Thailandia: il preoccupante business milionario del traffico di esseri umani

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Nel giugno del 2014 il Dipartimento di Stato americano ha pubblicato il “Trafficking in Persons Report”, un’analisi di portata globale sul fenomeno del traffico di esseri umani. Alla fine del documento, ricco di dossier e focus su specifiche situazioni regionali, è stato predisposto un quadro ad hoc nel quale i Paesi sono stati raggruppati in base al livello di tutela garantito alle vittime, definito in relazione agli standard previsti dal “Victims of Trafficking and Protection Act” (TVPA), adottato in seno all’amministrazione Clinton il 28 ottobre 2000.

Ai sensi della legge federale sono stati individuati quattro differenti livelli di protezione:

  • Livello 1: Paesi i cui governi rispondono pienamente agli standard minimi del TVPA;
  • Livello 2: Paesi i cui governi non rispondono totalmente agli standard minimi del TVPA e stanno facendo significativi sforzi per conformarvisi;
  • Livello 2 – Lista di controllo: Paesi i cui governi non rispondono pienamente agli standard minimi del TVPA e stanno facendo sforzi significativi per conformar visi, ma allo stesso tempo:
    • Il numero assoluto di vittime di gravi forme di traffico è rilevante o è aumentato sensibilmente;
    • Vi è mancanza di prove che avvalorino gli sforzi per combattere le gravi forme di traffico di persone rispetto all’anno precedente;
    • La volontà dei governi di conformarsi agli standard del TVPA era dovuta alla necessità di guadagnare tempo;
  • Livello 3: Paesi i cui governi non rispondono appieno agli standard minimi e non attuano sforzi significativi per farlo.

In un recente passato la Thailandia, così come la Malesia e il Venezuela, rientrava tra i Paesi sottoposti a controllo da parte del Dipartimento di Stato ma, avendo accusato mancanze sotto ogni punto di vista, è stata retrocessa dal Dipartimento di Stato USA al terzo livello.

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Due sono le regioni del Paese ove operano i trafficanti di esseri umani: il Nord – Est, che riguarda il traffico proveniente dal Laos e dalla Cambogia, e il Sud, che coinvolge i traffici provenienti dal Myanmar e dal Bangladesh e che hanno come ultima destinazione la Malesia. Si tratta di due modelli di business assai diversi per rotte, vittime e fini.

Il primo caso è quello della tratta delle donne laotiane e cambogiane le quali, ingannate dai trafficanti che promettono proficue opportunità di lavoro in Thailandia, vengono impiegate nel fruttuoso mercato della prostituzione che supporta il turismo locale, soprattutto nella regione centrale del Paese attorno alla capitale Bangkok. Si stima che dal 2001 a oggi siano oltre 2.000 i cittadini laotiani venduti ai mercati thai della prostituzione, di cui circa il 95% donne e l’80% minorenni. Queste donne, il cui range di età oscilla tra i tredici e i venti anni, sono frequentemente trattate come schiave e costrette a prostituirsi in ambienti insalubri e degradanti, vivendo nell’effimera promessa di quel lavoro che gli avrebbe consentito di liberarsi dalla povertà del loro Paese di origine.

Lo scorso febbraio i funzionari dell’immigrazione di Laos e Thailandia hanno promosso una lotta congiunta al traffico che intercorre tra i due Stati, mentre nel mese di giugno la polizia di Bangkok ha fatto una retata in un locale malfamato, riuscendo a liberare alcune ragazze minorenni. Tuttavia la corruzione delle autorità, la mancanza di cooperazione tra l’amministrazione e il settore privato nonché le leggi contorte nel Paese non contribuiscono a reprimere definitivamente questo fenomeno.

Nel Sud del Paese vittima del business è la minoranza mussulmana di origine bengalese dei Rohingya che, a lungo perseguitata in Myanmar, fugge da anni alla ricerca di protezione verso gli Stati limitrofi della Thailandia e della Malesia, finendo per cadere vittima dei commerci illegali. Tuttavia negli ultimi anni le attività illecite sono state estese anche alla generalità dei cittadini bengalesi, per lo più migranti economici che cercano di ricongiungersi con le loro famiglie già residenti in Malesia, a prova delle immense opportunità di profitto offerte dal redditizio giro di affari illegali.

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Author: Rak-Tai – wikimedia

Il modello di business dei trafficanti prevedeva in origine il trasporto via mare dei migranti e il successivo proseguimento via terra sino in terra malesiana, ma il recente inasprimento dei controlli ha indotto i trafficanti a ricorrere quasi esclusivamente alle impervie rotte marittime. I trafficanti thai comprano i migranti che sopraggiungono con i barconi: generalmente un carico include 300 persone e il prezzo, inclusivo delle tangenti da destinare alla polizia locale, si aggira sui $ 20.000. Dopodiché i migranti sono condotti e trattenuti nella giungla thailandese fino al momento in cui le loro famiglie non pagheranno il riscatto, che si aggira sui $ 2.000 o 3.000 a persona, un’enorme somma per gente che di solito svolge lavori a buon mercato in Malesia. E’ questo il motivo per cui alla fine la maggior parte dei migranti finisce per lavorare in condizioni di schiavitù nei pescherecci thailandesi.

Uno degli aspetti che desta maggiore inquietudine è l’omertà dimostrata della popolazione locale che, dietro compenso di modeste di somme di denaro o di droghe, assicura ai trafficanti un controllo costante sul territorio disincentivando la fuga delle centinaia di trattenuti. Se a questo si aggiunge lo stato di raccapricciante connivenza tra i trafficanti e le autorità locali, è comprensibile l’allarmismo che traspare dalla lettura del report del Dipartimento di Stato americano. Molteplici sono gli episodi che attestano il coinvolgimento della polizia e dei funzionari pubblici nelle attività dei trafficanti e la conseguente corruzione, soprattutto considerando l’apparente l’impossibilità che qualcuno sia in grado di operare illecitamente nella regione a confine tra Thailandia e Malesia trattandosi di un’area militarizzata e come tale sottoposta a rigidi controlli.

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asianews.it

A dispetto delle circostanze, dopo che lo scorso 1° maggio in una fossa comune nella provincia thailandese di Songkhla nel Sud del Paese sono stati ritrovati i cadaveri di ventisei persone, riconosciuti come immigrati provenienti dal Myanmar e da Bangladesh, sono state avviate proficue investigazioni che il 24 luglio hanno portato la Procura di Stato thailandese ad emettere accuse per traffico di esseri umani nei confronti di oltre un centinaio di persone, tra cui un generale dell’esercito e quindici funzionari locali.

Questo episodio resterà isolato e non contribuirà a sconfessarne di nuovi se non si riuscirà a predisporre un piano strategico funzionale a sradicare il fenomeno dall’intera regione che includa tutti gli Stati coinvolti (Bangladesh, Myanmar, Thailandia e Malesia) e che preveda anche aiuti umanitari e finanziari da rivolgere ai Paesi di origine quali Bangladesh e Myanmar. Oltre alla previsione di un accordo multilaterale sarebbe opportuno permettere alle agenzie delle Nazioni Unite come l’UNHCR di intervenire sul territorio con la logistica e i fondi di cui dispongono, ma la situazione è resa assai complicata dal fatto che né la Malesia né la Thailandia, vale a dire i Paesi di approdo dei migranti, sono firmatari della Convenzione di Ginevra del 1951 sui Rifugiati.

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