Il triangolo geopolitico tra Russia, Turchia e Grecia

fdecomite - Ships in Greece

fdecomite – Ships in Greece

Le forti sanzioni economiche poste nei confronti della Federazione Russa da parte dell’Unione Europea, a causa dell’escalation della crisi in Ucraina – anche se la presenza di truppe regolari russe non è mai stata realmente provata –, ha portato Mosca ad allontanarsi progressivamente dai partner commerciali del Vecchio Continente. Ciò ha causato un costante avvicinamento tra la Russia e Ankara, dal momento che l’accordo tra Stati Uniti e Iran sul nucleare conferisce alla Repubblica Islamica l’aspirazione ad ambire allo status di potenziale egemone regionale nel Medio Oriente. La conferma degli stretti rapporti commerciali tra Putin e Erdoğan sono ravvisabili nell’accordo stipulato per la costruzione del nuovo gasdotto denominato Turkish Stream tra l’impresa fornitrice di gas russa Gazprom e la società turca Botas[1]. Il progetto nasce dalle ceneri del South Stream, naufragato a causa del dietrofront della Bulgaria, e sfrutta la pipeline presente nel Mar Nero, approda in Turchia e garantisce ad Ankara la possibilità di divenire l’hub energetico tra la Federazione Russa e l’Unione Europea. I giacimenti europei e lo shale gas statunitense non permettono, insieme al gasdotto libico Greenstream, l’indipendenza europea dal gas russo. I rifornimenti energetici libici non sono al sicuro a causa della continua crisi nel Paese che, dalla caduta del regime di Gheddafi, sta vedendo varie fazioni opporsi tra loro per la conquista del potere politico[2]. La Turchia, a fronte dell’allontanamento dagli Stati Uniti a causa della politica di distensione con l’Iran promossa da Obama, si sta avvicinando sempre di più con Mosca, con la speranza di trovare le condizioni necessarie per divenire la potenza egemone all’interno dei confini regionali mediorientali, a scapito dell’Iran.

Turkish Stream

Quest’alleanza, puramente economica ed energetica, vede l’interessamento di un altro attore regionale, la Grecia. Se già vi sono stati numerosi contatti che sono sfociati nella firma dell’accordo preliminare sulla prosecuzione del Turkish Stream in Grecia, che secondo le stime dovrebbe garantire ad Atene il passaggio di 47 miliardi di m3 all’anno[3], Mosca continua a tentare Tsipras per un suo allontanamento dall’Unione Europea, soprattutto alla luce del referendum tenutosi il 5 luglio sull’accettazione o meno del Memorandum proposto dall’Unione Europea. Il rapporto di collaborazione tra la Russia e la Grecia sarebbe il primo passo per l’avvicinamento di Atene ai Brics i cui Paesi membri, proprio in occasione del referendum, hanno mostrato solidarietà alla decisione presa da Tsipras, auspicando un’uscita dall’Unione Economica e Monetaria (UEM)[4]. Il referendum greco è caduto in un momento storico importante, ossia alle porte della riunione dei Brics che si terrà proprio in Russia, a Ufa, il 9 e il 10 luglio, nella quale la Cina presenterà la documentazione necessaria affinché la creazione della Banca dei Brics, concorrente alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale, possa essere ratificata in Parlamento. L’economista Lawrence Solomon ha sottolineato come i rapporti di collaborazione tra Mosca e Atene potrebbero cambiare radicalmente gli scenari geopolitici europei, con una frenata decisa dell’espansione verso Est della NATO[5] e consentendo alla Russia di coronare il tanto ambito sogno di avere uno sbocco sul Mediterraneo, garantito anche dalla vicinanza economica con Ankara.

Il progetto del Turkish Stream, che sta creando un triangolo di collaborazione tra Mosca, Ankara e Atene, non sta passando inosservato agli altri attori balcanici, in particolare alla Repubblica di Macedonia e alla Serbia. Se la prima, come ha riferito il Primo Ministro Nikola Gruevski, accetterà una collaborazione energetica con la Russia solo se questa troverà un accordo con l’Unione Europea[6], la Serbia ha invece dimostrato un formale interesse per il gas russo, nelle parole dell’ambasciatore serbo a Mosca Slavenko Terzić[7], che aveva già affermato di non voler partecipare alle sanzioni europee contro Mosca. Si svilupperebbe una sorta di effetto domino non più politico-ideologico, come quello teorizzato dal presidente statunitense Eisenhower, bensì energetico e commerciale.

Il rapporto di collaborazione economica sull’asse Mosca-Ankara-Atene può sconvolgere notevolmente i piani geopolitici europei e mediorientali. Se la Grecia potrebbe recuperare una credibilità economica grazie agli eventuali aiuti russi e della futura Banca dei Brics, che diverrà operativa a partire dal 2016, la Turchia di Erdoğan potrebbe sfruttare la collaborazione russa per impedire l’ascesa iraniana nella geopolitica del Medio Oriente, grazie al processo di distensione con Washington, senza tuttavia intaccare i forti legami economici che intercorrono tra Ankara e Teheran[8]. A guadagnarne non sono solo la Turchia e la Grecia: la Russia potrebbe uscire facilmente dall’isolamento imposto dalle sanzioni europee, sfruttando anche i già rodati accordi con la Cina e l’Unione Eurasiatica costituita nel 2015 – a seguito del meeting del 2011 tra Putin, Lukashenko e Nazarbaev – con la Bielorussia, il Kazakistan, l’Armenia e il Kirghizistan[9].

Note:

[1] Demostenes Floros, «Dal South al Turkish Stream: Ankara gioca la carta russa», Limes, 5/2015, p. 137.

[2] Libia Country Risk, Geopolitical Risk Analysis, Geopolitical Review, www.geopoliticalreview.org, Roma, Giugno 2015, pp. 8-11.

[3] «Grecia nell’orbita russa. Siglato accordo per gasdotto e Mosca non esclude l’invio di aiuti economici ad Atene», L’Huffington Post, www.huffingtonpost.it, 19/06/2015.

[4] Geraldina Colotti, «I Brics: la Grecia venga con noi», Il Manifesto, www.ilmanifesto.it, 04/07/2015.

[5] Lawrence Solomon, «Lawrence Solomon: Russia’s Grentrance», Financial Post, www.financialpost.com, 03/07/2015.

[6] «Иднината на Македонија е во НАТО и УЕ», Vlada, www.vlada.mk, 26/05/2015.

[7] «Посол: у РФ и Сербии есть возможности для развития торговых отношений», Ria Novosti, www.ria.ru, 04/07/2015.

[8] Daniele Santoro, «La grande strategia della Turchia neo-ottomana», Limes, 5/2015, pp. 31-46.

[9] « Kyrgyzstan joins Eurasian Economic Union», World Bulletin, www.worldbullettin.net, 09/05/2015.

2 comments

  1. FRANCO

    L’analisi è molto interessante e pone in evidenza un aspetto, quasi mai preso in considerazione dai giornalisti e opinionisti di turno, che pone l’attenzione sia sul ruolo della Russia di Putin nelle vicende greche sia della evidente assenza di una reale politica industriale ed energetica della UE. Il sistema basato solo sulla politica economica e finanziaria ha portato e sta portando al fallimento dei requisiti essenziali di una Unione. Un dubbio, però, sorge spontaneo: qual è la reale e non ideologica differenza tra l’uscire da un sistema economico/finanziario dettato da BCE, WB, FMI per poi finire in un sistema economico gestito dai Paesi del BRIC

    • Edoardo Corradi

      Grazie per il commento Franco. Mi scuso per la tarda risposta ma mi trovavo fino a ieri fuori Italia e non mi era possibile rispondere.
      Attualmente non ci troviamo nel XX secolo dove chi aderiva a un blocco ne veniva influenzato ideologicamente e appoggiava ogni sua decisione. Attualmente ci troviamo in un mondo multipolare dove il sistema economico è il medesimo: la Cina non è socialista e la bolla finanziaria è l’espressione più chiara. La differenza risiede nelle possibilità economiche che vengono garantite. A fronte del grande passo indietro di Tsipras, la Troika fornirà aiuti in cambio di tagli più grandi di quelli del memorandum referendario. Ma i BRICS non avrebbero “fatto nulla per nulla”: i tassi d’interesse di un eventuale prestito della banca dei BRICS sarebbero più leggeri (ma dobbiamo ancora aspettare la reale entrata in funzione). Insomma, poco cambia. Non vi sono differenze, se non che uno ti strozza con più violenza dell’altro.

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