Autodeterminazione dei popoli e interessi geopolitici – II

kosovo

Destroyed church in Kosovo

Leggi la prima parte qui

Due pesi e due misure: Kosovo e Novorossija

 

Nell’analisi del ruolo del principio di autodeterminazione dei popoli nei riguardi delle dichiarazioni unilaterali di indipendenza emergono chiaramente le differenze sorte in determinate situazioni. Il caso kosovaro presenta delle differenze sostanziali nei risultati ottenuti nei confronti della recente secessione degli oblast’ di Donetsk e Lugansk a seguito della rivolta ucraina denominata Evromajdan.

I tre casi presi in esame presentano tutti una caratteristica sostanziale di fondo: un forte senso patriottico, che talune volte può sfociare nel nazionalismo, che spinge verso richieste secessioniste in quanto la popolazione non si sente più parte dello Stato originario.

Kosovo

Il Kosovo è stato storicamente una regione della Serbia. Il 15 giugno del 1389, secondo il calendario giuliano, nel giorno di San Vito (Vidovdan in serbo) si tenne la storica battaglia della Piana dei Merli nell’attuale regione del Kosovo, che vide contrapposti gli eserciti serbo e ottomano. La battaglia, ricordata come Battaglia di Kosovo (Boj na Kosovu in serbo) sancì la capitolazione serba all’invasore ottomano, in una guerra di conquista non solo territoriale ma anche religiosa. I precetti islamici degli ottomani si svilupparono fortemente nella regione balcanica e conquistarono anche l’ultima roccaforte cristiana della regione orientale del continente, Costantinopoli, trasformando la storica Basilica di Santa Sofia in una moschea12. Numerose città che ora fanno parte del territorio kosovaro, sia esso considerato come Stato o come Provincia Autonoma, appartenevano nell’epoca dei regni medievali balcanici a quelli di cultura serba, ossia la Serbia Moravica e il Regno di Vuk Branković. Nonostante questo, sarebbe riduttivo considerare l’esistenza di un’entità statale nell’epoca attuale sulla base dell’appartenenza ai grandi imperi del passato. Ciò che tuttavia è importante comprendere è come l’attuale Kosovo abbia sviluppato forti sentimenti anti-serbi pur essendo stata una regione storicamente serba. Secondo l’ultimo censimento demografico, a noi disponibile, del Kosovo, effettuato nel 2011, la regione sarebbe abitata da un 92,93% di persone di etnia albanese, a fronte di una popolazione di etnia serba pari all’1,47%13.

Tra il 1683 e il 1699 la popolazione di etnia albanese inizia a spostarsi verso la regione del Kosovo a seguito della Grande Guerra Turca tra gli Asburgo e gli Ottomani. La sconfitta degli Asburgo, che erano arrivati a conquistare anche Pristina, fece sì che la popolazione serba cristiana, che giurò fedeltà alla famiglia Asburgo, dovette emigrare verso nord, nelle attuali regioni della Vojvodina e favorendo l’immigrazione da sud della popolazione di etnia albanese, che accettò la conversione forzata all’Islam14.

Nei secoli a seguire si tentò una costante “slavizzazione” della regione in quanto la popolazione di etnia albanese era ritenuta pericolosa dai regnanti slavi. Con la fine della Seconda Guerra Mondiale e la salita al potere di Tito, il Kosovo ottenne la denominazione di Provincia Autonoma della Serbia, all’interno della Jugoslavia, come la Vojvodina, ma le ambizioni nazionaliste kosovare propendevano per uno status paritario a quello delle altre repubbliche. Con la morte di Tito nel 1980 i sentimenti sciovinisti sono emersi e sono sfociati, a seguito della disgregazione della Jugoslavia, nella guerra tra la Serbia di Milošević e l’UÇK, l’esercito di liberazione nazionale del Kosovo. Gli Stati appoggiarono senza indugio la richiesta kosovara, affermando che il principio di autodeterminazione dei popoli doveva essere consentito alla popolazione kosovara. Il 17 febbraio 2008 le autorità kosovare dichiararono l’indipendenza dalla Serbia sostenendo l’indipendenza del Kosovo seguendo le raccomandazioni dell’Inviato Speciale delle Nazioni Unite Martti Ahtisaari15.

La prima cosa che si denota è l’intervento diretto dell’ONU nella risoluzione della questione kosovara, che peraltro ha amministrato e continua a fare ma, soprattutto, dell’ingerenza della NATO in uno Stato appartenente al Movimento dei Paesi Non Allineati. Infatti, nel 1999, tramite la risoluzione 1244 delle Nazioni Unite, il Kosovo venne messo sotto la giurisdizione delle Nazioni Unite e, nell’appendice 2, viene riportato che «la presenza di sicurezza internazionale, con un sostanziale aiuto della NATO, deve agire per la creazione di un ambiente sicuro per tutti gli abitanti del Kossovo e per facilitare il ritorno a casa di tutti i rifugiati e sfollati»16.

L’interesse dell’ONU e della NATO nei confronti della questione kosovara era per intensificare la propria presenza nei Balcani, storica regione di ingerenza russa. Difatti, nessuna base della NATO è presente sul territorio serbo, a meno che non si consideri la città di Ferizaj come appartenente al territorio serbo.

Ucraina

A seguito della deposizione del Presidente Vyktor Yanukovyč, l’Ucraina è stata trasportata in una violenta guerra civile tra Kiev e le regioni orientali del Paese. Tra le forze politiche che hanno preso parte alle manifestazioni del movimento denominato dai media Evromajdan ci sono state numerose forze ultranazionaliste, con richiami al fascismo e al nazismo. L’esacerbato nazionalismo ucraino si è diretto nei confronti della Russia, dalla quale l’Ucraina è sempre stata legata. Le regioni orientali dell’Ucraina, ricche di zone minerarie come il Donbass, hanno sempre accettato i valori russi e la cultura del “grande vicino” a differenza degli ucraini occidentali, tanto che la popolazione è divisa persino su quale lingua adottare. A causa delle continuate violenze delle squadre paramilitari di Kiev, in particolare quella che ha visto protagonista la Casa dei Sindacati di Odessa, ha portato alla necessità da parte delle forze politiche degli oblast’ di Donetsk e Lugansk di dichiarare la propria indipendenza, sulla stregua del principio di autodeterminazione dei popoli e basandosi sulle grandi differenze culturali, etnico e linguistiche che potrebbero creare dei pericoli per la popolazione russofona dell’Ucraina orientale.

Tuttavia, a differenza del Kosovo, il principio di autodeterminazione non è stato applicato e la volontà di porre fine al conflitto è per non aggravare ulteriormente la situazione economica ucraina. Difatti, a fronte delle numerose manifestazioni popolari favorevoli all’indipendentismo da Kiev e da qualsiasi altro Stato sovrano, le autorità europee e statunitensi non hanno preso in considerazione il principio di autodeterminazione, che non violerebbe nemmeno il diritto internazionale per quanto riguarda l’eventuale indipendenza giuridica da un Paese terzo.

Le differenze linguistiche in Ucraina sono notevoli. Secondo le indagini svolte a seguito dell’elezione del Presidente Yanukovyč17, le regioni dell’est e del sud ucraino sono in prevalenza di lingua russa, con percentuali che vanno da un minimo del 66% della popolazione nell’oblast’ di Mykolaiv fino agli apici di Donetsk (93%) e la Crimea (95%). Come emerge dai dati ottenuti dallo studio effettuato da Analitik, la separazione etnica colpisce tutta la parte orientale del Paese creando una spaccatura che un Paese unito non può sopportare.

Due pesi e due misure

Con il ritorno prepotente della Russia sullo scenario politico internazionale, la NATO, le Nazioni Unite e gli Stati Uniti d’America sono tornati alla geopolitica della guerra fredda. Pertanto, poter sottrarre dei territori alla Russia sarebbe un risultato importante, nella logica di un costante accerchiamento per poter svolgere pressioni più efficaci sul governo russo. La secessione del Kosovo rientra in questa logica: l’indipendentismo kosovaro ha fatto sì che gli Stati Uniti potessero intensificare la propria presenza nei Balcani occidentali, accerchiando militarmente la Serbia per poterla sottrarre all’influenza russa. L’appoggio militare NATO nei confronti dell’UÇK, che secondo quanto riportato da numerose fonti si autofinanziava tramite il quasi totale controllo del traffico di eroina e cocaina verso l’Europa occidentale e con il traffico di organi umani18, era funzionale agli interessi geopolitici statunitensi di infiltrazione nei Balcani. Tuttavia, il riconoscimento internazionale verso il Kosovo ha fatto sì che questi ottenesse un ruolo giuridico come Stato indipendente.

Differente nei modi, ma non nella sostanza, il caso ucraino. Numerose fonti analizzano il sostegno statunitense nel golpe orchestrato contro il Presidente Yanukovyč19 per cercare di portare l’Ucraina verso l’influenza occidental cercando di assestare un duro colpo alla Russia che in Ucraina, prima del referendum che ha portato la Crimea sotto il controllo giuridico russo, possedeva la più importante base navale militare, quella della Flotta del Mar Nero nella città di Sebastopoli. Il mancato supporto alle volontà secessioniste e indipendentiste della popolazione russofona residente nel Donbass è per cercare di non violare l’integrità territoriale di un’Ucraina “occidentalizzata” ma che, a parti inverse, avrebbe sicuramente sostenuto, e soprattutto per non privare il nuovo partner statale della sua regione più ricca, ossia il Donbass.

Due pesi e due misure sono stati usati per determinare i complessi processi politici che hanno investito il Kosovo e l’Ucraina: questa differenza nell’utilizzo del principio dell’autodeterminazione dei popoli, ha avuto il medesimo risultato, ossia cercare di avere nuovi partner politici in regioni che mai sono state alleate del “blocco occidentale”, con il fine ultimo di alimentare e allargare la propria egemonia verso l’est del continente europeo. Nel secondo caso, tuttavia, emerge con chiarezza l’ambiguità dell’utilizzo del principio di autodeterminazione. Da un lato furono salutate con soddisfazione le proteste di Evromajdan, come dimostrazione dell’interesse del popolo ucraino di uscire dalla sfera di influenza russa e poter decidere da sé con quali partner politici e commerciali dialogare, in questo caso l’Unione Europea. Tuttavia, quando una parte della stessa popolazione ucraina, che non aveva partecipato alle violenze delle manifestazioni di Evromajdan, chiese di poter decidere da sé del proprio destino, ossia quello di rimanere dalla parte dello storico alleato russo, questi furono chiamati “secessionisti” e “terroristi”. L’autodeterminazione è quindi uno strumento palese nelle mani della potenza egemone nel mondo imperialistico contemporaneo: in base ai propri interessi economici e geostrategici può avallare le richieste indipendentistiche di una determinata popolazione. Se la richiesta all’autodecisione dei propri interessi nazionali viene avanzata da popolazioni che si porrebbero in un blocco antagonista e contrario a quello ora egemone, ossia quello statunitense-europeo, il diritto all’autodeterminazione viene a mancare.

 

12  E. Hösch, Storia dei Balcani, Bologna, Il Mulino, 2013.

13  «Kosovo: risultati dell’ultimo censimento demografico», Albanianews, www.albanianews.it, 27/09/2012.

14  Mario Olu, «La questione Kosovo – Dalle origini all’era Milošević», Europae – Rivista di Affari Europei, www.rivistaeuropae.eu, 03/11/2013.

15  «Dichiarazione di indipendenza del Kosovo», federalismi.it, www.federalismi.it

16  http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=17231

17  «Портрет электоратов Ющенко и Януковича», Analitik, www.analitik.org.ua, 18/01/2005.

18  Cfr. Matteo Zola, «KOSOVO: Traffico d’organi, il parlamento europeo approva la risoluzione Marty», East Journal, eastjournal.net, 27/11/2011; Matteo Zola, «KOSOVO: L’Uck, la droga e il traffico d’organi. Cosa legittima il parere dell’Aja», East Journal, eastjournal.net, 22/08/2010; «KOSOVO: L’Uck e il traffico d’organi, un libro inchiesta», East Journal, eastjournal.net, 22/08/2010; «Claude Covassi non può pubblicare la sua indagine sul PJAK e l’UCK», Rete Voltaire, voltairenet.org, 11/02/2013.

19  Cfr.. Angela Manganaro, «Se Soros e la finanza scelgono il governo dell’Ucraina», Il Sole 24 Ore, www.ilsole24ore.com, 03/12/2014; Gian Micalessin, «Così l’America si è comprata l’Ucraina», Il Giornale, www.ilgiornale.it, 09/09/2014; Lorenzo Biondi, «La “mano” americana in Ucraina. La gaffe telefonica del dipartimento di stato», Europa Quotidiano, www.europaquotidiano.it, 07/02/2014.

6 comments

  1. Giuseppe

    Nel Donbass non c’è stata neanche una manifestazione popolare di massa per l’indipendenza dall’Ucraina. Nel 1991 l’84% dei cittadini della regione votò per l’indipendenza dell’Ucraina dall’URSS. Il movimento “Repubblica Popolare di Donetsk” esisteva già dalla Rivoluzione Arancione e contava meno di mile persone, ma finché non ha ottenuto l’appoggio militare della Russia non ha mai avuto alcun peso politico. Anche in Lituania c’è il movimento “Repubblica Popolare di Wilno”, ma la Polonia non ha alcunaintenzione di invadere la Lituania.
    Nella primavera del 2013, formazioni squadriste legate all’oligarchia locale, come Oplot, con l’aiuto di leader militari russi come Igor Girkin Strelkov e Aleksandr Borodai hanno preso d’assalto edifici governativi.
    Le squadre paramilitari di Kiev sono state create dopo per sgomberare le zone occupate dagli eversivi. Gli autori della strage di Odessa erano ultras del Metalist e del Chernomorets che hanno reagito a un’aggressione da parte di un gruppo di titushki armati.
    Il Pravy Sektor ha avuto un ruolo importante nella fase della protesta che ha seguito le violenze perpetrate dalla polizia nei confronti dei manifestanti, ma èstata comunque una forza minoritaria. Dei 102 moti solo 2 erano militanti del Pravy Sektor. In seguito ha ottenuto, come altre forze ultranazionaliste, risultati irrisori sia alle presidenziali che alle parlamentari.

    L’indipendenza del Kosovo è una questione controversa e costituuisce una violazione degli accordi di Helsinki, ma semmai può essere paragonata all’Abkhazia, all’Ossetia Meridionale o al Nagorno Karabakh, conflitti che hanno una fortedimensione etnica. Nel Sud-Est ucraino ci sono tensioni politiche, ma non interetniche.

    • Edoardo

      Ciao Giuseppe, grazie per il commento.
      Come ben sai, ciò che alcuni anni fa era valido ora potrebbe non esserlo più, come in questo caso del Donbass e della Crimea. Il Donbass, in particolare, sta cercando con difficoltà, anche interna, di autodeterminarsi senza alcun appoggio dalla Russia, se non a livello politico e di aiuti umanitari: sicuramente alcuni armamenti li avranno ricevuti, ma la maggior parte derivano dalle riserve dei reparti dell’esercito regolare ucraino che hanno deciso di combattere per la Novorossiya. Ci sono molti militanti (e non militari) stranieri, sia russi che spagnoli, tedeschi, italiani, slovacchi, serbi…bisognerebbe quindi affermare che il Donbass è invaso da una decina di nazioni!
      Le squadre paramilitari sono nate già, informalmente, durante la rivolta, successivamente inglobate all’interno della struttura pubblica e gli autori della strage erano neofascisti e neonazisti legati a doppio filo alle formazioni politiche della destra estrema, come rappresenta peraltro l’italiano Francesco Saverio Fontana, vicino a Casa Pound, Pravy Sektor e combattente dell’Azov. Nessuna provocazione, solo una orribile strage che non deve trovare alcuna giustificazione. Lasciar morire una donna incinta, o picchiare un ragazzo che è colpevole di essere comunista e nella casa dei sindacati (Vadim Papura) è qualcosa di orribile, che deve essere punita con la massima fermezza, e non giustificata. Le forze di estrema destra, come giustamente sottolinei tu, non hanno una grande rappresentanza nel Parlamento, ma sono ben introdotte all’interno delle forze armate e di polizia. Qui sta il pericolo.
      Se ti è possibile, ti consiglio il libro di Andrea Sceresini e Lorenzo Giroffi “Ucraina. La guerra che non c’è”, che racconta del loro viaggio al fronte sia dalla parte della Novorossiya che di Kiev. Racconta di come vivono le forze (non armate) lealiste di Mariupol e di come, alle elezioni ucraine, solo il 52% degli aventi diritto andò a votare. Una dimostrazione di come la popolazione non si senta a suo agio sotto il giogo di Kiev, seppur questo momento rappresenti uno di massima esposizione elettorale.
      Nel sud-est ucraino, purtroppo, ci sono tensioni etniche, in particolar modo di Kiev verso i russi, visti e considerati come l’eterno invasore, che, purtroppo, ripercuote tristemente sulla popolazione civile.

      Ti ringrazio del commento,

      Edoardo

  2. Sorry I can’t comment in Italian, but I did read your last comment and this makes me doubt whether you know anything about the conflict in Ukraine. You probably only read Italian websites who just publish Putinist propaganda.

    For example who’s that pregnant lady you’re talking about? The myth about the Odessa victim was spread everywhere but who’s that woman? As REAL journalists found out, it was Anna Varenikina, 59 year old, NOT pregnant, died of smoke inhalation… http://www.svoboda.org/content/article/25374946.html

    The tragedy in Odessa is terrible, but let’s not forget that the first victims where pro-Maidan demonstrators who peacefully rallied in the center, when guys with weapons, even a Kalashnikov, attacked them: http://sn1258.livejournal.com/12881.html It does not excuse anything, but really shows how unfounded your myths about ‘aggressive’ Ukrainians are.

    Same thing about your ‘ethnic’ divisions in Ukraine. In Ukraine, people speak more Russian in some regions and more Ukrainian in others, but it has nothing to do with ethnic identity! Are you aware of the fact that nationalist Tymoshenko’s first language is Russian? That about half of Ukrainian soldiers I see on videos speak Russian among themselves, even in the so-called “neonazi” battalions? That ultranationalist Pravyi Sektor leader Lyashko was elected in a district of Dnipropetrovsk, in the “Russian” East of Ukraine? It just goes on to show that you can’t equate language with ethnicity nor with political preference. Yes, more people in the South-East speak Russian, yes there are more ‘ethnic’ Russians there, yes many supported Yanukovych, but doing a simplistic analysis of East=Russia=Pro-Russian really shows a complete lack of understanding for the Ukrainian reality. Interestingly enough, signing the Association Agreement with the European Union was in Yanukoych’s party programme…

    Of course, people can change their mind, but please tell me how come only 8% of people in the Donbass wanted to separate in 2013 according to this survey? http://news.bigmir.net/ukraine/603799-Opros-Bolee-10-jitelei-Donbassa-vistypaut-za-otdelenie-Galichini-8-hotyat-sami-otkolotsya
    And 38% wanted to be part of Russia in 2012 http://www.ng.ru/cis/2012-09-14/1_crym.html

    Other question: why did the majority of Ukrainian refugees decide to flee towards the rest of the Ukrainian territory and not towards Russia if they were pro-Russian separatists afraid of evil Ukrainian neonazis? Do you think anyone prevents them from speaking Russian in the other Ukrainian regions where they are refugees?

    It is true that there are neonazis in Ukraine and some battalions have a radical right-wing ideology, but I invite you to do some real journalism and what is the percentage of soldiers in the Ukrainian army who are in volunteer battalions? It’s very little. I also got news from you, even in Azov or Aidar, they’re far from being all neonazis. Read this article about Antifascists fighting FOR the Ukrainian army and an interview with an anarchist fighting for the “neonazi” battalion Azov: http://theins.ru/obshestvo/1355

    I’ve also got news for you: neonazis are fighting with the “antifascist” rebels as well: http://snob.ru/selected/entry/80241

    And I wander where are the anti-Semites in Ukraine, in Kyiv (where the Parliament’s speaker’s name is Groysman) or in the occupied territories, where they spread antisemitic conspiracy theories: http://www.jpost.com/Diaspora/Top-rebel-leader-accuses-Jews-of-masterminding-Ukrainian-revolution-406729

    Anyways, I encourage you to double-check your facts before writing, try to be more subtle in your analysis and learn Russian/Ukrainian before trying to give a black-white picture of events there…

    Yours,

  3. Giuseppe

    Concordo con Jadran e ribadisco che nel Sud-Est ucraino ci sono tensioni politiche che non coincidono con quelle interetniche. Essere russofono non implica sostenere il separatismo e l’appartenenza alla nazione ucraina è legata ai valori dello Stato ucraino, non all’etnia o alla lingua. Serhij Nigoyan, figlio di rifugiati armeni del Nagorno Karabakh, prima vittima del Maidan è ucraino come tutti gli altri, così come lo sono russofoni, ebrei, tatari e tutti gli altri che vogliono un’Ucraina indipendente e democratica.

    Diversa è la situazione nella Crimea occupata dove vengono bruciati in pubblico libri ucraini e ai tatari (unici veri indigeni della penisola) viene vietato di celebrare in luoghi pubblici l’anniversario della deportazione del 1944. In meno di un anno e mezzo di occupazione più del 10% della popolazione tatara ha lasciato la penisola.

    Ci sono molti altri Paesi che hanno un’affluenza del 52% o anche inferiore, ma questo non da il diritto ai Paesi limitrofi di invaderli.

    L’estrema destra sia locale, che russa che occidentale occupa un ruolo non meno importante nelle entità separatiste e a differenza dell’Ucraina non è sottoposta ad alcun controllo democratico né ad alcuna pressione da parte della comunità internazionale.

    Per quanto riguarda il coinvolgimento dell’esercito russo. Il report “Hiding in plain sight” dell’Atlantic Council dimostra come molti soldati regolari russi abbiano caricato fotografie sui social network scattate nelle zone occupate del Donbas. Il report Путин.Война di Boris Nemcov e Ilija Jašin mostra invece foto dei separatisti in possesso di armamenti russi che l’esercito ucraino non possiede. Sono volontari anche gli armamenti?

  4. Edoardo Corradi

    Rispondo a entrambi e mi scuso per la tardiva risposta ma sono tornato giusto ieri in Italia.
    In Italia non esiste la “propaganda putinista” e io non sono certo un suo sostenitore, tutt’altro. Non mi piace tifare per l’uno o per l’altro e cerco di vedere le cose con la massima obiettività.
    Ci sono vari punti meritevoli di approfondita attenzione che emergono dalle vostre risposte, a cui cercherò di dare una risposta quanto più esaustiva.
    Tra le mie varie letture, nel libro di Jean Elleinstein intitolato “Storia dell’URSS” (vol. 2), a pagina 432 scrive “al di là delle diverse nazionalità si è andata costituendo una nuova comunità sovranazionale, che può essere definita la comunità sovietica”. Emerge, a mio avviso, la spiegazione di molti fatti recenti basati sulle questioni interetniche, ossia una sorta di abitudine a vivere tutti assieme dettata dall’esistenza dell’Unione Sovietica.
    La situazione è degenerata quando questo sentimento è stato colpito direttamente: la Timoshenko che vuole sterminare i russi (https://www.washingtonpost.com/blogs/worldviews/wp/2014/03/25/in-latest-wiretapping-leak-yulia-tymoshenko-appears-to-say-nuclear-weapons-should-be-used-to-kill-russians/), Amnesty che sostiene che i battaglioni, ora integrati nella guardia nazionale, si siano macchiati di crimini di guerra. Interessante questo articolo, che fa una panoramica sulla stampa italiana sui fatti di Odessa (http://www.huffingtonpost.it/daniele-scalea/strage-odessa-censura_b_5262168.html)

    Per quanto riguarda l’intervento russo, ahimè ora come ora non ci sono prove effettive di militari regolari nel territorio ucraino, a meno che non si considerino le sparati di Poroshenko (Vk, passaporti,..) come attendibili, visto che emerge che siano solo affermazioni per cercar di far coinvolgere l’EU direttamente in un conflitto che le forze armate di Kiev non stanno vincendo. Le forze armate russe in Crimea erano già lì.

    Ciò che secondo me è importante è: 1) di fronte a queste situazioni cercare di non tifare, o quantomeno tifare il meno possibile, per cercare di essere più obiettivi possibili e non dimostrare di possedere la verità in tasca, affinché il dibattito (interessantissimo e che mi fa piacere) possa continuare e non terminare in un binario morto; 2) cercare di immedesimarsi nella popolazione. Vorrei consigliare i documentari di Maxim Fadeyev oppure il libro di Andrea Sceresini e Lorenzo Giroffi intitolato “Ucraina. La guerra che non c’è”. Sono due giornalisti freelance che sono andati sul fronte ucraino dalla parte di entrambi gli schieramenti.
    Ciò che forse non è emerso da quanto ho scritto – ed è una mia colpa – è che non essendo né pro-Kiev né pro-Mosca, ciò che mi interessa è la popolazione. E soprattutto la differenza di decisioni per due casi, a mio avviso, simili. Insomma, se Putin avesse voluto il Donbass se lo sarebbe già preso, con tutte le conseguenze del caso.

    Insomma, cerchiamo di mostrare la volontà di portare avanti questo conflitto.
    Se nei prossimi giorni vedete che sono “silenzioso”, ho subito degli sbalzi di temperatura che mi hanno destabilizzato dal punto di vista sanitario.

    Sorry Jadran if I wrote the comment only in italian. I’m back home yesterday from a travel and actually i’m ill. Sorry, I hope that you can understand.

    Edoardo

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