Dove vanno i Balcani? Riflessioni dopo un attentato

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Mentre negli ultimi mesi il fantasma della Russia torna a farsi vivo, a torto o a ragione, nei Balcani, e le simpatie verso Mosca tra i Serbi sembrano resistere (non a caso l’Esercito della Serbia parteciperà alla parata militare del prossimo 9 maggio in commemorazione della vittoria dell’Unione Sovietica nella Seconda Guerra Mondiale), alcune crisi si stanno profilando all’orizzonte.

In primo luogo la lunga crisi del governo della Macedonia e delle accuse di tangenti, malversazioni e corruzione dilagante, alla quale si è sommato nei giorni scorsi un episodio grave e singolare, ossia l’attacco di una stazione di polizia al confine con il Kosovo, da parte di presunti paramilitari albanesi dell’Esercito di Liberazione Nazionale. Non è del tutto chiaro se l’episodio sia stato forse “facilitato” dal governo di Skopje per distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica dalla crisi interna, oppure se sia legato alla frustrazione dei giovani disoccupati kosovari che potrebbero esprimere il loro disagio attraverso forme di nazionalismo. Ovviamente per la Macedonia, in seguito alla crisi del 2001, sarebbe un cattivo presagio, perché significherebbe mettere in discussione gli accordi di Ocrida. Come se tutto ciò non bastasse, la crisi del governo di Skopje si sta internazionalizzando: è notizia di oggi la dichiarazione dell’Ambasciatrice della Germania in Macedonia a proposito della inevitabilità delle dimissioni del governo di Skopje.

Pristina, dal canto proprio, da decenni vive un problema di sviluppo economico e di elevata disoccupazione tra i giovani e non solo (al tempo della Jugoslavia socialista  a migliaia migravano in Germania, Svizzera e non solo). Nei mesi scorsi un nuovo flusso incontrollato dal Kosovo è ripreso, attraverso la Serbia, verso l’Ungheria e l’Unione Europea.

La Bosnia ed Erzegovina, uno dei paesi più fragili e complessi della regione, assieme alla Macedonia ed al Kosovo, dopo vari mesi è riuscita a dare alla luce un nuovo governo. Tuttavia, nonostante il rilancio della prospettiva europea per la Bosnia grazie all’iniziativa anglo-tedesca, per ora si tratta solamente di un credito di fiducia di Bruxelles verso le due entità della Bosnia, occorre attendere i risultati. L’integrazione europea richiederebbe il superamento degli accordi di Dayton del 1995, che misero fine alla guerra nel 1995, grazie all’iniziativa dell’allora amministrazione Clinton.

D’altro canto, ritoccare gli accordi di Dayton in chiave maggiormente unitaria, significherebbe mettere in discussione l’esistenza stessa della Repubblica serba di Bosnia. Milorad Dodik, presidente di tale entità serba, da anni si oppone strenuamente alle modifiche richieste e agita, ad ogni piè sospinto, lo spauracchio della secessione della Repubblica serba di Bosnia dallo stato comune. In altri termini, Dodik punta allo status quo per sopravvivenza politica, mentre l’accesso all’UE richiederebbe la deframmentazione dell’ordine di Dayton. In Bosnia ed Erzegovina, una certa parte dell’opinione pubblica serba non perde occasione per rimarcare il pericolo degli estremisti islamici locali, lascito della guerra del 1992-1995, tema ripreso spesso anche in Italia e in Occidente per questioni legati ai conflitti in Medio Oriente, a volte con toni allarmistici, più di rado con toni pacati.

Sullo sfondo di questa situazione è avvenuto un episodio di violenza apparentemente riconducibile ad un attentato di matrice terrorista islamica; il presunto attentatore avrebbe ucciso un agente di polizia a Zvornik, feriti altri due agenti, ed infine l’omicida avrebbe a sua volta perso la vita. Le notizie ancora si rincorrono con discrepanze ed inesattezze, tuttavia ciò che conta è che l’evento è stato identificato come attacco terroristico e rilanciato dalle agenzie di stampa come tale, anche in Italia.

Tra gli analisti esperti serpeggiano i timori della recrudescenza degli episodi di violenza nei Balcani ed in particolare in ex Jugoslavia. Al di là di alcuni giornalisti, magari per aumentare il numero dei lettori, oppure di certe strumentalizzazioni prettamente politiche, anche gli attori internazionali, accademici e non, da tempo ormai guardano con apprensione alla regione. Lo scorso 24 aprile, il Ministero degli Esteri della Russia ha messo in guardia sul possibile rischio di conflitto nei Balcani, riferendosi all’episodio avvenuto in Macedonia. Ovviamente la Russia punta il dito alla illegalità in Kosovo, in modo tale da accusare gli Stati Uniti, essendo questi ultimi stati i promotori della Guerra omonima nel 1999 sino al riconoscimento dell’indipendenza nel 2008. Non stupisce quindi che il Ministero degli Esteri russo supporti verbalmente il governo macedone nell’azione di prevenzione e repressione degli irredentisti albanesi, affermando che il governo di Skopje debba ricevere il giusto supporto anche dalla comunità internazionale. Il punto è che il governo macedone, per quanto riguarda perlomeno l’Occidente, non è affatto supportato, anzi (si veda sopra a proposito delle dichiarazioni dell’Ambasciatrice tedesca in Macedonia).

Dietro la crisi in Macedonia, si stanno allineando vari attori internazionali. La Germania e, forse, altri attori dell’UE, vorrebbero le dimissioni del governo. La Russia, invece, sostiene (a parole?) il governo. Tuttavia, il paragone con il 1990-1992 jugoslavo, per ora, è azzardato e inesatto. In altri termini, le allusioni ad una possibile escalation dei conflitti (dalla Macedonia alla Bosnia ed Erzegovina) è fuorviante per le seguenti ragioni.

In primo luogo i due principali attori regionali, la Serbia e la Croazia, stanno trovando o hanno trovato una loro collocazione. La Croazia è parte della UE e della NATO. La Serbia, pur tra mille difficoltà, da anni ha intrapreso un percorso verso l’UE. Vero è che la società civile serba nutre sentimenti diversi e contrastanti, verso gli Stati Uniti, la NATO e la Russia, e tale ambiguità si riflette anche nelle massime cariche dello Stato. Però è arduo identificare nei leader politici della Serbia la volontà di gettarsi in un nuovo avventurismo bellico.

In secondo luogo, come la Serbia e la Croazia hanno dimostrato tra il 1989 ed il 1991, per giungere veramente alla guerra, occorre alimentare le tensioni attraverso i mass media, creare l’immagine del nemico, armare un esercito, acquistare illegalmente armi dall’estero, mobilitare l’opinione pubblica, in un crescendo vorticoso di una spirale dell’odio. Qualcosa di vagamente simile si può riscontrare, in parte, a Banja Luka e a Skopje, tuttavia senza il supporto di Belgrado i primi, e apparentemente deboli e dipendenti dall’UE/USA i secondi, è difficile immaginare un conflitto serio e diffuso. A meno che Mosca non abbia intenzione di mettere in atto la strategia di Washington nei confronti dell’Unione Sovietica durante la Guerra fredda: supportare uno stato (Jugoslavia) con un leader eretico (Tito) per indebolire nel lungo termine l’avversario (URSS). Del resto Mosca conosce bene i macedoni, perché per decenni ha fomentato il nazionalismo bulgaro a detrimento della Macedonia e, conseguentemente, della Jugoslavia titoista.

Quando si parla di Balcani e di ex Jugoslavia è sin troppo facile cadere preda di previsioni apocalittiche. Anche la recente filmografia sui conflitti nella regione è assai vasta e ricca (si pensi a “Prima della pioggia di Manchevski, 1994, oppure a “Lepa sela lepo gore” di Dragojevic, 1996) e potrebbe indurre a cupe profezie, tuttavia, per ora, è irrealistico, in assenza di prove, affermare che “biće rata” („ci sarà la guerra“ in serbo-croato). Basti pensare allo stemperarsi delle tensioni sorte lo scorso autunno in Serbia nel Sangiaccato di Novi Pazar. Per giungere ad un conflitto esteso occorre tempo, denaro e armi ma soprattutto la volontà dell’elite politica che in assenza di alternative, pur di rimanere al potere, gioca la carta della demagogia (eventualmente con la complicità delle potenze straniere). Per ora nel corpo balcanico vi sono dei sintomi, dei potenziali focolai (spesso frutto del disagio sociale ed economico, trasversale a tutta la regione), però è arduo scorgere una effettiva diffusione della nota malattia nazionalistica e guerrafondaia che, per inciso, non appartiene solamente ai Balcani.

Articolo pubblicato anche su East Journal

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