L’Europa contesa nel nuovo contesto multipolare: prospettive per l’euro e per l’Unione Eurasiatica

usaruss

Lacerata da crescenti divergenze economiche e dispute fra paesi membri, l’Europa aumenta la propria insofferenza verso l’influenza americana, sempre più vissuta come coercitiva, e diventa così teatro di contese e rivalità geopolitiche di fondamentale importanza. In questo contesto l’Europa rappresenta l’ago della bilancia che potrebbe far pendere da una parte o dall’altra gli equilibri di potere, tanto da rappresentare presumibilmente per gli Stati Uniti la più grave minaccia.

Di fronte alla prospettiva di una Europa disallineata che possa contribuire al materializzarsi dei peggiori incubi geopolitici d’oltreoceano, la formazione di un asse eurasiatico ed il superamento del dollar standard, gli Usa potrebbero plausibilmente innescare, avendone i mezzi, la crisi definitiva dell’euro, determinando pero uno scenario i cui risvolti sono imprevedibili e non necessariamente a vantaggio esclusivo degli Stati Uniti.

 

Parte I

 

Stando al nuovo contesto geopolitico caratterizzato da un incipiente multipolarismo e da nuovi attori geopolitici che mettono in discussione il ruolo preminente degli Stati Uniti, si prospettano in futuro nuove alleanze e cambi di fronte, con nazioni e gruppi di potere che cercheranno di ricollocarsi opportunisticamente sullo scacchiere globale, cercando di avvantaggiarsi della situazione.

L’Italia in particolare è tra i paesi che potrebbe ritrovarsi a cogliere (o mancare) importanti occasioni essendo diventata linea di demarcazione tra poderosi campi di forza nonché laboratorio geopolitico in cui si misurano i due diversi paradigmi dell’ordine mondiale: ponte sull’Africa, una base industriale di tutto rispetto e la dipendenza energetica, importante avamposto militare Usa e destinataria di crescenti investimenti cinesi ed americani.

Il cambiamento geopolitico in atto consentirebbe a paesi periferici come l’Italia di trovare l’appoggio e di avviare nuove modalità di cooperazione con i futuri protagonisti del nuovo assetto multipolare.

Di particolare interesse è il ruolo dell’Europa in questo nuovo quadro: un continente tormentato dalla crisi e dallo spettro della fine del sogno unitario, vincolato agli Stati Uniti da forti legami economici e militari, si ritrova proprio per questo frustrato nella sua volontà di sviluppare relazioni con i paesi a loro invisi e di ritagliarsi un ruolo autonomo nelle dinamiche aperte di un mondo in piena trasformazione.

Spinosa è soprattutto la questione dei rapporti con la Russia e l’eventuale formazione di una Unione Eurasiatica, osteggiata dagli Stati Uniti. Mosca, ma anche Berlino vedremo, costituisce per Washington, nelle circostanze attuali, un pericolo costante, al di là delle sue intenzioni pacate o meramente tese ad ottenere una maggiore integrazione commerciale coi suoi partner occidentali.

La dicotomia tra l’impero anglosassone e quello eurasiatico e la nuova strategia americana di contenimento

Il progetto di una nuova Unione Eurasiatica venne annunciato da Putin nell’ottobre 2011, ancor prima di essere rieletto presidente per la terza volta. Quando si parla di eurasismo bisogna tener presente che l’espressione è tutt’altro che neutra nella tradizione storico-culturale e politica russa, in quanto evoca un movimento intellettuale che rappresenta la forma più radicale della tradizionale aspirazione della Russia ad individuare una via di sviluppo differente da quella occidentale[1]. Nato negli anni Venti del Novecento e riemerso oggi in una Russia rinvigorita, rifiuta l’idea del valore assoluto della civiltà occidentale e propone una visione multipolare delle relazioni internazionali.

Se trasponiamo la teoria classica del contenimento nell’ambito geopolitico moderno, ne deriva che Washington dovrebbe evitare a tutti i costi l’emergere di una potenza eurasiatica in grado di contestare la sua egemonia “benevola” e di acquisire una posizione prevalente in Eurasia. Giacché come spiegava Brzezinski nel suo La Grande Scacchiera del 1998, pubblicato in piena ebbrezza da monopotenza, il primato globale dell’America è direttamente legato alla sua supremazia nel continente eurasiatico, se la presa americana in terra eurasiana continuasse ad allentarsi, l’ultimo residuo della sua egemonia sarebbe in pericolo.

Il ragionamento strategico americano ha dunque come obbiettivo fondamentale ostacolare ogni sostanziale tentativo di integrazione fra gli stati fondamentali europei e la Russia, facendo retrocedere quest’ultima e mantenendo l’Europa in una condizione di subordinazione e come testa di ponte americana in Eurasia.

Come ribadito da George Friedman al Chicago Council of global affairs[2] il nemico principale per l’America è sempre stato un eventuale asse Mosca-Berlino, al quale finirebbero per avvicinarsi anche Teheran, Delhi, Seoul e Tokyo. E ancora spiega: “L’obiettivo non è vincere il nemico, ma destabilizzarlo”.

Friedman elabora ulteriormente anche l’aspetto più tattico prendendo spunto dall’esperienza del Vietnam, dell’ Iraq e dell’ Afghanistan per evidenziare i limiti ed i costi di un impegno militare diretto. Siccome il dispiegamento di una forza principale in Eurasia sarebbe insostenibile, l’unica strategia è la guerra indiretta: “l’inversione dell’onere della guerra su chi vuole sopportarla oppure non può evitare di farlo”. Ciò può essere fatto “sostenendo le forze indigene i cui interessi sono in linea” o “mantenendo l’equilibrio di forza tra le nazioni”. Stiamo assistendo a questo modulo in Medio Oriente, dove gli Stati Uniti si muovono tra le quattro principali potenze regionali – Iran, Arabia Saudita, Israele e Turchia – sostenendo ora una ora l’altra in un atto d’equilibrio perpetuo.

Il caos euroasiatico e mediterraneo in corso sarebbe quindi parte integrante della strategia americana e da ricondurre in ultima analisi alla refrattarietà di Washington a venire a patti con la fine del momento unipolare.

La Nato come strumento di condizionamento e la nuova guerra fredda

Se gli americani hanno combattuto la guerra in Europa per contenere la Germania, ci sono poi rimasti per contenere la Russia ed imporre il protettorato statunitense su un’Europa in gran parte distrutta. Questa, oltre ad essere inserita in un mercato dinamico di commercio e di investimenti di cui ha fortemente beneficiato, è stata integrata ad un sistema di difesa dominato dagli Usa.

La presenza militare statunitense e della Nato ha sicuramente contribuito a definire l’integrazione europea, ma al tempo stesso è servita da elemento di condizionamento politico. Come spiega il generale Fabio Mini su Limes, “l’unione europea è sempre d’accordo o comunque evita un dibattito preliminare accurato sulle questioni della Nato, delle guerre e delle politiche difensive. L’influenza della Nato è determinante sull’Unione, mentre quella dell’unione e dei suoi singoli membri è ininfluente sulla Nato, dove in genere decidono gli americani ed in misura molto limitata e saltuaria gli inglesi, francesi e tedeschi. La Nato non ha mai accettato l’Unione Europea e soprattutto non ha mai permesso che la Russia potesse essere considerata europea”.

In un’intervista[3] pubblicata nel primo numero di Geopolitica dell’Isag ”Vent’anni di Russia”, Sergio Romano, storico, giornalista e diplomatico, considerato fra i massimi esperti italiani di Russia, ha definito l’Europa «prigioniera della NATO» ed auspicato la nascita d’una politica estera europea distinta da quella statunitense che possa creare uno spazio comune tra Europa e Russia.

Al contrario, in considerazione delle dichiarazione del segretario generale della Nato Stoltenberg e dalla rappresentante UE per gli affari esteri Mogherini, assistiamo oggi all’ «intensificazione della cooperazione Nato-Ue» perché «le nostre strategie siano complementari». La Nato, dichiara Stoltenberg, «sta realizzando il maggiore rafforzamento della difesa collettiva dalla fine della guerra fredda» specie sul fronte orientale, dove «fronteggiamo una Russia più minacciosa, responsabile di azioni aggressive in Ucraina».

La spesa militare Nato, equivalente a circa il 60% di quella mondiale, è aumentata in termini reali (al netto dell’inflazione) di oltre il 40% dal 2000 al 2014. Il nostro Paese oggi è il quinto avamposto statunitense nel mondo per numero d’installazioni e il secondo in Europa (dopo la Germania), e spende ogni giorno dai 56 ai 70 milioni (dati Nato e Sipri rispettivamente) contribuendo all’8,7% dei contributi diretti[4].

L’Unione europea, di cui 23 dei 28 paesi sono allo stesso tempo membri della Nato, viene così vincolata ad una alleanza militare sotto comando Usa (il Comandante supremo alleato in Europa è sempre nominato dal Presidente degli Stati uniti) e usata come prima linea nel confronto militare, anche nucleare, con la Russia.

Con attinenza ai più recenti casi di coinvolgimento della Nato in Libia[5] ed in Ucraina, risulta evidente il contrasto tra gli interessi atlantici e quelli dei paesi europei o comunque l’inconsistenza dell’unione europea in quanto entità politica, permettendo agli Stati Uniti di far leva opportunisticamente su interessi particolari.

La crisi ucraina in particolare ha costituito il punto di svolta nell’offensiva americana contro la Russia ed il tentativo più chiaro di bloccare il processo di convergenza con l’Europa occidentale. La rivoluzione popolare andrebbe riletta, come fa lo storico e professore Eugenio Di Rienzo[6], come un putsch contro un presidente filorusso regolarmente eletto, condotto da forze estremiste manipolate da potenze straniere- capeggiate dagli USA- la cui finalità è inglobare l’Ucraina nella sfera d’influenza di Washington e della Nato, stringendo ancora più d’assedio il territorio della federazione Russa.

La reazione russa a tali eventi, forse più pacata di quanto sperato, è stata ad ogni modo abilmente strumentalizzata per ritrarre la Russia come una minaccia per la sicurezza europea ed imporre sanzioni economiche.

Tuttavia, mentre in una Russia estremamente dipendente dalle esportazioni di gas, le sanzioni hanno dato impulso ad una riorganizzazione dell’economia ed alla conclusione di nuovi accordi bilaterali, specialmente con la Cina, che promette di investire 10 miliardi di dollari entro 5 anni, il vero impatto economico si è fatto sentire in Europa.

Ritrovatasi con un altro stato fallito da tutelare, ha visto crescere il dibattito circa l’opportunità di mantenere la linea dura contro la Russia, confermando ai falchi americani come l’Europa sia la culla del loro peggior nemico: il pensiero debole. Si pensi al “fuck the EU” pronunciato dalla Nouland con cui liquidarono scocciati i tentativi di mediazione europei nella fase calda della crisi. Oggi si delinea un fronte del Nord, capitanato da Regno Unito e paesi baltici che sono fautori della linea dura, uno del Sud con Italia, Spagna e anche Francia per la linea morbida, e la Germania che, nonostante i forti legami col vicino, pensa di avvalersi della situazione a proprio vantaggio.

Leggi la seconda parte…

Note:

[1] L’eurasismo riflette l’approccio geopolitico basato sul dualismo tra la civiltà del mare e quella della terra, il cui concetto è stato sviluppato dalla prima metà del XX secolo dall’inglese Halford Mackinder e ripreso dagli strateghi statunitensi Nicholas Spykman e Zbigniew Brzezinski. La Russia è il nucleo della civiltà della terra, l’Eurasia. Ecco perché è condannata a secoli di lotta contro il mondo anglosassone. Il nucleo di esso una volta era l’impero inglese e dalla seconda metà del XX secolo sono gli Stati Uniti. Così gli eurasisti sono gli avversari dell’egemonia occidentale e gli oppositori dell’espansione statunitense.

[2] Discorso tenuto al Chicago Council on Global Affairs il 3 Febbraio 2015 da Geroge Friedman, fondatore e CEO di Stratfor (https://www.stratfor.com/) https://www.youtube.com/watch?v=Sh3dp_AnlQI

[3] http://www.geopolitica-rivista.org/17822/leuropa-e-prigioniera-della-nato-serve-una-politica-estera-distinta-da-quella-degli-usa-sergio-romano-su-geopolitica/

[4] “Quanto ci costa il Def della Nato “ M. Dinucci, http://ilmanifesto.info/quanto-ci-costa-il-def-della-nato/

[5] Nel 2011, la NATO, su insistenza di Sarkozy e Cameron, ha deposto Gheddafi dopo mesi di bombardamenti, lasciando nel caos un paese con il quale l’Italia era legata da forti vincoli storici, economici ed energetici, nonché dalla prossima delle rispettive coste. I risvolti del conflitto indeboliscono la motivazione umanitaria con cui si continua a giustificare l’intervento e fanno invece pensare all’ennesima “ingerenza” occidentale finalizzare a minare un tentativo di emancipazione monetaria, energetica ed economica portato avanti da Gheddafi in Nord Africa e al quale l’Italia partecipava in misura consistente.

[6] “Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo dis(ordine) mondiale”; edito da Rubbettino

 

Articolo tratto dalla tesina prodotta per il Master in Geopolitica CAOS & POTERI : LE EQUAZIONI DEL MUTAMENTO, organizzato da OltreilLimes, Sioi e Limes.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

diciannove − nove =