Macedonia: la (non) quiete dopo la tempesta

MACEDONIA

Macedonian demonstrators raise their hands during a protest outside the government building in Skopje on May 5, 2015. Several thousand people protested outside the government building demanding the resignation of Prime Minister Nikola Gruevski, who was accused by the top opposition leader of trying to cover up the death of a 22-year-old who was beaten by a police member in 2011. AFP PHOTOS / ROBERT ATANASOVSKI (Photo credit should read ROBERT ATANASOVSKI/AFP/Getty Images)

Dopo l’attacco terroristico alla stazione di polizia macedone sul confine kosovaro e quello a Kumanovo, l’insperata serenità interetnica nel Paese sembra, paradossalmente, essere oggi minata dalle proteste di Skopje. Il futuro dello scenario politico macedone potrebbe infatti dipendere proprio dalle prossime azioni dei due blocchi nazionali oggi contrapposti l’uno contro l’altro.

Da una parte il neonato movimento civico di “Protestiram”, strumentalizzato non poco dall’opposizione socialdemocratica di Zoran Zaev; dall’altra, quello dei tanti sostenitori del governo centrale. Le loro recenti manifestazioni, nonostante siano state caratterizzate da un importante, civile e democratico livello di partecipazione politica, capace inoltre di aggregare indiscriminatamente tutte le etnie presenti, al momento rappresentano l’emblema di un Paese completamente diviso. Il rischio di far riemergere cicatrici di un passato recente, di cui ancora l’opinione pubblica rimane sensibile, rimane quindi molto alto.

Il radicale cambiamento democratico chiesto fin dallo scorso febbraio dagli oppositori del governo di Nikola Gruevski sembra aver peggiorato il già instabile scenario interno. I sostenitori dell’attuale esecutivo continuano a rimarcare l’ottima operazione antiterrorismo svolta a Kumanovo, sottolineando – sebbene in modo strumentale -, il coraggio degli agenti di origine slava e albanese morti per il futuro della Macedonia. L’attivismo di “Protestiram”, invece, seguito parallelamente da quello dei socialdemocratici di Zaev, ha ottenuto negli ultimi giorni solo le dimissioni del Ministro dei Trasporti, Mile Janakleski, e di Gordana Jankuloska, Ministro dell’Interno, e Sasho Mijalkov, Capo dei Servizi Segreti macedoni nonché cugino dell’attuale Premier.

In merito allo stato di sicurezza interna in Macedonia, tali dimissioni devono essere interpretate all’interno di uno scenario di più ampio respiro, quindi al di fuori delle forti critiche mosse dall’opinione pubblica riguardanti l’alto livello di corruzione all’interno delle istituzioni. Alla luce delle “bombe” mediatiche “ad orologeria” lanciate dall’opposizione socialdemocratica, sono altri gli scenari che preoccupano il Paese. Le principali preoccupazioni sono trapelate dai drammatici eventi visti non solo lungo il confine kosovaro, ma soprattutto in quel di Kumanovo. Nonostante sia stato sottolineato l’ottimo rapporto tra macedoni-slavi e comunità albanese, l’ipotesi di un possibile ritorno dell’Ushtria Çlirimtare Kombëtare (UҪK), o quantomeno di soggetti capaci di minare la sicurezza interna sullo sfondo dei fragili rapporti interetnici, sembra al momento non essere esclusa definitivamente.

 

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Police block protestors at the entrance of the Government building during a protest in Skopje Macedonia, on Tuesday, May 5, 2015. Macedonia’s opposition leader has accused the country’s prime minister of attempting to cover up the 2011 death of a 22-year-old who was beaten by police during post-election celebrations. More than 1,000 people gathered later Tuesday in front of the government building to protest the murder of the young conservative supporter. (AP Photo/Boris Grdanoski)

I retroscena collegati al commando di paramilitari albanesi coinvolto nel conflitto armato di Kumanovo contro le forze armate macedoni rimangono tutti da chiarire. Soprattutto i ruoli di personaggi come Sami Ukshini, la cui famiglia è stata storicamente legata all’UÇK, di Sami Rijai Bey, ex guardia del corpo dell’ex Primo Ministro kosovaro Ramush Haradinaj, quest’ultimo coinvolto negli scandali legati al traffico di droga e organi, Dem Shehu, militare vicino ad Ali Ahmeti, attuale capo del partito di governo filo-albanese a Skopje, nonché degli ex militari Nato Mirsad Ndrecaj e Fadi Fejzullahu.

Dopo l’attacco alla polizia di frontiera, rimane plausibile l’ipotesi che i partiti filo-albanesi, capeggiati da Ali Ahmeti e Thaci, insieme all’intera maggioranza di governo di cui sono parte, abbiano accentuato proprio un ritorno dell’UҪK per deviare i riflettori dei mass media dagli scandali politici nazionali. Qualora tutto ciò fosse confermato, alla luce di quanto accaduto pochi giorni dopo a Kumanovo, la posizione del governo Gruevski peggiorerebbe ulteriormente.

Un possibile ritorno anche a sporadiche forme più o meno radicali di etno-nazionalismo, al di là delle loro strumentalizzazioni politiche, potrebbero rappresentare per la Macedonia un serio problema. Innanzitutto, appare evidente che il rischio di riaprire la storica ferita “etnica”, maldestramente rattoppata dagli Accordi di Ohrid del 2001, rimane più che evidente. Per di più, verrebbe da chiedersi se un “ritorno ad Ohrid” non sia necessario alla luce dei gravi fatti accaduti.

Se la parte normativa dell’implementazione degli accordi, ossia quella riguardante l’emanazione dei necessari provvedimenti legislativi è stata dichiarata completata, le difficoltà maggiori ruotano intorno alla controversa legge sui confini territoriali. Le ultime dichiarazioni di Edi Rama sull’annessione del Kosovo all’Albania, ha ridato linfa ai sognatori della “Grande Albania”, ossia dell’“Albania Etnica”, che ha storicamente affascinato tutti movimenti filo-albanesi. Nel 2013, ad esempio, furono i due leader più celebri del nazionalismo albanese, Kreshik Spahiu e Sali Berisha, a promuovere dei referendum riguardanti l’annessione delle storiche parti balcaniche a maggioranza albanese. Le regioni direttamente coinvolte, oltre all’intero Kosovo, rimangono la municipalità serba di Novi Pazar, il sud-est del Montenegro, le greche Tesprozia e Giannina, e soprattutto l’intera Macedonia occidentale.

Gli scenari di Kumanovo, qualora fosse esclusa la “pista esterna”, hanno evidenziato che le operazioni di recupero delle armi, detenute illegalmente da semplici cittadini per difesa personale durante gli ultimi conflitti, non sono state né implementate né di fatto concluse. Altro aspetto, non di secondaria importanza, riguarda direttamente la comunità albanese che, nonostante la tranquilla convivenza con la maggioranza macedone-slava, potrebbe iniziare a manifestare un atteggiamento di sfiducia. Una maggiore richiesta di protezione, quindi di maggiori diritti, potrebbe condurre la comunità albanese ad aprire un faglia in cui forme pericolose di risentimento etnico possono condurre verso un nuovo clima di paura e instabilità tra le etnie del Paese.

All’interno di tale scenario, le nuove dichiarazioni della diplomazia di Tirana non servono affatto a placare gli animi. Il Premier Edi Rama ha infatti minacciato di opporre il suo veto alla candidatura della Macedonia alla Nato nel caso in cui non verranno rispettati i diritti della comunità albanese.

La posizione di Tirana, qualora vi fosse un peggioramento degli scenari in tema di stabilità politica e sicurezza, potrebbe ostacolare anche la canditura all’adesione della stessa Macedonia all’interno dell’Unione Europea. Infatti, le attuali vicende politiche interne al Paese potrebbero cambiare i pareri positivi che nel recente passato sono stati espressi sia dalla Commissione Europea sia dal Parlamento Europeo. La fragilità del sistema democratico macedone porrebbe, inevitabilmente, un cambiamento delle posizioni di tali istituzioni comunitarie non più capaci di fronteggiare i pareri negativi sostenuti dal Consiglio Ue. Quest’ultimo, infatti, non ha mai voluto aprire i negoziati con Skopje per l’instabilità democratica macedone, ma soprattutto per la diatriba con la Grecia in merito all’ufficialità del nome in cui Atene ha posto il proprio veto.

Anche al di fuori dei confini esteri all’Unione Europea, lo scenario macedone divide, come di consuetudine ormai, Bruxelles e Mosca: da una parte la Russia di Vladimir Putin sembra continui a sostenere il governo Gruevski, soprattutto alla luce di ciò che potrebbe accadere lungo il confine serbo-macedone; dall’altra, l’Unione Europea chiede le dimissione del governo, poiché molto preoccupata per l’instabilità dell’intera regione balcanica. Sulla crisi che affligge la Macedonia, la strategia russa appare geo-politicamente strategica e alquanto chiara. Mosca, non avendo mai riconosciuto il Kosovo come Stato, criticando l’intera comunità internazionale per le violenza contro i “cugini” serbi, non vuole partecipare alla caduta dell’attuale governo di Gruevski per paura che un aumento della forza politica delle comunità filo-albanesi possa agire contro gli interessi di Belgrado nei Balcani occidentali.

Fattori positivi e negativi sembrano momentaneamente inter-scambiarsi all’interno dello scenario macedone. Purtroppo, come manifestatosi lungo il confine kosovaro, così come a Skopje e Kumanovo, i termini “terrorismo”, “nazionalismo” ed “etnia” hanno ripreso una loro storica e pregiudizievole connotazione politica. Il filo da cui pende il futuro della Macedonia sembra essersi maggiormente assottigliato.

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