione dei titoli cinese, della Commissione per la supervisione e amministrazione dei beni di proprietà dello Stato, del Ministero delle Finanze, della Banca Popolare di Cina e del Ministero del Commercio, si è deciso un programma generale per l’attuazione della riforma sulla circolazione.

Buona parte del disegno di legge della riforma della circolazione delle azioni è stato presentato dalle tre imprese più grandi: la Baoshan Iron & Steel Co., Ltd., la Dongfeng Motor Group Co., Ltd. e la China CSSC Holdings Limited. Il punto principale è che all’azionista che detiene i titoli non circolanti (cioè i grandi gruppi industriali statali che fungono da società-garanti per la Commissione per la supervisione e amministrazione dei beni di proprietà dello Stato) spetta il giudizio finale sulle suddette azioni, determinando se esse sono effettive o illegalmente immesse sul mercato. L’intera riforma rappresenta un cambiamento per il mercato finanziario cinese, nonostante alcuni aspetti ne intacchino l’efficacia: le aziende statali restano infatti incapaci di liberarsi dell’influenza del governo.

I dettagli dei rapporti annuali delle aziende menzionate offrono dei dati utili per comprendere come l’applicazione della riforma abbia modificato la composizione degli azionisti. La Baoshan Iron & Steel Co., Ltd., ha messo in circolazione tutti i titoli e il maggiore azionista è rimasto la Bao Steel Group Corporation con il 76,68% delle azioni. Anche la Dongfeng Motor Group Co., Ltd. e la China CSSC Holdings Ltd hanno operato la stessa scelta e il loro azionista principale è sempre, rispettivamente, la Dongfeng Motor Corporation con il 60,1% e la China State Shipbuilding Corporation con il 60,06%.

La “Riforma della circolazione di tutte le azioni” è riuscita a ottenere l’abolizione formale delle azioni non in circolazione ma, oltre a questo, poco è stato conseguito. Al momento dell’applicazione dei nuovi provvedimenti, infatti, la maggior parte delle imprese facenti parte di un gruppo societario ha scelto l’azienda statale come unità principale. Si riconosce quindi il proseguimento di una logica socialista, con un’impresa pubblica che detiene il patrimonio, ricopre il ruolo di società garante e possiede vaste azioni. Riassumendo, dunque, in Cina le società quotate in borsa sono sotto il controllo dello Stato, rappresentato dalla Commissione per la supervisione e amministrazione dei beni di proprietà dello Stato, da un grande gruppo imprenditoriale pubblico e da una “società madre”, cioè una potente impresa quotata di proprietà statale.

Tuttavia, la protezione di un rigido sistema socialista in generale si è un po’ affievolita e gli sforzi per garantire e mantenere il predominio statale in ambito industriale sono leggermente cambiati: l’impresa di proprietà statale è piuttosto una forza trainante che avanza in prima linea guidando le politiche economiche per lo sviluppo dell’intera economia cinese. Il progresso del Paese e l’uscita dalla “bolla socialista” si riscontra proprio nell’ambito economico alla luce dei cambiamenti menzionati mentre, se si osserva la politica, si ritrova il vecchio sistema a partito unico, l’Ancient Regime ingerente che non rinuncia a tenere le briglie, anche quelle economiche, del Paese. I cambiamenti realizzati, però, non hanno manifestato i loro effetti solo nell’ambito economico, ma anche in quello sociale: la popolazione ora gode infatti di un potere maggiore, che ha in parte indebolito il regime del Partito Comunista. La Riforma qui portata ad esempio ha un valore simbolico, poiché rappresenta il tentativo di correggere alcune problematicità emerse dall’attuazione della politica di apertura all’economia di mercato. Altre difficoltà stanno però affiorando, come i problemi riguardanti la previdenza sociale, l’invecchiamento della popolazione e il basso indice di natalità. In futuro, la Cina ha tanto la possibilità di diventare la locomotiva del mondo economico, quanto di restare sepolta sotto i suoi problemi politici, economici e sociali.

http://www.cestudec.comGagliano Giuseppe

Presidente Cestudec

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