Iran di nuovo protagonista

BUSHEHR, IRAN - AUGUST 21:  This handout image supplied by the IIPA (Iran International Photo Agency) shows a view of the reactor building at the Russian-built Bushehr nuclear power plant as the first fuel is loaded, on August 21, 2010 in Bushehr, southern Iran.  The Russiian built and operated nuclear power station has taken 35 years to build due to a series of sanctions imposed by the United Nations. The move has satisfied International concerns that Iran were intending to produce a nuclear weapon, but the facility's uranium fuel will fall well below the enrichment level needed for weapons-grade uranium. The plant is likely to begin electrictity production in a month. (Photo by IIPA via Getty Images)

BUSHEHR, IRAN – (Photo by IIPA via Getty Images)

I riflettori sono tornati ad accendersi sull’unica teocrazia islamica del Medio Oriente impegnata a Vienna sulla questione nucleare che ha prodotto una lunga crisi e uno stallo nei negoziati pluridecennali. Tutto era iniziato nel 2002 quando gli esponenti dell’opposizione al regime iraniano avevano rivelato l’esistenza di due impianti nucleari non dichiarati (Arak e Natanz). Da allora la comunità internazionale e l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica hanno guardato con sospetto alle mosse iraniane, rilevando omissioni e mancanza di trasparenza, ma mai prove concrete di un programma nucleare militare clandestino che intenda produrre la bomba atomica. Teheran sostiene che le centrali nucleari e le centrifughe rientrino in un programma pacifico che impiega l’energia nucleare per scopi domestici.

Il problema principale verte quindi sull’arricchimento dell’uranio che, in altissime concentrazioni, è essenziale per produrre l’atomica. A questo si aggiungono altri punti controversi: l’eliminazione delle sanzioni multilaterali e unilaterali che hanno progressivamente isolato internazionalmente la Repubblica Islamica, colpendo le esportazioni dell’economia petrolifera senza però raggiungere gli obiettivi dichiarati; l’embargo sulle armi; il congelamento degli asset iraniani all’estero; il numero delle centrali e delle centrifughe attive, mirando complessivamente a un programma nucleare depotenziato. Da parte iraniana si spera in una cancellazione totale delle sanzioni e in un mantenimento del programma pacifico che confermi il fact sheet dell’aprile scorso a Losanna che confermava la volontà politica di intraprendere misure irreversibili e arrivare a una soluzione.

Ci si auspica un accordo “di qualità” che fughi tutti i dubbi e che offra benefici da entrambe le parti: per Washington si tratterebbe dell’unico successo nella sua politica estera nella regione, per Teheran un trionfo diplomatico, in quanto unico interlocutore affidabile dell’Occidente, nel rispetto dei suoi diritti e interessi nazionali. L’Iran può contare su Mohammad Javad Zarif, Ministro degli Esteri, ex ambasciatore all’ONU dal 2002 al 2007, profondo conoscitore del mondo diplomatico, stimato in Occidente e sul presidente tecnocrate moderato Hassan Rohani che, per la prima volta ha abbattuto il muro di silenzio, risentimento e ostilità storica quando aveva telefonato personalmente due anni fa a Obama. In questi giorni ai negoziati è presente anche Ali Akbar Salehi, il capo dell’Iranian Atomic Energy Organization che offre il suo expertise sugli aspetti tecnici. Poi c’è il rahbar, l’ayatollah Ali Khamenei, la Guida Suprema -che solitamente ha l’ultima parola su tutto- che è passato dall’osteggiare il dialogo a una posizione più conciliante, dando piena fiducia a Rohani e Zarif.

Invece, gli interlocutori occidentali sono i P5+1, cioè i 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (Stati Uniti, Cina, Russia, Francia, Gran Bretagna più la Germania) affiancati dall’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri dell’Unione Europea Federica Mogherini. Tra loro, Russia e Cina sono amici e alleati di Teheran e sostengono la sua posizione per avere maggiore influenza in chiave anti-statunitense. La maratona di trattative non è certo una novità: ci sono alle spalle 12 anni di negoziati falliti o boicottati da entrambe le parti, perché è sempre prevalsa la posizione di chi questo accordo non lo ha mai voluto.

Tra i detrattori sono presenti il Congresso americano a maggioranza repubblicana che boicotterebbe l’accordo per colpire Obama; le monarchie arabe sunnite del Golfo che minacciano azioni unilaterali intimorite dall’ascesa geopolitica del “nemico ontologico” sciita; Israele e Netanyahu che non accettano Teheran come attore legittimo e cavalcano le paure degli israeliani con una retorica roboante, denunciando che “negoziare con il nemico è un grave errore”; infine ci sono le ossessioni dell’Arabia Saudita, coinvolta in uno scontro geopolitico rivestito da una maschera identitaria. In questi anni, per “proteggersi” dall’ascesa dell’arco sciita, un asse che unisce Teheran-Baghdad-Damasco-Hezbollah- ha finanziato una galassia di movimenti sunniti estremisti, esasperando le polarizzazioni e le divisioni settarie interne all’Islam (sunniti contro sciiti) in funzione anti-iraniana. Tuttavia, oggi più che mai l’Iran si sente più forte e ha bisogno di non essere più additato come lo storico paria geopolitico, ma un attore regionale con cui risolvere le sfide alla pace e stabilità (con azioni congiunte contro le minacce dello Stato Islamico e lavorare per la stabilità in Iraq e Afghanistan).

Lo scorso 3 Luglio, il ministro degli Esteri Zarif ha dichiarato che “la coercizione e le pressioni non portano mai a una soluzione di lungo periodo. Per questo, un esito positivo richiede il coraggio di fare compromessi, la maturità di essere ragionevoli e l’audacia di rompere vecchie abitudini”. Secondo alcuni, rimangono ancora questioni spinose da affrontare, ma non si è mai stati più vicini ad un accordo.

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