Investimenti, sviluppo territoriale ed Est: quale futuro per le regioni d’Europa?

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di Giovanni Aversa per Eurocomunicazione

Oltre un terzo del bilancio è destinato allo sviluppo regionale. Ma molte disparità economiche e sociali fra le regioni degli Stati membri continuano a persistere. Già dal 1957 nel preambolo del Trattato di Roma che istituisce la Comunità economica europea (Cee) si affermava la necessità «di rafforzare l’unità delle loro economie (Stati membri n.d.r) e di garantirne lo sviluppo armonioso riducendo il divario fra le diverse regioni e il ritardo di quelle più svantaggiate». Attualmente, nell’ordinamento dell’Unione europea, la politica regionale mira a favorire la riduzione delle differenze strutturali esistenti tra le regioni dell’Ue e lo sviluppo equilibrato del territorio comunitario. Oggi, la principale istituzione europea adibita a questo compito è il Comitato delle Regioni (CdR) che si trova ad affrontare tre sfide fondamentali: Sviluppo territoriale, investimenti e cooperazione con i Paesi dell’Est Europa.

Rilanciare l’Agenda territoriale europea.

Con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona nel 2009, la coesione territoriale, lo sviluppo economico integrato e la costruzione di una rete sociale basata sulle dinamiche territoriali sono divenuti obiettivi di primaria importanza nelle politiche dell’Unione europea. In tal senso l’Agenda territoriale dell’Ue (AT) ha contribuito a costruire un quadro politico incentrato su azioni specificatamente ideate per favorire lo sviluppo territoriale policentrico dell’Unione europea. Nata quattro anni fa, l’Agenda territoriale, ha infatti avuto come obiettivi prioritari la promozione della coesione territoriale e dello sviluppo economico integrato per il territorio comunitario. Anche la futura legislazione europea dovrà però tenere maggiormente conto delle realtà sul territorio. E’ questo il messaggio fondamentale che si evince dalla 111° sessione plenaria del 17 aprile sul parere del Comitato delle Regioni (CdR) riguardo il miglioramento dell’attuazione dell’Agenda territoriale dell’Unione europea. Nello specifico, l’orientamento del CdR si è concentrato negli anni nella promozione del partenariato come condizione indispensabile per accrescere l’efficacia della politica di coesione. Secondo questa impostazione, infatti, soltanto un sistema di governance multilivello può garantire un collegamento efficace tra orientamenti strategici, progetti d’investimento stabiliti dall’Unione europea e sfide locali e regionali. Proprio questo sistema di governance multilivello potrebbe garantire una maggiore efficacia anche in relazione al recente Piano Juncker sugli investimenti, sviluppando regole più chiare e favorendo un collegamento diretto tra regioni e Commissione che eviti l’inefficacia dei progetti d’investimento derivante da una sola imposizione dall’alto.

Investimenti: il Piano Juncker deve integrarsi al meglio con i poteri locali.

Nel Piano Juncker, proposto recentemente dalla nuova Commissione europea, si fa esplicito riferimento al ruolo che gli enti regionali dovrebbero svolgere per individuare, sostenere o gestire i progetti d’investimento. Quanto proposto dalla Commissione sembra non bastare però per il Comitato delle Regioni che sottolinea la necessità di una maggiore integrazione con la politica di coesione regionale e il rilancio degli investimenti. Lo scorso 17 aprile, infatti, i leader locali e regionali di tutta Europa hanno presentato le loro proposte per migliorare il piano d’investimenti da 315 miliardi di euro varato dalla Commissione europea, chiedendo una maggiore attenzione verso le regioni più deboli, un coordinamento reale fra il piano e i fondi strutturali e un ruolo più incisivo per gli enti locali nell’individuare e realizzare progetti strategici. Questo approccio basato sul ruolo decisivo delle realtà locali e regionali nei processi decisionali di sviluppo e di coesione territoriale, è un orientamento che accompagna il CdR in tutte le sue attività. Un ulteriore esempio della sua vocazione di “decentramento” è riscontrabile, infatti, anche nella politica di vicinato che attualmente l’Europa porta avanti con i suoi partner orientali.

Autonomia locale e regionale: l’Europa guarda anche ad Est.

A partire dal 2004 quasi il 50% dei fondi regionali previsti nel bilancio 2007-13 dell’Unione europea sono stati destinati ai Paesi dell’Est Europa tra cui Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Ungheria, Bulgaria e Romania. Oggi l’Ue tenta di spingersi ancora più ad Oriente. Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Moldova e Ucraina, questi i Paesi con i quali l’Europa sta sviluppando un nuovo “Partenariato Orientale”. Nello specifico, l’istituto che si occupa di questo è la Conferenza delle Autorità Regionali e Locali per il Partenariato Orientale (Corleap), nato insieme al Comitato delle Regioni, e che si propone di favorire le riforme interne a tali Paesi e assicurare una stretta collaborazione con i vicini di casa dell’Ue. Dalla nascita di queste due istituzioni, molti incontri, forum e politiche di coordinamento hanno visto la luce al fine di migliorare i rapporti tra l’Ue e i Paesi vicini in materia di autogoverno locale e regionale. In particolare, per seguire una continuità di operato e approfondire il lavoro già avviato nel 2012-2013, gli obiettivi principali anche per i prossimi anni si sono focalizzati su governance locale, supporto amministrativo, maggiore integrazione economica e miglioramento nella gestione delle competenze decentrate. Rafforzare la cooperazione con i Paesi del Partenariato Orientale per promuoverne stabilità e sviluppo saranno sicuramente le parole d’ordine del CdR e del Corleap anche nel quarto Eastern Partnership Summit, che si terrà a Riga il 21-22 maggio, per sottolineare l’importanza strategica di questa politica europea di vicinato. Non è un mistero infatti che l’Est Europa e le Repubbliche ex sovietiche, abbiano da sempre suscitato un particolare fascino per le istituzioni comunitarie.

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Articolo pubblicato in media partnership con Affariglobali.it

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