GREXIT: Ultimo capitolo per la Grecia europea?

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Lefteris Heretakis – The Light of Parliament

di Mattia Modonesi.

Lo scorso 25 gennaio, ottenendo il 36,3% dei voti, il partito Syriza si è aggiudicato la maggioranza. Una maggioranza davvero modesta. Difatti il partito di Tsipras, guadagnando solo 149 seggi su 300, non ha potuto ottenere la maggioranza assoluta in parlamento e ha così dovuto allearsi con i Greci indipendenti al fine di formare l’esecutivo.

La vittoria di Tsipras ha destato l’attenzione dei media e della piazza finanziaria mondiale. Essa coincideva con l’avvio del programma di alleggerimento quantitativo attuato dalla Banca centrale europea. In un primo momento molti pensarono che Tsipras potesse creare le condizioni per aprire dei negoziati concreti e capaci di mettere fine, una volta per tutte, alla querelle greca e al problema (i dati sono chiari, fu una manovra pro-ciclica) austerità.
Oggi la Grecia è nuovamente in recessione. Il governo Tsipras non è riuscito a creare un terreno atto ad agevolare i negoziati con i creditori. Il Ministro delle finanze, Yanis Varoufakis, si è più volte scontrato con i vertici della core-Europe, cercando di comunicare la fermezza del nuovo esecutivo. Questa ‘fermezza’ si è tradotta in un’incapacità di dialogo e in una sempre maggiore difficoltà a trovare compromessi atti ad archiviare la questione ellenica.
All’interno dell’esecutivo greco si sono aperte discussioni e una certa tensione è arrivata a mettere in discussione i rapporti tra il Primo ministro greco, Alexis Tsipras, e il Governatore della Banca centrale, Yannis Stournaras. In questo clima di tensione, lo stesso Varoufakis è stato screditato dai suoi colleghi europei venendo definito come ‘dilettante’ e ‘giocatore d’azzardo’.
In questa bufera gli ultimi negoziati, tra Grecia e creditori, sono terminati con un nulla di fatto. Un esito che ha spinto il Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, a convocare ieri un eurogruppo, alle 12:00, e un vertice tra capi di Stato e di Governo, alle ore 19:00.

Le manovre europee di stabilizzazione economico finanziaria

L’area euro è cinque anni che vive una crisi di portata devastante. Una crisi latente, che trova le sue origini in questioni politico-strutturali. Un’impasse generata da una fortissima incoerenza tra il progetto, gli intenti e i mezzi legislativi implementati per rendere l’unione monetaria una realtà concreta e funzionante. Con l’avvio della crisi del debito sono state attuate numerose misure con l’obiettivo di stabilizzare l’architettura dell’euro zona e superare momenti di difficoltà endogena. A partire dal 2010, ovverosia dall’avvio della crisi greca, è stato creato lo European Stability Mechanism e lo European System of Financial Supervision. Il primo ha l’intento di creare una maggiore solidarietà economica e di implementare il monitoraggio macroeconomico e fiscale. Il secondo è un organismo di vigilanza finanziaria. Inoltre l’Europa ha adottato nuove misure destinate ad aumentare la vigilanza bancaria e indirizzate alla creazione di un’unione bancaria comune. Queste sono state adottate in seno allo European System of Financial Supervision.
Ma la vera rivoluzione si è avuta con il ruolo giocato dalla Banca centrale europea. Il cambio di governo (il passaggio delle cariche da Trichet a Draghi) ha portato a una sempre maggiore importanza dell’istituzione di Francoforte. Con il tempo e con l’aggravarsi della situazione macroeconomia e monetaria, la Bce ha deciso per l’attuazione di importanti misure. Innanzitutto, essa si è trasformata in un prestatore di ultima istanza, attuando il Securities Market Program. In seguito, l’annuncio dell’avvio di un’operazione di Outright Monetary Transactions, ha portato a un continuo rafforzamento del ruolo e della legittimazione della Bce. Legittimazione che solo di recente è stata riconosciuta. Di fatti, la Corte di Giustizia europea ha recentemente riconosciuto la compatibilità del programma di acquisto di titoli di Stato da parte della Banca centrale europea con il mandato dell’istituto. L’avvio del Quantiative easing europeo ha portato la Bce ad avere un ruolo, oltre che un peso, impensabile fino a pochi anni fa.

Il programma ELA e il rischio di un hair-cut dei collateral

Le promesse di Alexis Tsipras, relative a un nuovo corso, risultano sempre meno realizzabili. Il programma di austerity, che il primo ministro aveva promesso di cancellare, ha portato l’economia greca a ridursi di un quarto, la disoccupazione a crescere esponenzialmente e ha spinto la popolazione a condizioni di vita insostenibili.
Oggi la Grecia, e con essa l’intera Unione, si trova dinanzi ad una situazione difficile da superare. Infatti, non si è ancora arrivati a un accordo. Lunedì 22 giugno si sono riaperti i negoziati e, durante un nuovo meeting dell’Eurogruppo, si cercherà di trovare una valida e sostenibile soluzione. Al fallimento dei negoziati di giovedì scorso, è nato un forte scontro in seno ai vertici ellenici. Da una parte il Governatore della Banca centrale ha dichiarato inammissibile un’uscita della Grecia dall’euro zona e, dall’altra, Tsipras ha ritenuto insensate le dichiarazioni del Governatore. Stournaras ha infatti lasciato una nota. In essa, il Governatore della Banca centrale greca, ha evidenziato l’importanza di un raggiungere accordi con i creditori internazionali. Questo clima d’instabilità ha portato a un’ennesima accelerazione dei prelievi dalle banche elleniche. Nell’ultima settimana sono stati prelevati oltre 2 miliardi di euro dagli sportelli. Da dicembre sono stati 32 i miliardi in fuga dalle banche. Queste notizie hanno portato Moody’s ad abbassare ulteriormente il rating sui depositi delle banche greche, oggi Caa3.
Questo clima ha portato le banche elleniche (in primis Piraeus Bank, National Bank of Greece, Alpha Bank, Eurobank e Attica Bank) a dipendere sempre più dal programma – Emergency Liquidity Assistance – messo in atto dalla Banca centrale europea. Di fatti il sempre maggior prelievo di liquidità, porta le banche greche ha richiedere immissioni di liquidità aggiuntiva dalla Bce. Il tetto dell’ELA è ora a 84.1 miliardi di Euro. Se non si trovasse un accordo concreto, allora si registrerebbe un crollo nel valore dei collateral messi in garanzia dalle banche greche alla Bce. Questo movimento al ribasso porterebbe a una mancanza rilevante nei requisiti previsti dalla Bce per l’erogazione della liquidità, come previsto dal programma ELA. Un hair-cut nella liquidità garantita dalla Bce al sistema bancario greco, porterebbe a una crisi bancaria di portata devastante.

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hslergr1 – pixabay.com

Il punto

Le trattative sono in una fase di completo stallo. La diatriba tra Stournaras e Tsipras ha rivelato la forte divergenza di opinioni relative a una maggiore o minore predisposizione al compromesso con i creditori. I creditori chiedono che nel corso dell’anno corrente vengano attuate ulteriori misure fiscali, capaci di portare ad un risparmio e quindi un rimborso di 3 miliardi di euro. Tsipras si è opposto, proponendo un rimborso di 2.5 miliardi di euro su due anni.
Il 30 giugno la Grecia dovrà rimborsare 1.6 miliardi al Fondo monetario internazionale, e il 20 luglio 3.5 miliardi di euro dovuti alla Bce. Il 30 luglio sarà nuovamente il Fondo monetario a pretendere dalla Grecia il rimborso del debito. Questa sera si deciderà, forse, su come gestire le scadenze. I problemi sono molti e, purtroppo, non riguardano solamente il ministero delle finanze greche, ma investono un’intera popolazione. Nella giornata di domenica 21 giugno il governo greco ha giocato d’anticipo, avanzando nuove proposte a Bruxelles. I punti cardine di questa prima proposta sono: un avanzo primario dell’1 per cento, manovre fiscali pari al 2 per cento del Pil, blocco dei pre-pensionamenti, aumento della tassa di solidarietà per chi guadagna più di 30.000,- Euro l’anno e per le società che hanno utili superiori ai 500.000,- Euro.
Ci si dimentica troppo spesso che la Grecia è un paese dell’Europa unita e che sta pagando errori di politica economica e fiscale decisi per via esogena, vedi Troika. La Grecia dal canto suo, ha compiuto l’errore gravissimo di nascondere anni di deficit spending. Tuttavia il prezzo pagato appare, oggi, troppo oneroso.
Nella situazione economica in cui si trova, è matematicamente impossibile che la Grecia paghi il debito. Tuttavia il dilemma greco non è solamente una questione di politica fiscale ed economico-finanziaria, ma riguarda l’evoluzione del progetto europeo e di unione monetaria.
Accanto alla crisi greca si verifica un euro-scetticismo dilagante e l’avanzata, vedi le recenti elezioni danesi ed un eventuale ‘Brexit’, dei partiti nazionalisti. La questione immigrazione e trattato di Schengen ha creato nuove tensioni tra popoli confinanti. Pensare che, ancora una volta, la piazza finanziaria possa avere la meglio sulla politica reale e sul progetto europeo, soprattutto dopo le varie operazioni e misure, costosissime, attuate dall’Unione e dalla stessa Bce, appare molto difficile. Un default greco creerebbe un terribile precedente e porterebbe alla messa in discussione di equilibri instauratisi posteriormente alla crisi del debito. La questione portoghese è ancora viva e, allo stesso tempo, altre economie dell’europa opposta, quella core, potrebbero ambire a drastici cambiamenti e a una frammentazione, quindi fallimento, dell’euro zona. In questo scenario l’uscita, o meglio la cacciata, della Grecia dall’euro zona comporterebbe un effetto domino finanziario e politico. Angela Merkel, figlia dell’ex DDR, sa bene quanto costano queste fratture del e nel tessuto storico.
Il debito greco arriverà a una nuova ristrutturazione e la sua estinzione verrà posticipata e distribuita sui bilanci dell’Unione e dei suoi membri. È un capitolo triste della storia europea ma, allo stesso tempo, è un momento di decisioni. Superare questo momento, superarlo con una spartizione dei costi, politici e finanziari, significherebbe dare una forte spinta all’identità comunitaria oggi così in discussione.


Pubblicazione in media partnership con Affariglobali.it
apparso su news.rataran.com

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