Il consolidamento del blocco asiatico e la sfida alla supremazia americana

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L’Europa contesa nel nuovo contesto multipolare: prospettive per l’euro e per l’Unione Eurasiatica

Parte II

 

La strategia americana avviata nel novembre 2013 con il golpe di euromajdan in Ucraina, oltre a prospettare l’espansione ulteriore della Nato sempre più a ridosso dei confini russi, è servita a generare una frattura UE-Russia, alla quale gli Stati Uniti hanno prontamente offerto delle vie di uscita che sono invece mirate ad intensificare l’interdipendenza del blocco atlantico (su tutte il Ttip e lo shale gas, che mirano a sostituire il rivale russo sul fronte commerciale ed energetico).

Russia e Cina d’altro canto, di fronte all’emergenza, hanno messo da parte le rispettive diffidenze per stringere una nuova alleanza che oltre a permettere alla Russia di resistere all’offensiva occidentale, pone le basi per una sempre più stretta collaborazione in campo economico, militare ed energetico. I due paesi hanno infatti avviato una brillante serie di iniziative che hanno accelerato enormemente quella riconfigurazione dell’ordine globale che mette in discussione l’egemonia degli USA come unica superpotenza.

Gli imponenti accordi energetici firmati con la Cina e le trattative per il Turkish-Greek stream, hanno permesso alla Russia di reimpostare la propria strategia energetica in risposta alla crisi ucraina e al sabotaggio del South stream per rifornire l’Europa meridionale. Le autorità di Pechino sono poi andate in soccorso del nuovo alleato offrendo un accordo di swap valutari per un controvalore di 24 miliardi di dollari, in modo da fornire liquidità a Mosca il cui rublo era sotto attacco. Annunciano inoltre di voler incrementare i propri investimenti in Russia, attualmente di circa 4 miliardi, del 150% in 5 anni.

Anche sul fronte militare, la Conferenza Internazionale sulla Sicurezza di Mosca (MCIS) tenutasi il 16 aprile 2015 ha evidenziato la formazione di quella coalizione sino-russo-iraniana che Brzezinski ritiene in grado di sfidare la supremazia americana in futuro e che i cinesi vedrebbero come il contrappeso necessario per affrontare la coalizione trilaterale di USA, Europa e Giappone.

– Tuttavia sono due le iniziative che sfidano apertamente la capacità americana di determinare le regole economiche internazionali ed il sistema del dollaro: la creazione della Banca Asiatica per le Infrastrutture e gli Investimenti (AIIB) e la Nuova Via della Seta.

La AIIB, come anche la New Development Bank dei Brics, si pone come chiara alternativa alla Banca Mondiale ed al FMI, con il proposito di marcare nettamente la differenza con le politiche del Washington Consensus, concentrandosi invece sullo sviluppo infrastrutturale: è destinata a finanziare l’ambiziosa rete ferroviaria ad alta velocità della Cintura economica della Nuova Via della Seta dall’Eurasia all’UE.

La forza della proposta cinese è stata tale che ad essa hanno aderito non solo la maggioranza dei paesi asiatici ma anche i principali paesi europei, compresa la Gran Bretagna.

A questa prima mossa del governo cinese si è accompagnato il lancio dell’ambiziosissimo progetto di una “Nuova Via della Seta” volta a legare Asia ed Europa con poderosi investimenti sia nella via marittima che in quella terrestre.

La creazione di nuove aree di cooperazione commerciale ed energetica, insieme all’istituzione di nuovi organismi sovranazionali, manifestano quella che sembra ormai una priorità condivisa da tutto il fronte non atlantico: la dedollarizzazione progressiva dell’economia mondiale ed il conseguente ridimensionamento del predominio finanziario degli Stati Uniti.

 

Il dominio della finanza anglosassone e la minaccia della dedollarizzazione

 

Il successo dei piani di salvataggio e la trasformazione dei debiti della finanza speculativa in debito pubblico, ha dato luogo a quello che può essere considerato come il più grande trasferimento di ricchezza della storia, suggellando definitivamente l’ “alleanza” fra politica e finanza internazionale.

Così, mentre l’economia reale si contrae e l’indebitamento di stati e aziende aumenta, dalla crisi del 2008 la finanza speculativa non ha cancellato certi comportamenti irresponsabili, lo stock dei prodotti finanziari a livello mondiale nel 2014 è continuato a salire in termini assoluti a 294$ trilioni costituendo il 378% del Pil mondiale[1] (escludendo i derivati: circa 630$ trilioni[2]), ed il potere finanziario si è consolidato nelle mani di pochi gruppi finanziari[3].

– Il perno della finanza globale è ancora oggi ancorato all’Occidente anglofono al quale fornisce un formidabile strumento di condizionamento politico. Londra e New York sono sede delle maggiori istituzioni finanziarie internazionali e gestiscono insieme, secondo i dati della BIS, il 60% degli scambi valutari ed il 72% del mercato dei derivati sui tassi[4].

Nonostante le fosche previsioni sulla fine del dollar standard, il dollaro continua a dominare gli scambi internazionali, costituendo oltre il 60% delle riserve internazionali[5].

Tuttavia l’“esorbitante privilegio” che gli Stati Uniti ricaverebbero dall’utilizzo del dollaro come moneta di riserva è a sua volta un elemento di instabilità internazionale. Si parla di dilemma di Triffin, dall’economista belga che nel 1960 descriveva[6] i limiti del sistema fondato a Bretton Woods, per far riferimento al difetto di fondo di un sistema monetario internazionale basato sull’utilizzo di una moneta nazionale come valuta di riserva. Se gli Stati Uniti infatti limitassero l’offerta di dollari alle esigenze della loro economia interna, la convertibilità o la sostenibilità del dollaro sarebbe preservata ma il mondo rimarrebbe strozzato dalla mancanza di liquidità. Va da sé che ogni decisione di politica monetaria negli Stati Uniti genera notevoli esternalità per il resto del mondo[7].

Secondo il premio Nobel Robert Mundell la sospensione della convertibilità del dollaro nel 1971 ha rimosso ogni vincolo all’espansione monetaria e da allora ogni paese persegue indipendentemente le proprie politiche monetarie, fenomeno senza precedenti nella storia dei sistemi monetari. Gli oltre 13 miliardi stampati a sostegno del sistema finanziario americano e la conseguente “guerra” valutaria di lì scaturita hanno definitivamente affossato il sistema di Bretton Woods.

Nonostante dunque il dollaro mantenga un importante ruolo, la sua centralità nel sistema monetario internazionale non può più essere data per scontata.

Sono in molti oggi fra i paesi emergenti e non ad auspicare una riforma del sistema monetario che si fondi su una nuova moneta internazionale gestita dal FMI basata su un paniere di valute, come indicavano a suo tempo gli stessi Triffin e Keynes. Il compimento di tale transizione è osteggiato dagli Stati Uniti e richiederebbe un grado di cooperazione internazionale che non sembra essere alla portata viste le dinamiche internazionali.

Come conseguenza stiamo assistendo negli ultimi anni, e specialmente dopo la crisi ucraina, ad un progressivo allontanamento dal dollaro che si esprime sia in termini di diversificazione delle riserve valutarie, con particolare enfasi sulla ricostituzione delle riserve auree, che attraverso la creazione, come già visto, di aree economiche alternative ed organismi sovranazionali che esulano dall’utilizzo del biglietto verde.

La Cina in concreto sta promuovendo l’utilizzo transnazionale dello yuan per ridurre la sua esposizione al dollaro e lanciarlo come valuta di riserva. La crescita dello yuan in ambito internazionale è anche specchio della crescita dell’influenza del suo paese in politica estera e contribuirà a creare una regione est asiatica sempre più integrata economicamente e politicamente.

Un Europa fragile ma fondamentale nella partita geopolitica mondiale

 

Nel frattempo invece nell’Europa dell’euro, l’integrazione monetaria, anziché generare una convergenza dei fondamentali economici fra i paesi, ne ha accentuato le differenze[8], generando fratture e asimmetrie tali da rendere sempre più precaria la stessa unione monetaria.

L’evoluzione della crisi ha dimostrato come gli stati dell’Unione Europea, soprattutto quelli della periferia, siano subordinati non solo al capitale finanziario internazionale, ma anche alla potenza egemonica europea, la Germania.

Come ha argomentato l’economista Paolo Savona[9], la Germania sta gettando le basi economiche per un Quarto Reich o, per metterla come lo storico francese Emmanuel Todd, la strategia tedesca è quella di “sottomettere” gli stati indebitati del sud, integrare le economia dell’est Europa nel proprio sistema produttivo e riservare qualche briciola al sistema bancario francese. Mossa da una crescente idea di sé e da una rappresentazione diminutiva della potenza russa, l’appoggio della Germania guidata dalla Merkel all’offensiva antirussa sarebbe invece da leggere come il tentativo di mettere in difficoltà Mosca ed estendere la propria influenza sul paese confinante ricco di risorse energetiche.

Tant’è che l’ossessione dei falchi americani per la Russia, determinata anche da anni di militanza anti comunista nella guerra fredda, non ha fatto percepire la rinascita di un “impero” tedesco, tale da permettere il compimento di una versione B dell’incubo americano di una riunificazione eurasiatica.

– È infatti particolarmente interessante analizzare come gli Stati Uniti vedano l’Europa stessa come una potenziale minaccia sia per la sua tendenza all’integrazione con il blocco rivale, sia per il superamento del sistema del dollaro.

«L’unica entità in grado di sfidare gli Stati Uniti nel prossimo futuro è l’Unione europea» sostiene il docente ed ex funzionario Joseph Nye[10]. «Chi assomiglia maggiormente a un avversario paritetico degli Stati Uniti all’inizio del XXI secolo, è l’Unione europea» e la ragione di un suo allontanamento dagli Stati Uniti è «la mancanza di una minaccia comune».

Lacerata da crescenti divergenze economiche e dispute fra paesi membri, l’Europa aumenta la propria insofferenza verso l’influenza americana, sempre più vissuta come coercitiva, e diventa così teatro di contese e rivalità fra i principali blocchi geopolitici. Sempre secondo Nye tanto più l’atteggiamento degli Usa sarà arrogante e unilaterale, tanto più l’Europa vorrà ridurre il suo gap soprattutto dal punto di vista militare e non concederà il supporto necessario alla politica estera statunitense.

Per alcuni ambienti conservatori americani l’euro è l’evidenza inconfutabile della volontà dell’Europa di voler competere con gli Stati Uniti e la sua specifica risposta ai processi di globalizzazione.

L’unione europea costituisce la prima economia industriale del pianeta ed è centrale come polo tecnologico, oltre ad avere la rete più potente e sviluppata di PMI ad alta tecnologia. La relativa stabilità politica e l’esistenza di mercati finanziari aperti e ben sviluppati, nonché l’esistenza di un vasto mercato interno da 500 milioni di consumatori, farebbero della sua moneta un pilastro fondamentale di un nuovo ordine monetario basato su un paniere di valute, dal momento che i Brics non hanno ancora da soli la capacità di determinare un simile cambiamento sistemico.

Inoltre l’UE e l’euro potrebbero essere attori centrali anche nella costruzione del continente euroasiatico che sarà attraversato da moderne vie della seta.

I sostenitori dell’impostazione geopolitica di “vecchio” stampo anglosassone che sembrano guidare la politica estera a stelle e strisce, potrebbero plausibilmente determinare, avendone i mezzi, lo sgretolamento dell’euro qualora un’Europa disallineata contribuisse a materializzare quelli che sono percepiti come i loro peggiori incubi geopolitici.

Una dissoluzione incontrollata dell’euro determinerebbe un collasso devastante dei mercati di tutti i suoi paesi membri, Germania inclusa, la quale verrebbe così colpita nelle principali criticità della sua economia: fragilità del sistema bancario[11] e dipendenza dalle esportazioni[12].

L’Europa verrebbe catapultata ad una situazione politica paragonabile a quella degli anni Trenta, con la conseguente recrudescenza di vecchie ostilità ed egoismi che già oggi si vedono riemergere. Paradossalmente quindi, la fine dell’euro potrebbe essere determinata non tanto dalla sua debolezza quanto piuttosto dalla sua forza minacciosa agli occhi degli Usa.

I risvolti di un simile scenario sono imprevedibili e non è probabile che vadano a vantaggio esclusivo degli Stati Uniti.

Note:

[1] “Mapping the World’s Financial Markets” – Deutsche Bank’s global strategist Sanjeev Sanyal

[2] https://www.bis.org/statistics/dt1920a.pdf

[3] “Due anni dopo l’intervento del governo, il sistema finanziario americano, in molti aspetti, è lo stesso di quello operante alla vigilia della crisi. Anzi, oggi è ancora più concentrato nelle mani di poche, grandi istituzioni finanziarie di importanza sistemica”, sentenzia la Financial Crisis Inquiry Commission , istituita nel 2011 da economisti indipendenti e da una rappresentanza politica trasversale http://fcic.law.stanford.edu/

[4] “New York and London vie for crown of world’s top financial centre” – Financial Times http://www.ft.com/intl/cms/s/0/b388de4c-174b-11e4-87c0-00144feabdc0.html

[5] Currency composition of Foreign Exchange Reserves (COFER) – IMF

[6] Robert Triffin , “gold and the dollar crisis”, 1960

[7] Una economia mondiale in espansione richiedeva che gli Stati Uniti creassero una sempre maggiore quantità di dollari attraverso i deficit delle partite correnti. Al suo picco l’America assorbiva più del 70% dei surplus commerciali dei paesi emergenti. Questo presuppone dunque che gli Stati Unti debbano indebitarsi con il resto del mondo per fornire i dollari necessari a far girare l’economia mondiale (rapporto debito/Pil degli Usa: 36,2% nel 1971 e 106% nel 2014), ma pone seri dubbi circa la sostenibilità del sistema stesso. (L’oro come asset strategico in un contesto di guerre valutarie: Enrico Ferrini– Geopolitica, Vol II: La crisi finanziaria e il nuovo ordine economico mondiale)

[8] Alberto Bagnai “Crisi finanziaria e governo dell’economia”. In maniera del tutto simmetrica al matrimonio di convenienza fra Cina e Usa, a livello europeo la Germania ha finanziato la crescita della propria economia “export led” finanziando i deficit dei paesi periferici e meno competitivi dell’eurozona. Questi ultimi hanno così visto aumentare il proprio debito estero e con lo scoppio della crisi e la fine degli afflussi di capitali si è reso necessario l’intervento pubblico. Esso, pur avendo principalmente tutelato il sistema bancario nordico esposto, è stato usato come espediente per l’applicazione di politiche depressive.

[9] http://www.tg2.rai.it/dl/tg2/rubriche/P … 38206.html

[10] Joseph Nye è docente alla Kennedy School of Government di Harvard ed è stato a capo del National Intelligence Council durante l’amministrazione Clinton. Fonte: http://www.centroriformastato.it/percorso-di-lettura-leuropa-vista-dallamerica

[11] Spicca il caso della Deutsche Bank, che ha una esposizione a titoli derivati di ben 55 trilioni di euro, equivalenti a 100 volte i depositi bancari e 5 volte il Pil europeo . (Zerohedge)

[12] “Germany and the Euroland Crisis: The Making of a Vulnerable Haven” – Levy Institute. “In case of a euro breakup, swift appreciation of the new deutschmark would abruptly worsen German competitiveness and the German economy would crater as a result” http://www.levyinstitute.org/pubs/wp_767.pdf

Articolo tratto dalla tesina prodotta per il Master in Geopolitica CAOS & POTERI : LE EQUAZIONI DEL MUTAMENTO, organizzato da OltreilLimes, Sioi e Limes.

5 comments

  1. Giuseppe

    Trovo il vostro approccio alla politica internazionale fortemente razzista. In questo articolo, come in molti altri, parlate solo degli interessi degli USA, della Russia e di altre grandi potenze. Un movimento di massa di ucraini che sono scesi in piazza per protestare contro un governo corrotto e incapace di difendere gli interessi nazionali viene etichettato come “golpe”, ignorando il fatto che Janukovič scappò quando si rese conto di aver perso il sostegno da tutti i partiti, compreso il suo e che la leadership post Maidan avesse il consenso del Parlamento eletto nel 2012, dove la coalizione guidata dal Partito delle Regioni aveva una netta maggioranza.
    Dal vostro punto di vista è come se i popoli che abitano tra la Germania e la Russia fossero nazioni inferiori che non hanno diritto a decidere il proprio destino, ma devono sempre essere schiavi di una grande potenza.
    Dall’elezione di Obama, gli Stati Uniti sono sempre meno interessati all’Atlantico e concentrano le proprie risorse sul Pacifico. Durante uno dei dibattiti pre elettorali Obama ha preso le distanze da Romney, il quale sosteneva che la Russia fosse il principale avversario geopolitico di Washington. Obama ha sempre cercato di distendere i rapporti con Mosca fino all’invasione della Crimea. Se Stati Uniti e Gran Bretagna fossero davvero stati spinti da un fervore russofobo avrebbero adempiuto ai propri obblighi derivanti dal Memorandum di Budapest e avrebbero difeso l’Ucraina dall’aggressione. In realtà Washington e Londra hanno molto più a cuore le lobbies filorusse di Wall Street e della City rispetto al diritto internazionale.
    Lo scontro tra Russia e Occidente è principalmente una strategia populista di Putin volta a compattare l’elettorato contro una minaccia esterna, non essendo più in grado di comprare consensi offrendo posti di lavoro nel settore pubblico e non avendo il minimo interesse a fare riforme economiche che intacchino i privilegi dei siloviki.

    • Enrico
      Enrico

      Grazie per il tuo commento Giuseppe ma onestamente non vedo il senso della tua accusa di razzismo. È normale, soprattutto da una prospettiva geopolitica, che i paesi “periferici” risentano dell’influenza delle grandi potenze, regionali e mondiali. Non nego che in Ucraina ci fosse del sincero malcontente verso un governo corrotto; credo solo che il vero peccato del governo di quel paese così strategico fosse di essere filorusso e che pertanto tale malcontento è stato strumentalizzato e fomentato di conseguenza. Al riguardo si trovano facilmente articoli sulle manovre di Soros in questo senso* ed anche nel reclutamento del nuovo governo ucraino**. Per non parlare delle mosse della Nato in Ucraina in funzione antirussa (Manlio Dinucci) e l’utilizzo di gruppi neonazisti.
      Se hai letto tutte e due le parti capirai che non sono d’accordo sul fatto che gli americani si stiano concentrando sul Pacifico e disinteressando dell’Europa . Anzi, la vera posta in gioco era e rimane impedire una integrazione eurasiatica in quanto l’Europa sarebbe in grado di cambiare radicalmente i rapporti di forza fra i due blocchi.
      Infine l’articolo è un estratto di un lavoro un pò più articolato che è il frutto di analisi e ricerche mie personali e che GR ha accettato gentilmente di pubblicare.
      *Le lettere di Soros e il “manovratore” della crisi ucraina
      http://blog.ilgiornale.it/rossi/2015/07/02/le-lettere-di-soros-e-il-manovratore-della-crisi-ucraina/
      **Se Soros e la finanza scelgono il governo dell’Ucraina
      http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-12-03/se-soros-e-finanza-scelgono-governo-dell-ucraina-084934.shtml?uuid=ABOLVKLC

  2. Giuseppe

    L’Ucraina non è la periferia di nessuno! E’ uno Stato sovrano da 24 anni e ha diritto a decidere autonomamente la propria politica interna ed estera.

    Non c’è bisogno di disturbare gli hacker (vicini agli infami assassini della Berkut), per sapere le opinioni di George Soros. Basta guardare gli articoli che ha pubblicato sul New York Review of Books e altrove. Non vedo cosa ci sia di delirante nell’aiutare un Paese europeo che vuole diventare una democrazia e un’economia di mercato e che per questo sta subendo un’invasione territoriale. Non vedo neanche quale sia il problema se cittadini ucraini nati all’estero sono stati nominati ministri se hanno l’appoggio di un parlamento eletto regolarmente sotto la supervisione degli osservatori OSCE. Semmai è scandaloso che nell’Est del Paese degli agenti dei servizi segreti russi abbiano preso il potere non in maniera democratica, ma assaltando le sedi delle istituzioni locali.

    Quali sarebbero queste mosse antirusse della NATO in Ucraina? Inviare coperte ai soldati ucraini? Già dal vertice di Bucharest del 2008 la NATO ha fatto capire chiaramente che non c’è nessuna prospettiva di adesione per l’Ucraina. Dopo l’invasione della Crimea, Gran Bretagna e Stati Uniti sono rimasti a guardare, quando il Memorandum di Budapest obbliga loro così come la Russia a garantire la sicurezza e l’integrità territoriale dell’Ucraina.

    Riguardo ai neonazisti, saprai bene che vengono utilizzati anche dai terroristi della LNR e della DNR. Inoltre, tutta l’estrema destra europea appoggia incondizionatamente il progetto neoimperiale di Putin.

    Dall’elezione di Obama all’invasione della Crimea non c’è stato nessun peggioramento dell’atteggiamento degli USA nei confronti della Russia. E’ la Russia che è cambiata dalla rielezione di Putin. Nel 2008 Medvedev parlava di modernizzazione e auspicava a mantenere buoni rapporti con l’Occidente, adesso Putin parla di difesa di valori tradizionali minacciati da un Occidente perverso. L’UE non ha invaso regioni bielorusse e kazakhe a seguito della scelta di questi due Paesi di aderire all’Unione Economica Eurasiatica. E’ la Russia che prima ha ricattato i capi di Stato armeno e ucraino per dissuaderli dalla firma dell’Accordo di Associazione con l’UE e, quando nel caso ucraino la mossa si è rivelata vana, ha invaso parte dell’Ucraina. Non mischiamo le carte in tavola: l’aggressore è la Russia!

  3. Enrico
    Enrico

    Ripeto, non ne faccio una questione discriminatoria. Anche io penso che gli Stati debbano essere sovrani e padroni del loro destino, ma purtroppo la realtà dei fatti ci indica che non lo sono.
    Le provocazioni alla Russia sono palesi mentre i progetti neoimperiali sono frutto della propaganda americana. La Russia ha cercato semplicemente di stringere rapporti commerciali ed energetici con i partners europei e ciò non piaceva agli Usa. Gli attacchi alla Russia sono evidenti ma anche qui dipende dalla parzialità dell’informazione a cui uno fa riferimento: speculazione sul rublo e soprattutto sul prezzo del petrolio via sauditi e finanza occidentale, allargamento della Nato fino ai confini della Russia in violazione degli accordi anche informali del dopo guerra fredda, riarmo della Nato anche con arsenale nucleare (gli Usa non la presero bene mi sembra quando la Russia inviò missili a Cuba se non erro), boicottaggio progetti di integrazione energetica con l’Europa come il South Stream, di cui l’Italia è stata vittima sacrificale per eccellenza, sanzioni economiche, più dannose per gli europei che per i russi..
    Che il cambio di governo in Ucraina sia frutto di un golpe ben congegnato è ormai condiviso da buona parte degli analisti geopolitici e militari indipendenti (se vuoi leggi anche i numeri di Limes al riguardo) e pertanto la reazione di Putin è stata consequenziale a tali eventi. A meno che non si voglia far passare l’idea che gli occidentali possono tutto in quanto detentori dei valori universali da esportare al mondo. Quindi non si tratta di cambiare le carte in tavola ma di fare breccia sulla coltre di disinformazione fatta al riguardo.
    Non si tratta di vendersi alla Russia quanto piuttosto di evitare di far degenerare una crisi solo per gli interessi egemonici degli Stati Uniti in Europa e di sfruttare il nuovo contesto multipolare per emanciparsi da tale condizione.

  4. Giuseppe

    Attacchi alla Russia? Non vedo truppe ucraine, americane o europee sul suolo russo!
    Le violazioni degli accordi della NATO sono la conseguenza della violazione del Memorandum di Budapest. L’allargamento della NATO è avvenuto tra il 1999 e il 2004. L’invasione della Crimea è avvenuta nel 2014. Non c’è nessun nesso tra le due cose.
    Boicottaggio non è la parola giusta per la vicenda del South Stream. Il termine giusto è rispetto della normativa europea, un concetto sconosciuto a Mosca dove la legge viene applicata in maniera selettiva ai nemici di Putin secondo il famoso principio Друзьям всё, врагом закон.
    La fuga di Janukovič viene definita golpe solo da patetici nazi-comunisti. Gli analisti seri sanno bene che Janukovič si decise a scappare non appena si rese conto di non avere più sostenitori nemmeno nel suo stesso partito.
    La salita al potere di una leadership non gradita non è una scusa per invadere un Paese violando decine di trattati.
    Anche io sarei dispiaciuto se Sarkozy vincesse le prossime presidenziali, ma non riterrei che ciò sia un buon motivo per invadere la Provenza!

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