Tra Fascismo e Antifascismo. Ovvero come funziona la Guerra di Propaganda, e perché sta vincendo Putin.

Putin

DAVOS-KLOSTERS/SWITZERLAND, 29JAN09 – Vladimir Putin, Prime Minister of the Russian Federation talks to the participants of the ‘Private Meeting of the Members of the International Business Council with Vladimir Putin’ at the Annual Meeting 2009 of the World Economic Forum in Davos, Switzerland, January 29, 2009. Copyright by World Economic Forum swiss-image.ch/Photo by Sebastian Derungs

La Nato ha da poco caricato un video su YouTube dal titolo: Ucraine: Where are all the Fascists?

Nell’ambito di una operazione per contrastare la propaganda Russa che, secondo la portavoce ufficiale dell’Alleanza Atlantica Oana Lungescu, dovrebbe cominciare in questi giorni. In realtà la guerra di propaganda tra Russia e Stati Uniti, e alleati al seguito, è cominciata da parecchio tempo.

Già nel 2008, ai tempi della crisi in Ossezia del Sud, si era registrato un aumento esponenziale degli attacchi all’immagine della Russia. Oppure tutto era iniziato, come fanno notare altri, nel 2005, quando Mosca e Berlino firmavano importanti accordi energetici e commerciali, primo fra tutti quello istitutivo del gasdotto North Stream, con sommo dispiacere di chi temeva (e teme tutt’ora) l’asse Mosca-Berlino.

Il conflitto si fa anche a colpi di video su YouTube, giornalisti compiacenti e pokazukha, termine che può essere tradotto dal russo come “spazzatura propagandistica”; e il fine è quello di creare la percezione che un paese, in questo caso la Russia, si diametralmente opposto a noi per valori e obiettivi.

Non è un’operazione semplice, quella di trasformare quello che per lungo tempo è stato accolto come un partner strategico, nella nostra nemesi militare e culturale.

In questi casi, il modus operandi dei media è piuttosto ripetitivo. Giornali e televisioni cominciano a cambiare i termini quando si riferiscono a un paese considerato ostile: un governo straniero diventa un regime; i gruppi armati a noi contrari, da ribelli si trasformano in insorti, o in maniera più negativa, milizia; per non parlare del termine “terrorista”, talmente abusato che ormai non si capisce più che definizione dargli.

Ma c’è un elemento che conserva un certo fascino vintage, e che fino ad oggi aveva sempre funzionato: accusare il nemico di essere Fascista. L’accostamento di un personaggio politico o di un governo con l’ideologia Fascista significa, nella strategia dell’Information Warfare, una condanna senza possibilità di appello. Per un tacito accordo, tutte le maggiori correnti ideologiche degli ultimi cinquant’anni hanno generosamente elargito condanne di Fascismo a destra e manca, senza un vero riguardo per quello che il Fascismo possa avere ideologicamente significato.

Ed è così che nel Sud-America socialista (o Bolivarista, se si vuole) diventano Fascisti gli emissari delle multinazionali occidentali che, dal punto di vista della sinistra, sfruttano le popolazioni e il territorio latino-americani senza riguardo alcuno per lo sviluppo locale e i diritti dei lavoratori. Memorabile al riguardo è il j’accuse di Chavez all’ex primo ministro Spagnolo José María Aznar.

Per questa stessa ragione, alcuni spin doctors, tra i quali l’ex speechwriter di Richard Nixon, William Safire, hanno puntato molto sul neologismo “islamofascismo”: semplice e diretto, mostra chiaramente chi è il nemico.

Dunque sembrava una scelta obbligata:

La propaganda mediatica anti-Russa, procedendo a singhiozzo tra aspettative per fantomatiche rivoluzioni colorate domestiche e reali necessità di gas russo da parte degli stati Europei, era riuscita ad esaltare (ed esasperare) gli aspetti più illiberali della Russia odierna. Ci arrivavano forte e chiare le immagini di una società profondamente permeata dall’intolleranza, dove i giornalisti venivano fatti sistematicamente fuori e le bande di skinheads tenevano in ostaggio le maggiori città, con il silenzioso beneplacito dello Stato. Gli omosessuali erano costretti a una vita di clandestinità, e i clandestini a vivere di stenti. Tutti abbiamo avuto modo di vedere il documentario di Putzel From Russia with Hate, che, distribuito durante la crisi in Ossezia, gli valse 4 premi giornalistici e un significativo avanzamento di carriera.

Dato che questo articolo si concentra sull’aspetto meramente propagandistico, né discuto la società Russa, né la paragono ad altre, ma analizzo come un paese fatto oggetto di tutti i tradizionali strumenti propagandistici sia riuscito non solo a scrollarsi di dosso l’epiteto di Fascista, ma anzi sia arrivato a presentarsi al mondo come campione dell’Antifascismo.

Ma prima bisogna tenere a mente che il termine Fascista ha significati diversi a seconda della propria formazione culturale. Negli Stati Uniti e tra la popolazione Europea più liberista, Fascista sta a indicare un comportamento che mina le libertà civili individuali, oppure, se riferito a un governo, denota la mancanza di trasparenza e l’inefficienza degli strumenti della democrazia partecipativa; mentre gli Europei appartenenti alla tradizione socialista o comunista, considerano fascisti i propri oppositori politici, più o meno riconducibili all’area della destra. Questi ultimi possono essere democristiani, liberali, monarchici, repubblicani, etc, poco importa; se dimostrano di essere anticomunisti, sono destinati a finire anche loro etichettati.

In Russia invece, il fascista è fondamentalmente l’invasore. La Seconda Guerra Mondiale, che ha visto i Russi insieme agli Alleati vincere le potenze dell’Asse, viene ricordata come “La Grande Guerra Patriottica”; quindi la sconfitta del Fascismo non ha una valenza ideologica, ma anzi viene considerata come una vera e propria cacciata e conseguente annientamento dello straniero, che aveva varcato le frontiere della patria Russa con l’intento di sterminare il popolo Slavo e accaparrarsi le sue terre. Il concetto russo di “Fascista” è certamente ideologizzato, ma privo dello stesso aspetto politico che ha in Europa o in America: non si cura infatti dell’incompatibilità del Fascismo con i valori liberali e democratici in senso occidentale. È proprio per questo sentimento, molto vivo anche nelle generazioni più giovani, che i Russi non hanno mai digerito le accuse di Fascismo rivolte loro.

Ma il significato di “Fascismo” si fa ancora più complicato quando guardiamo all’Europa Orientale, in particolare alla fascia di terra che si snoda dal Mar Baltico al Mar Nero. Lì, per ragioni storiche, il Terzo Reich ha lasciato in eredità un’immagine del Nazismo non necessariamente negativa; ma anzi, spesso questa memoria si è fusa con l’ideale di indipendenza e, conseguentemente, con il concetto di identità nazionale. Se vi capita di passeggiare per Vabaduse väljak, o Piazza della Libertà a Tallinn, noterete un enorme monumento edificato nel 2009 per celebrare l’indipendenza dell’Estonia: è una alta colonna che ha sulla cima una variante della Croce della Libertà, che è la massima onorificenza del governo Estone, ed è stata conferita tra gli altri a Vittorio Emanuele III e Benito Mussolini. Fatto interessante di questa particolare variante, è che ricalca esattamente lo stemma della divisione di SS Estoni che hanno combattuto agli ordini di Hitler durante la Seconda Guerra Mondiale. Nonostante le proteste suscitate, agli Estoni non dispiace questo monumento così ambiguo.

Se invece doveste trovarvi per le strade di Riga il giorno 16 Marzo, potrete assistere alla marcia annuale nota come Leģionāru piemiņas diena, o anche come Giorno della Legione Lettone. La manifestazione è dedicata alla divisione Lettone delle Waffen SS e, seppur dal 2000 non è più una commemorazione ufficiale del governo, continua a richiamare tantissimi esponenti delle maggiori forze politiche e cariche dello stato, ma anche nostalgici e russofobi dalle vicine repubbliche baltiche. La processione, che parte dalla Cattedrale di Riga, prevede la deposizione di una corona di fiori presso il locale monumento alla libertà, per poi terminare presso il Cimitero dei Legionari, dove sono sepolti i corpi delle SS.

Le comunità baltiche, che storicamente hanno intrattenuto ottimi rapporti con il Terzo Reich, non se la sentono proprio di adeguarsi agli standard della memoria storica Europea, ma anzi custodiscono gelosamente un ricordo che, nel corso degli ultimi vent’anni, è stato talmente idealizzato da diventare mito; o meglio, parte del mito fondante dei moderni stati Baltici.

Mentre i media di molti dei paesi del Blocco Occidentale avevano introdotto l’elemento del “Fascismo” nella loro campagna contro il Cremlino, con la crisi in Ucraina la macchina propagandistica Russa ha portato a compimento una magistrale operazione di rovesciamento delle accuse, arrivando a ribaltare la prospettiva di un considerevole segmento della popolazione dell’Unione Europea.

Nonostante l’annessione della Crimea e l’instaurazione delle Repubbliche Popolari nell’Est dell’Ucraina siano avvenute anche con l’appoggio politico di elementi dell’estrema destra Russa, l’apparato mediatico di Mosca è riuscito con successo a trasformare, agli occhi del pubblico, il conflitto in corso in una sorta di revival della guerra civile spagnola tra le forze antifasciste e i Nazisti. La propaganda Russia, nell’arco di pochi mesi, ha compattato le fila dell’elettorato, provato dalle continue sanzioni e contro-sanzioni economiche, attorno al mito nazionalista della vittoria della Grande Guerra Patriottica, aumentando ulteriormente il supporto del popolo Russo al suo presidente; nello stesso tempo ha inasprito i divari interni agli Stati Membri dell’Unione Europea, i cui cittadini in numero crescente hanno cominciato a parteggiare per i separatisti.

Il maggiore aiuto, in questo caso, è stato fornito alla Russia dalle nuove autorità Ucraine. I disordini scoppiati nelle strade di Kiev tra Novembre 2013 e Febbraio 2014 che sfociarono nella rivolta di EuroMaidan, e che portarono a compimento un regime change in Ucraina, hanno visto vari gruppi neo-nazisti e di estrema destra assumere il ruolo di guida in vari aspetti delle manifestazioni. In seguito, anche se questi gruppi costituiscono una minoranza all’interno del variegato universo della protesta, importanti ruoli istituzionali sono stati assegnati ad esponenti del neofascismo ucraino.

Arseniy Yatsenyuk, attuale primo ministro, proviene dal partito di centro-destra “Unione Pan-Ucraina della Patria”, ma dall’inizio dei disordini si è sbilanciato molto spesso in favore di gruppi più violenti ed estremisti. È stato Yatsenyuk infatti ad appuntare Arsen Avakov, che ha definito gli Ucraini di etnia Russa “scarafaggi”, Ministro dell’Interno. Avakov e Yatsenyuk sono tra i fondatori del partito “Fronte Popolare”, lo stesso partito che ha supportato l’elezione di Andriy Biletsky per un distretto di Kiev. Quest’ultimo, oltre a essere leader dei gruppi neo-nazisti “Assemblea Social-Nazionale” e “Patrioti Ucraini”, è anche comandante del famigerato Battaglione Azov, tristemente noto per i metodi brutali utilizzati contro i ribelli e i civili dell’Est, e per fare sfoggio di simboli nazisti; con il prolungarsi della guerra, il battaglione è diventato reggimento, e Biletsky è stato promosso tenente-colonnello. L’ufficio di capo della polizia per la provincia di Kiev è stato assegnato invece ad un altro militante di “Patrioti Ucraini”, nonché militare del Battaglione Azov, Vadym Troyan.

Il fondatore del “Centro di Ricerca Politica Joseph Gobbels”, Yuriy Mykhalchyshyn, è passato dal ruolo di consigliere del partito “Svoboda” (tradotto Libertà), che fino al 2004 si chiamava “Partito Social-Nazionalista”, a quello di capo della propaganda e analisi dei Servizi di Sicurezza Ucraini (SBU).

La lista è lunga, ma fondamentalmente sono due le maggiori entità politiche di estrema destra che sono state figure di primo piano in EuroMaidan e stanno conquistando ruoli chiave nel nuovo governo: Svoboda e Pravyi Sektor (Settore di Destra). Questi gruppi costituiscono, attraverso le loro propaggini paramilitari, l’avanguardia dell’esercito Ucraino nella repressione della ribellione nelle regioni di Lugansk e del Donbass.

Grazie alle esternazioni di alcuni tra i politici e i militari del nuovo governo di Kiev, Putin ha avuto gioco facile nel presentare la resistenza filo-russa del Sud-Est del paese come una forza Antifascista, ergo come un elemento universale che trasforma le parti in lotta in una divisione manichea tra buoni e cattivi e che, per questa ragione, è in grado di attrarre velocemente le simpatie Europee.

Inoltre è stato rispolverato per l’occasione l’intero armamentario di simboli e bandiere della Grande Guerra Patriottica, parte indispensabile di un marketing orientato, oltre che all’Occidente, anche ai consumatori Russi.

Se da un lato la nuova classe dirigente Ucraina ha compiuto ingenti sforzi per rovinare la sua stessa immagine a livello internazionale, dall’altro Mosca si è prodigata anche sugli aspetti politico-associativi della propria propaganda, col fine di ergersi a paladino dell’Antifascismo.

Il movimento Naši, Movimento Giovanile Democratico Antifascista “Nostri”, è stato creato nel 2005 a immagine e somiglianza del Komsomol, l’organizzazione della gioventù comunista dell’Unione Sovietica, e il suo leader Vasily Yakemenko ha sovente palesato le sue posizioni filo-governative.

Di più recente formazione è invece l’associazione Mir Bez Natsizma (MBH), letteralmente “Un Mondo senza Nazismo”. Fondata nel 2010 dall’oligarca ebreo Boris Spiegel. È una organizzazione-ombrello che collega tra loro vari gruppi e gruppuscoli antifascisti in Russia e Europa; e le battaglie portate avanti dal MBH hanno la qualità di coincidere sempre con la politica estera del Cremlino, coincidenza che gli ha fatto guadagnare l’epiteto di GONGO, ovvero government organized non-governmental organization, che sono gli strumenti privilegiati delle proxy-wars, le guerre su commissione che consentono alle grandi potenze di confrontarsi indirettamente sul suolo di paesi terzi.

A Novembre 2014 i delegati del Cremlino proposero in seno alle Nazioni Unite una risoluzione “per contrastare la glorificazione del Nazismo e altre pratiche che contribuiscono ad alimentare forme di razzismo e intolleranza al giorno d’oggi”. La risoluzione fu approvata da quasi tutti gli stati del mondo, fatta eccezione per la totalità dell’Europa, seguita da una manciata di stati africani, che si è coraggiosamente astenuta. Gli unici voti contrari sono stati quelli di Stati Uniti, Ucraina e Canada, ed hanno dimostrato in questo modo, che l’isolamento internazionale della Russia è molto labile.

È giusto riconoscere che la propaganda Occidentale ha commesso un errore tentando di tacciare Mosca di Fascismo. Nelle intenzioni degli spin doctors nostrani, sarebbe dovuta essere un’operazione semplice: la Russia, con il suo bagaglio di tradizionalismo e patriottismo, si prestava bene a incarnare un fantomatico e minaccioso “Quarto Reich”, contro cui concentrare le forze Atlantiste forgiate all’insegna dei valori liberali. Invece non abbiamo retto al contrattacco. Le accuse di Fascismo si sono rivelate un boomerang che, una volta tornato nello schieramento occidentale, ha mostrato al mondo la fragilità strutturale del pensiero Antifascista dell’Europa, divisa tra l’Occidente che considera il Fascismo come il male assoluto, e l’Oriente che, seppur celatamente, ne glorifica i simboli e il passato storico.

La resurrezione del fantasma del Fascismo ha giovato a Putin sotto diversi aspetti. Sta riuscendo infatti, attraverso la grande campagna pubblicitaria dei nostalgismi della seconda Guerra Mondiale, a spaccare anche l’opinione pubblica di quegli stati che sono più aspramente anti-russi. Durante la guerra, l’Armata Rossa è riuscita spesso a presentarsi come forza liberatrice, e ad attrarre numerosi combattenti slavi e baltici. È su questo ricordo che Putin intende fare perno per indebolire le opinioni pubbliche di quei paesi, e convincerle che prendere le posizioni della Russia odierna significa anche salvaguardare alcuni valori superiori conquistati col sangue dai nostri nonni. Questo stesso discorso è valido anche per i sempre più numerosi volontari che stanno lasciando paesi come la Spagna, la Francia e l’Italia per andare a combattere nel Donbass.

La guerra in Ucraina ha segnato la definitiva divisione tra Fascisti e Antifascisti, tra i gruppi paramilitari agli ordini del governo, che esternano orgogliosamente i simboli del Nazismo, e i ribelli, che non perdono occasione per mostrare i loro drappi nero-arancio, colori simbolici della vittoria Russa nella seconda Guerra Mondiale. Questa divisione, che nella parte di mondo che è filo-russa ricalca anche quella tra buoni e cattivi, per noi è ancora difficile da delineare: dobbiamo infatti decidere se appoggiare i Russi, che secondo i nostri media dovrebbero essere Fascisti; oppure supportare gli Ucraini, che Nazisti lo sono davvero.

 

 

 

2 comments

  1. Giuseppe

    La vicinanza del Cremlino ad alcuni elementi del fascismo non è un invenzione della “propaganda occidentale”.

    L’etnicizzazione della politica estera (invadere e minacciare di invadere Stati sovrani per proteggere persone di etnia russa all’estero a prescindere dalla cittadinanza, dai trattati internazionali e dalla veridicità delle presunte minacce), il culto della personalità e l’omofobia sono elementi che accomunano l’attuale leadership russa alle ideologie fasciste.

    Nei suoi discorsi in televisione Putin cita sempre il suo filosofo preferito Ivan Il’in, secondo il quale l’unico errore del nazionalsocialismo non furono le persecuzioni, le invasioni e gli stermini, ma l’anticlericalismo.

    A novembre Putin ha difeso il Patto Molotov-Ribbentrop a una conferenza con gli storici e di nuovo durante l’incontro con Angela Merkel subito dopo il Den’ Pobedy.

    Un paio di mesi fa Rodina, il partito fondato da Dmitrij Rogozin, ha organizzato a San Pietroburgo una conferenza con il peggio della feccia nera europea (Forza Nuova, NPD, British National Party per citare solo i nomi più celebri).

    Questi sono fatti, non invenzioni della presunta propaganda occidentale.

  2. Stefano Matonte

    Caro Giuseppe,
    provo a fare un po di chiarezza riguardo alle tue deduzioni.

    In primo luogo, nei primi paragrafi spiego chiaramente che: “ Dato che questo articolo si concentra sull’aspetto meramente propagandistico, né discuto la società Russa, né la paragono ad altre,…”; in particolare il culto della personalità e l’omofobia , che tu riconosci come “elementi del fascismo”, sono in realtà caratteristiche di moltissime società diverse tra loro per orientamento politico. Ti assicuro che puoi ritrovare il culto della personalità nell’odierna Corea de Nord, che pure è un regime comunista; come puoi constatare l’alto e diffuso livello di omofobia nelle liberali repubbliche dell’Europa dell’Est.

    Inoltre parli di una certa “etnicizzazione della politica estera Russa”. Quello della diaspora russa è un elemento tradizionale della geopolitica del Cremlino (basti pensare alle prese di posizione di Boris Yeltsin circa i diritti della minoranza russofona Estone), e non certo un’invenzione di Putin, e neppure un sintomo di esasperazione dell’etnocentrismo (altro elemento antichissimo della geopolitica di Mosca). Al riguardo ti consiglio di leggere alcuni editoriali sulla Russia di Lucio Caracciolo, che sono semplici ed esplicativi.

    Ritengo inappropriato accostare Ivan Il’in al Nazismo, di cui è stato un acceso critico, e non solo per quanto riguarda l’anticlericalismo. Nonostante fosse un rigido conservatore, penso non abbia simpatizzato per i movimenti fascisti più di Heidegger o di Jorge Luis Borges.

    Infine, è noto che il Cremlino ha intessuto negli ultimi anni una fitta rete di legami con vari movimenti euroscettici, nella gran parte di destra o estrema destra. Ma questo avviene in virtù del potere destabilizzante che questi partiti detengono nei riguardi degli equilibri interni dell’UE. Ciò che interessa a Putin è mantenere l’Europa distante dalla politica estera americana, e lo fa anche saldando i legami con partiti di sinistra (ti consiglio di leggere un’interessante dichiarazione di Sahra Wagenknech, del partito di sinistra Die Linke, sulla guerra economica contro la Russia).

    Come vedi, caro Giuseppe, la propaganda a volte funziona anche attraverso una spiegazione semplicistica di fatti reali. Spero che continuerai nel tuo percorso di studio della geopolitica, ma ti ricordo che l’analisi di questa richiede molta attenzione, e soprattutto spirito critico.

    cordialmente
    Stefano Matonte

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