PALESTINA: le donne Kamikaze e la sovversione del mito della madre

di Maria Antonietta Crapsi

Dopo gli accordi di Oslo le donne vogliono partecipare alla lotta nazionalista dall’interno delle neonate istituzioni palestinesi. La corruzione, il declino dei partiti e la “ongizzazione” non permettono però di raggiungere l’obiettivo desiderato. A ciò si aggiunge il rafforzamento delle forze estremiste di matrice islamica che insistono sul ritorno della donna alla sfera domestica. Con la Seconda Intifada del 2002 però, la situazione cambia: inizia il fenomeno delle shahidat, le donne kamikaze palestinesi.

donne kamikaze

Il ruolo della donna nelle neonate istituzioni palestinesi.

Dopo gli accordi di Oslo è necessario creare le istituzioni statali e civili palestinesi, dall’interno delle quali le donne vogliono continuare a impegnarsi per l’autonomia palestinese non ancora pienamente raggiunta. Nel 1994 le donne appartenenti ai Comitati e le rappresentanti della società civile elaborano la Carta delle donne che viene approvata dall’Assemblea Nazionale Palestinese e che prevede il riconoscimento dell’uguaglianza delle donne e degli uomini nel campo dei diritti politici, civili, economici, sociali e culturali. Essa però non è sufficiente a garantire un’adeguata partecipazione delle donne nelle nuove istituzioni perché fenomeni più importanti fanno arretrare le donne dalla scena pubblica: i partiti declinano, marginalizzati dal controllo dell’Olp di Al Fatah, provocando il conseguente declino dei Comitati e il proliferare delle ONG le quali finiscono per operare solo a livello locale e perdono una base consistente di attiviste in quanto rivolte a un pubblico più specifico; conservatorismo, patriarcato e corruzione allontanano le donne dalla sfera politica; Hamas reinventa una tradizione palestinese che prevede il ritorno delle donne tra le mura domestiche. Hamas è insoddisfatto degli accordi di Oslo che rinviano questioni fondamentali come la rimozione degli insediamenti israeliani, il ritiro di Israele e il controllo di Gerusalemme Est ma opta per la “politica delle fasi” al posto del jihad. Il massacro della Moschea Ibrahimi di Hebron (25 febbraio 1994) per opera del colono B. Goldtsein provoca un ritorno alla violenza, stavolta diretta verso obiettivi civili: si apre la fase degli attacchi suicidi. L’operazione Grapes of Wrath, l’elezione di Benjamin Netanyahu che rallenta il processo di pace e sostiene la colonizzazione e il fallimento degli accordi di Camp David comportano un rafforzamento delle forze estremiste tra cui Hamas. La visita di Ariel Sharon al Monte del Tempio (Gerusalemme) il 28 settembre del 2000 è l’episodio scatenante della Seconda Intifada, caratterizzata da una serie di attacchi suicidi.

Shahidat: la nascita delle donne kamikaze palestinesi.

Il 27 gennaio 2002 Arafat fa un discorso a Ramallah in cui per la prima volta invita chiaramente le donne a sacrificarsi e morire per la Palestina, arrivando fino a Gerusalemme e diventando martiri. Nel pomeriggio dello stesso giorno avviene il primo attentato suicida di una donna: Wafa Idris. L’attentato è rivendicato dalla Brigata dei Martiri Al Aqsa legata a Al Fatah che in seguito rivendicherà anche gli attentati di Dareen Abu Aysheh, Ayat Akras, Andaleed Takafka. Il primo attentato suicida rivendicato da Hamas si avrà solo nel 2003 con l’operazione di Hiba Daraghmeh: fino ad allora il leader Yassin, dalle prigioni israeliane, ricorda che il ruolo delle donne è quello di sostenere gli uomini nell’ambiente domestico nonostante le numerose richieste per diventare shahida (kamikaze). La situazione cambia quando si teme di perdere consensi rispetto a Al Aqsa e quando si valutano i vantaggi tattici di attentatrici suicide. Iniziano così i reclutamenti di donne che si faranno esplodere: truccate e vestite all’occidentale possono camuffarsi facilmente prima di farsi esplodere.

È chiaro che la scelta delle donne il più delle volte dipende da una manipolazione: secondo studiose occidentali le donne che diventano kamikaze sono quelle rifiutate dalla società palestinese che non rispecchiano l’ideale della moglie e della madre palestinese, che non hanno avuto figli o hanno intaccato l’onore della propria famiglia; secondo studiose del mondo arabo invece sono gli orrori del conflitto che portano a una scelta tanto drammatica. Entrambe queste visioni sono incomplete ma dalle testimonianze delle sopravvissute la manipolazione è evidente: le donne vengono reclutate in base ai loro problemi personali, esse vengono private dei loro beni con la promessa di un loro utilizzo per la causa palestinese, il tempo tra reclutamento e operazione viene ridotto in modo da evitare ripensamenti, i membri maschi delle famiglie incitano le donne al martirio per salvare le famiglie dal disonore o per avere un compenso economico. Le sopravvissute, forse anche a causa della durezza delle condizioni di vita nelle prigioni israeliane, dichiarano di non voler mai più ripetere una simile azione. L’ episodio più impressionante è rappresentato dalla scelta della kamikaze Fatima Omar al Najar, una nonna di 56 anni che si fa esplodere il 23 novembre del 2006. Per la prima volta dagli anni ’20 si verifica la sovversione  del mito della madre che ha caratterizzato tutto il percorso di inserimento delle donne palestinesi in guerra dal tempo dell’amministrazione inglese della Palestina.

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