Il modello migratorio asiatico

Cacahuate, adapted by Peter Fitzgerald, Globe-trotter, Joelf, Texugo, Piet-c and Bennylin

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Innegabile è l’attualità geopolitica dei fenomeni migratori, fonte di mutamento e sempre più di instabilità, quanto meno secondo noi europei. Inquadrare le migrazioni come un fenomeno inarrestabile di portata globale è la conclusione statistica, mascherata frequentemente da cliché, cui giunge la maggioranza degli studi demografici. Come tutti i continenti l’Asia deve la sua odierna configurazione geopolitica a numerosi eventi succedutisi nella storia con attinenze agli spostamenti delle popolazioni: eventi quali la diaspora cinese, l’espansione islamica o il colonialismo europeo hanno reso il continente asiatico lungi dall’essere una realtà omogenea, così come appare invece nell’immaginario collettivo.

Innanzitutto è possibile individuare un flusso migratorio permanente che dall’Asia si sposta verso i tradizionali Paesi di immigrazione, quali il Nord America e l’Australia. Questi flussi presentano una ricca varietà di tipologie di ingressi, ma in generale la politica migratoria che li disciplina resta ancorata all’idea di accogliere ogni anno un numero determinato di immigrati che si insediano senza limiti di tempo. Su poco più di un milione di persone che nel 2010 avevano ottenuto la residenza permanente negli Stati Uniti, circa 400.000 erano giunti dall’Asia, in particolare dalla Cina, dall’India dalle Filippine e dal Vietnam, Paesi che hanno reso il continente asiatico la maggiore area di origine di immigrati a livello mondiale.

In realtà il sistema di migrazione prevalente in Asia è articolato in una presenza strettamente temporanea, sistema presentato orgogliosamente dai governi come un modello in cui “vincono tutti”, Stati, mercati e lavoratori. Rispetto a tale modello, delle quattro regioni in cui è tradizionalmente suddiviso il continente, Medio Oriente e Asia dell’Est sono le principali regioni di destinazione, mentre Sud e Sud Est asiatico le regioni di origine.

La temporaneità dei flussi migratori asiatici è diretta conseguenza della peculiarità della domanda di lavoro che contraddistingue questi territori, nei quali il reclutamento del lavoro migrante avviene in gran parte attraverso la mediazione di agenzie ad hoc. La redditività di questa prassi ha fatto aumentare a dismisura il numero delle agenzie specializzate così come, da contraltare, degli abusi perpetrati a danno dei migranti stessi. Sebbene sia stata ingaggiata una battaglia in nome della responsabilizzazione delle agenzie di reclutamento, che ha avuto riscontri positivi in alcuni Stati, tra i quali le Filippine, si è trattato purtroppo di un modesto successo sia causa dell’inadeguatezza degli strumenti di investigazione, sia della corruzione che divora dall’interno le agenzie stesse.

Il modello della migrazione temporanea si regge sull’asse portante di una domanda di lavoro fondamentalmente dequalificato con impieghi nell’edilizia, nell’agricoltura, nel settore manifatturiero e in quello dei servizi, settori rispetto ai quali in tutte le regioni asiatiche sussiste un bisogno cronico di manodopera. Poiché i governi non intendono concedere benefici sociali a larghe fasce di lavoratori migranti, tentando di riservarli esclusivamente a coloro che possiedono determinati titoli, la dequalificazione del lavoro consente strategicamente di limitare la presenza migratoria sul loro territorio, impedendo ai lavoratori di acquisire il diritto di soggiorno a tempo indeterminato e i relativi diritti associati (tra cui il diritto al ricongiungimento familiare). Queste politiche restrittive non hanno solamente determinato una presenza di lavoratori all’estero con lunghi tempi di permanenza e senza la possibilità di stabilizzarsi, ma soprattutto hanno alimentato la crescita della migrazione irregolare nell’intero continente. I lavoratori tendono difatti a soggiornare oltre la durata del relativo permesso e a questi vi si aggiungono tutti i migranti che sono introdotti irregolarmente oltre i posti di lavoro disponibili e quelli che fanno ingresso in Paesi dove non è necessaria alcuna autorizzazione e rispetto ai quali le procedure di registrazione sono apparse inadeguate (si pensi ai continui flussi tra Birmania e Thailandia, Indonesia e Malesia o Bangladesh e India).

Alla luce di questo quadro non sorprende affatto la scarsa attenzione che i governi pongono nella protezione dei migranti, riflesso della riluttanza di questi Paesi a conformare le proprie legislazioni ai trattati internazionali. A parte l’Asia dell’Est, nelle altre regioni del continente i migranti sono sprovvisti di adeguata protezione non solo sul posto di lavoro, ma in maniera allarmante anche in quanto persone. Numerose e frequenti sono le pratiche di abuso cui sono sottoposti, includendo tra esse il sequestro dei documenti, l’impiego dei lavoratori oltre l’orario stabilito, condizioni inadeguate di abitazione, la mancanza della possibilità di ricorso allo sciopero e alla base della lotta collettiva, senza considerare il fatto che alcune categorie, come le lavoratrici domestiche, sono in genere escluse dalle leggi sul lavoro.

E’ evidente come il sistema migratorio temporaneo, presentato come situazione win-win-win, abbia davvero poco di vincente. Sebbene sia in vigore da circa quarant’anni e molti governi abbiano pensato di replicarlo in altre zone, non si tratta di un sistema senza costi, soprattutto per i migranti. Sarebbe necessario non solo azzerare le pratiche di reclutamento irregolare così come la gestione dell’emigrazione in seno ad agenzie private intermediarie che ne aumentano vertiginosamente i costi, ma occorrerebbe prevedere anche standard di protezione dei diritti umani e della dignità della persona che non siano negoziabili, aderendo ovviamente ai trattati multilaterali, nonché individuare forum di discussione tra datori di lavoro e lavoratori che favoriscano il dialogo relativo alle condizioni ottimali da garantire sul posto di lavoro, prevedere programmi di assistenza e di sicurezza sociale efficaci e assicurare condizioni di parità di trattamento per sopperire alle disparità di genere.

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