La guerra del Kurdistan iracheno

Kurdistan iracheno

Duhok, Iraq

Dopo la presa di Mosul da parte del cosiddetto Stato Islamico (IS) lo scorso giugno e l’assedio della popolazione yazida sul monte Sinjar lo scorso agosto, la regione autonoma del Kurdistan iracheno si è trovata ad avere a che fare con un nuovo e temibile vicino di casa e ha dovuto affrontare una profonda crisi umanitaria causata dall’arrivo di circa 1.4 milioni tra profughi e sfollati[1], tra cui siriani, yazidi e altre minoranze etniche in fuga dall’IS. La popolazione curda irachena sta combattendo la sua guerra contro il califfato nonostante grandi difficoltà economiche e sociali.

 

L’emergenza profughi e sfollati

 

Un paese come l’Iraq, oppresso dalla dittatura, devastato dall’invasione americana e dalla guerra civile che ne è scaturita, e, infine, attaccato dai miliziani islamisti dell’IS, è una terra di profughi. In particolare, lo è la regione autonoma del Kurdistan. Con le campagne militari di Saddam Hussein del 1988, che hanno visto anche l’uso di armi chimiche, e la repressione delle rivolte curde nel 1991, i curdi iracheni sono più volte dovuti fuggire dalla persecuzione del dittatore. A Duhok, a nord ovest del Kurdistan, a soli 70 km da Mosul, la popolazione è infatti già preparata all’eventualità di dover scappare e trovar rifugio sulle montagne circostanti.

Nel 2003, a seguito dell’invasione americana, l’instabilità politica e l’escalation di violenza hanno causato la migrazione forzata di parte della popolazione araba verso la regione del Kurdistan. Di nuovo nel 2011 con lo scoppio della rivoluzione siriana e della conseguente guerra civile, il Kurdistan è tornato a essere terra di rifugio per coloro che scappano dalla guerra. Oggi, a Duhok, quello che è stato il primo campo profugo siriano si è organizzato con i suoi barbieri e i suoi ristoranti di shawarma, addirittura, dicono, migliori di quelli in città.

La vera emergenza umanitaria è poi arrivata con l’insorgere e l’avanzata dello Stato Islamico a metà 2014. In particolare, in agosto l’occupazione della zona del monte Sinjar da parte dei miliziani e la tragica fuga della minoranza etnica yazida hanno incrementato notevolmente il numero di sfollati rifugiatisi in Kurdistan.

 

La crisi economica

 

Alla profonda crisi umanitaria si somma la crisi economica in cui versa, ormai da più di un anno, la regione autonoma curda. Secondo la costituzione irachena, approvata nel 2005, la regione autonoma del Kurdistan deve condividere i proventi delle sue risorse petrolifere con la nazione irachena ricevendo poi il 17% del totale delle entrate petrolifere irachene[2]. All’inizio del 2014 il governo centrale di Baghdad, guidato dall’ex presidente Nuri Al-Maliki, ha decretato un notevole taglio del budget curdo accusando la regione di non aver rispettato l’accordo e di aver venduto il petrolio autonomamente. Ad oggi il governo curdo non ha ancora ricevuto la quota di budget del 2014 e nemmeno interamente quella del 2015. Inoltre, mentre i dipendenti pubblici del Kurdistan sono ancora in attesa dei loro salari, Baghdad sta pagando gli stipendi del personale residente nella aree occupate dall’IS[3] o sfollato nei campi profughi allestiti dagli stessi curdi. Questa situazione economica contribuisce, quindi, ad acuire le già forti tensioni tra curdi e arabi[4], di cui 1 milione e mezzo risiede in Kurdistan[5].

 

Verso la riconquista di Mosul?

 

Da dicembre 2014 i soldati Peshmerga (parola curda che significa coloro che affrontano la morte) hanno cominciato una graduale riconquista dei territori occupati dall’IS. A metà dicembre 2014 l’esercito curdo è riuscito ad aprire un corridoio che ha permesso alla popolazione yazida, assediata sul monte Sinjar da agosto, di fuggire. Inoltre, le forze curde hanno riconquistato la città di Ra’bia, sul confine con la Turchia, quella di Zumar a nord ovest e la maggior parte di Sinjar city[6]. Hanno consolidato la propria posizione nei pressi di Kirkuk[7] e a Jalawla e Saadiya a sud est del Kurdistan, vicino al confine con l’Iran[8]. Questa graduale controffensiva doveva rappresentare un’anticipazione dell’operazione di riconquista di Mosul che, secondo l’annuncio di Obama, avrebbe dovuto aver luogo questa primavera a fianco delle truppe irachene e delle forze della coalizione anti IS[9].

http://edinburghint.com

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Nonostante abbiano recuperato terreno, le forze Peshmerga si trovano a rispondere ad attacchi di guerriglia da parte dei miliziani su più fronti. L’IS attacca ripetutamente l’esercito curdo a solo mezz’ora da Erbil, a Gwer e Makhmour[10]. I miliziani sono soliti effettuare attacchi a sorpresa sul fronte delle zone appena liberate, come per esempio nella zona di Sinjar city[11]. Più di 800 Peshmerga sono stati uccisi e 3600 feriti dalla presa di Mosul da parte dello Stato Islamico[12].

Purtroppo, la risposta dell’IS non si limita ad attacchi convenzionali. In occasione delle celebrazioni del capodanno persiano, Nawroz, i miliziani hanno rilasciato un video che mostra la decapitazione di tre soldati Peshmerga prigionieri.

Lo stato islamico non esita, poi, a utilizzare la sua arma migliore: l’attentato terroristico. Il 30 gennaio 2015 i miliziani, di cui due si sono fatti esplodere, hanno attaccato un hotel presso Kirkuk. Da sempre contesa tra curdi e arabi sin dai tempi di Saddam Hussein, Kirkuk rappresenta un obiettivo strategico in quanto città ricca di petrolio nell’Iraq settentrionale. In seguito, il 17 aprile 2015 un’autobomba è esplosa vicino all’entrata del consolato americano a Erbil, capitale della regione autonoma curda. Il bilancio è stato di tre morti e numerosi feriti. Lo stato islamico è sapientemente andato a colpire il quartiere cristiano di A’nkawa, considerato come il più sicuro della città, dove risiedono molti stranieri[13].

Nel frattempo i raid della coalizione anti IS continuano a colpire le postazioni dell’esercito islamico intorno a Mosul in vista dell’attacco alla città, nella speranza di creare un passaggio per colpire lo Stato Islamico in Siria. Questa operazione militare può provocare, tuttavia, gravi ripercussioni sul Kurdistan iracheno. La riconquista di Mosul, seconda città dell’Iraq, potrebbe causare l’ennesimo massiccio esodo di profughi, destinati a essere accolti dalla popolazione curda che ha già dovuto far fronte all’arrivo di 1.4 milione di persone e alla crisi finanziaria. Soprattutto, le autorità curde avrebbero poi difficoltà a distinguere tra gli sfollati in fuga e i sostenitori del califfato, cellule potenzialmente pericolose per quella che per ora è la regione più sicura dell’Iraq.

Infatti, mentre molti, tra cui cristiani, curdi, e membri di altre minoranze, sono scappati da Mosul in seguito dell’arrivo dello Stato Islamico nel giugno 2014, altri hanno deciso di rimanere e di sottostare al regime di Al-Baghdadi. Ciò che è stato presentato come la conquista di Mosul da parte dello stato islamico è stato, in realtà, il frutto di negoziazioni e alleanze, anche di tipo economico, tra i miliziani, gruppi Ba’athisti[14] e fazioni tribali[15]. Già da anni, infatti, la popolazione sunnita di Mosul, non riconosce più come legittimi il governo centrale e l’esercito iracheno. Le politiche settarie promosse dal governo di Nuri Al-Maliki di etnia sciita hanno portato all’emarginazione dei gruppi sunniti, che costituiscono una minoranza della popolazione irachena[16]. Gli abitanti di Mosul hanno quindi accolto l’esercito islamico come la fine dell’occupazione militare sciita[17].

Come è stato pienamente documentato, i curdi stanno combattendo la loro guerra contro l’IS con alte perdite umane ed economiche. Tuttavia, la politica estera dell’amministrazione Obama rimane esitante nell’appoggiare il Kurdistan nelle sue operazioni militari continuando a inviare armi tramite il governo centrale di Baghdad[18]. Diversamente, paesi come la Germania, l’Italia, il Regno Unito, e la Francia stanno addestrando le forze Peshmerga e procurando loro armi. Armi, di cui i curdi hanno estremamente bisogno. L’equipaggiamento del loro esercito presenta, infatti, ancora un’estrema inadeguatezza in confronto alle armi tecnologicamente avanzate dello Stato Islamico[19].

 

Speranza di un’indipendenza e rapporti di buon vicinato

 

Lo scorso febbraio l’Economist ha pubblicato un articolo in cui prospettava l’opportunità del Kurdistan di rendersi finalmente indipendente[20]. Non c’è dubbio che i curdi iracheni, come anche i loro cugini siriani, si meritino un riconoscimento per gli ingenti sforzi bellici che da quasi un anno stanno impiegando contro questa minaccia ormai considerata come globale.

Tuttavia, la strada verso l’indipendenza è ancora lunga e molteplici fattori geopolitici vanno tenuti in considerazione. In primis, il governo centrale di Baghdad non permetterà facilmente che una regione così ricca di petrolio si emancipi, in particolare ora che i curdi controllano la zona di Kirkuk. Bisogna poi considerare come i due più potenti vicini di casa, Iran e Turchia, reagirebbero a un tale cambiamento. Infatti, sia l’Iran che la Turchia ospitano parte della popolazione curda alla quale non hanno nessuna intenzione di concedere l’indipendenza. Infine, gli stessi curdi dovranno dimostrarsi capaci di rimanere uniti, nonostante la spaccatura politica tra i due maggiori partiti, l’Unione Patriottica del Kurdistan (Puk) e il Partito Democratico del Kurdistan (Pdk).

 

Note:

[1] http://rudaw.net/english/kurdistan/01092014

[2] http://www.bbc.com/news/business-32220764

[3] http://rudaw.net/english/opinion/02042015

[4] http://www.hrw.org/news/2015/02/25/iraqi-kurdistan-arabs-displaced-cordoned-detained

[5] http://rudaw.net/mobile/english/middleeast/iraq/110320151?ctl00_phMainContainer_phMain_ControlComments1_gvCommentsChangePage=2_5

[6] http://www.economist.com/news/international/21644167-iraqs-kurds-are-independent-all-name-they-must-play-their-cards-cleverly-if-they

[7] http://edinburghint.com/insidetrack/iraq-weekly-security-report-05-may-2015-2-2-2/

[8] http://www.economist.com/news/international/21644167-iraqs-kurds-are-independent-all-name-they-must-play-their-cards-cleverly-if-they

[9] http://www.dailymail.co.uk/news/article-2961044/As-25-000-Iraqi-troops-training-retake-Mosul-country-s-second-largest-city-Islamic-State-militants.html

[10] http://www.economist.com/news/international/21644167-iraqs-kurds-are-independent-all-name-they-must-play-their-cards-cleverly-if-they

[11] http://rudaw.net/english/kurdistan/200120151?keyword=DAI%C5%9E

[12] http://www.economist.com/news/international/21644167-iraqs-kurds-are-independent-all-name-they-must-play-their-cards-cleverly-if-they

[13] http://rudaw.net/english/opinion/19042015

[14] Il partito ba’athista, fondato in Siria negli anni ‘40, salì al potere attraverso un colpo di stato sostenuto dall’esercito in nel 1963. Nel 1968 Saddam Hussein, segretario generale del partito, prese pieni poteri con un ulteriore colpo di stato.

[15] http://www.al-monitor.com/pulse/originals/2014/07/caliphate-baghdadi-rupture-from-al-qaeda-not-new.html#

[16] http://www.bbc.com/news/world-middle-east-25434060

[17] http://www.al-monitor.com/pulse/originals/2014/06/isis-mosul-takeover-residents-blame-iraqi-army.html#

[18] http://rudaw.net/english/kurdistan/100220151,

[19] http://rudaw.net/english/opinion/19032015

[20] http://www.economist.com/news/leaders/21644151-case-new-state-northern-iraq-set-kurds-free

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