Autodeterminazione dei popoli e interessi geopolitici – I

Nel 1918, in un discorso tenuto presso il Senato degli Stati Uniti d’America, il Presidente statunitense Woodrow Wilson, del Partito Democratico, enunciò quelli che passarono alla storia come “i quattordici punti”, ossia un decalogo delle attività che secondo l’allora capo di stato statunitense erano necessari per la costruzione di una pace duratura nel mondo. Il discorso, denominato nelle opere di Wilson come “The conditions of peace” racchiude intrinsecamente un concetto, quello dell’autodeterminazione dei popoli. In particolare, nei punti dal 5 al 14 Wilson espone la teoria del libero autosviluppo degli Stati sulla base dell’integrità territoriale e della sovranità dei popoli1. La dichiarazione di Wilson sembrava andare controcorrente a una volontà che è intrinseca al sistema capitalista, ossia la spartizione violenta del globo per gli interessi della propria borghesia.

 

Fate, Destiny and Self-Determination/le sort, le destin et l’auto –détermination

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L’autodeterminazione dei popoli nel diritto internazionale

 

A differenza del diritto interno, nel diritto internazionale il soggetto primario non è l’individuo bensì gli “enti collettivi” di cui gli Stati sono i rappresentanti per antonomasia. Il diritto internazionale nacque proprio sulla base del concetto di sovranità e indipendenza, secondo i giuristi, con la conclusione della Trattato di Westfalia del 1648; difatti, «il diritto internazionale dell’era moderna ha origine proprio quando, nel XVII secolo, gli Stati si affermano storicamente su un determinato popolo e territorio come enti caratterizzati da indipedenza e sovranità»2. Il concetto di sovranità territoriale è pertanto fondamentale nel diritto internazionale e nei rapporti che si instaurano tra gli Stati. Wilson, sulla scorta delle trattative tra bolscevichi e tedeschi prima della firma della Pace di Brest-Litovsk, incentrò molto il concetto di autodeterminazione dei popoli su quello di “sovranità”. Wilson riconobbe la libertà del popolo russo nella scelta della propria forma di governo e la necessità del mantenimento dell’integrità territoriale del Belgio, della Francia, della Romania, della Serbia e del Montenegro, l’allargamento dei confini italiani sulla base del concetto di “popolo”, la possibilità di autodecisione del processo politico per l’Austria-Ungheria e la creazione di due Stati indipendenti, la Polonia e la Turchia.

Il significato di autodeterminazione si intreccia quindi in maniera molto stretta con quello di indipendenza. Secondo il diritto internazionale, «l’indipedenza (da qualsiasi altro ente o sistema normativo) dello Stato […] deve essere valutata soprattutto (se non esclusivamente) in termini di “indipendenza giuridica”; e cioè, di indipendenza dell’ordinamento giuridico dello Stato rispetto ad altri ordinamenti o sistemi normativi»3. Pertanto lo Stato che vuole autodeterminarsi, che vuole ottenere la propria indipendenza giuridica, deve dimostrare la propria indipendenza dall’ordinamento giuridico di un altro Paese o da una unione o confederazione di Stati. Questo concetto verrà molto utile quando si analizzeranno le recenti dichiarazioni di indipendenza, talune dichiarate legittime ed altre no.

Da un punto di vista giuridico, l’indipendenza significa la possibilità di essere riconosciuti come soggetto internazionale, tramite il possesso di una personalità giuridica internazionali, e la possibilità di intrattenere rapporti di qualsiasi natura con Stati terzi. La mancanza di indipendenza causata dall’imposizione giuridica della propria volontà di uno Stato egemone non permette a uno Paese di legittimarsi sullo scenario internazionale. Il concetto di dipendenza tuttavia è molto sottile: la dipendenza deve essere solo ed esclusivamente giuridica per far sì che un Paese sia considerato dipendente da uno Stato terzo; la dipendenza economica o politica, tipica dell’era del capitalismo imperialista recente, non incide sulla reale indipendenza giuridica di uno Stato.

Il principio di autodeterminazione ha un importante peso nella definizione del soggetto statale indipendente. Difatti, il «controllo ed esercizio del potere di imperio e di governo […] deve essere legittimato da, e garantire il, c.d. diritto all’autodeterminazione (interna) dei popoli»5, come è riportato nella Dichiarazione relativa alle relazioni amichevoli ed alla cooperazione fra gli Stati del 19706 che sottolinea l’impossibilità di usare qualsiasi mezzo coercitivo o violento affinché questo principio non sia riconosciuto ai popoli. Questo ha portato, insieme all’Atto finale di Helsinki della Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa del 1975, alla nascita di numerosi soggetti statali, riconosciuti internazionalmente, come ad esempio Timor Est.

Il diritto all’autodeterminazione dei popoli non è sempre e comunque riconosciuto. A seguito delle spinte secessioniste del Québec dal Canada, la Corte Suprema del Canada ha stabilito che devono sussistere determinate condizioni affinché l’autodeterminazione dei popoli possa scavalcare, da un punto di vista giuridico, l’integrità territoriale, come il dominio militare, coloniale o una reale subalternità delle minoranze etniche7.

La facilità con cui si può dichiarare la propria indipendenza si scontra tuttavia con il riconoscimento internazionale che risulta essere il vero ostacolo affinché un popolo, una volta adoperato lo strumento dell’autodeterminazione, indipendentemente della restrizione di cui sopra, possa avere voce in capitolo sullo scenario internazionale. Gli esempi, lampanti, dell’importanza del riconoscimento internazionale sono la Transnistria, l’Abcasia, l’Ossezia del Sud, la Palestina e le recenti Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk.

 

Il ruolo del riconoscimento internazionale

 

Che cos’è il riconoscimento internazionale? Il riconoscimento internazionale è solo una pratica dichiarativa che non possiede alcun valore costituzionale. Difatti, uno Stato esiste indipendentemente dal riconoscimento internazionale. Questo perché si potrebbe abusare del riconoscimento, se questi avesse valore costituzionale, per ottenere concessioni economiche, politiche oppure per contrastare l’emergere di nuovi soggetti nello scenario internazionale. Tuttavia il riconoscimento risulta essere una formalità necessaria prima dell’instaurazione dei normali rapporti diplomatici e commerciali, nonché come prova per lo Stato riconosciuto di una sua effettiva esistenza8.

Il riconoscimento internazionale è il passo effettivo affinché uno Stato venga considerato come un interlocutore reale nello scenario globale dei rapporti internazionali: sono molti gli Stati non riconosciuti globalmente, ma che comunque reclamano il loro diritto all’esistenza. Cosa comporta il mancato riconoscimento internazionale?

Se da un lato «il riconoscimento di uno Stato è la formale ammissione da parte di un altro Stato che un determinato ente possiede i requisiti della statualità … e comporta l’impegno di trattare tale ente come uno Stato»9, dall’altro il mancato riconoscimento non fa sì che quel territorio sia considerato come terra nullius oppure non può essere aggredito militarmente. Tuttavia, giacché «lo Stato non riconosciuto […] non può pretendere di far valere, nei confronti degli Stati che non lo riconoscono, alcun diritto ad attivare i procedimenti di formazione volontaria delle norme di diritto internazionale al fine di instaurare rapporti di collaborazione ed assistenza interstatale»10, ciò fa sì che lo Stato non riconosciuto si trovi in una posizione subordinata agli altri Paesi del sistema internazionale, conferendogli debolezza e precarietà. Il mancato riconoscimento risulta tuttavia essere la dimostrazione della non volontà di riconoscere le modalità o la forma di governo instauratasi. Questo tuttavia causa delle implicazioni non di poco conto: difatti, il mancato riconoscimento fa sì che lo Stato il cui riconoscimento viene negato rischia di non poter intrattenere i normali rapporti diplomatici, economici e commerciali che, nel sistema internazionale, causa dei forti impedimenti nello sviluppo autonomo del Paese. Il riconoscimento è quindi un’arma importante anche se non possiede valore giuridico.

In un sistema internazionale multipolare l’utilizzo del riconoscimento ha una forte valenza geopolitica. L’interesse di un determinato blocco verso determinate aree territoriali, può far propendere le potenze a destabilizzare la regione, fomentare gli eventuali nazionalismi con spinte secessioniste e poter ottenere il controllo politico ed economico in un’area precedentemente sotto il controllo avversario. Un esempio è il Kosovo, che verrà analizzato successivamente nel dettaglio, che ha dato la possibilità ai Paesi del blocco NATO ad ottenere una posizione geografica e geopolitica all’interno dei Balcani, storicamente area di influenza russa. D’altronde, «la geografia ha da sempre influenzato la politica»11.

[Continua…]

1    Woodrow Wilson, «President Wilson’s Addresses», Gutenberg, The conditions of peace, www.gutenberg.org

2    AA. VV., Istituzioni di diritto internazionale, Torino, Giappichelli, 2011, p. 4.

3    Ibidem, p. 7.

5    AA. VV., op. cit., p. 13.

6    «Ogni Stato ha il dovere di astenersi dal ricorso a qualunque misura coercitiva suscettibile di privare del loro diritto all’autodeterminazione, alla libertà e all’indipendenza i popoli menzionati nella formulazione dei principi di uguaglianza di diritti e del diritto all’autodeterminazione» in Dichiarazione relativa ai principi di diritto internazionale, concernenti le relazioni amichevoli e la cooperazione fra gli Stati, in conformità con la Carta delle Nazioni Unite, Risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite 2625 (XXV) del 24 ottobre 1970, http://files.studiperlapace.it/spp_zfiles/docs/20041124231820.pdf.

7    Cour Suprême du Canada, 1998, Renvoi relatif à la sécession du Québec [1998] 161 D.L.R. (4 th), 385, in Journ. dr. Int., 1999, 797 in AA. VV., Istituzioni di diritto internazionale, Torino, Giappichelli, 2011, p. 15.

8    AA. VV., op. cit., p. 17.

9    Restatement of the Foreign Relations Law of the United States, Third, St. Paul, Minn., 1987, sec. 202-203 in AA. VV op. cit., p. 17.

10  AA. VV., op. cit., p. 17.

11  AA. VV., Relazioni internazionali, Bologna, Il Mulino, 2007, p. 133.

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