Il triangolo USA-Giappone-Cina: l’affare Senkaku/Diaoyu

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Cenni Storici

Di recente, lo scenario dell’Estremo Oriente sta prepotentemente tornando a pesare sulle scelte dei decisori politici, occidentali e non. Sia gli Stati Uniti che la Repubblica Popolare Cinese (d’ora in poi RPC), assieme ai loro partner, stanno infatti ponendo in essere tutta una serie di azioni mirate a trarre beneficio dall’immenso potenziale dell’area. In tutti i campi, da quello commerciale a quello militare passando per quello culturale/storico, le due Grandi Potenze in questione stanno concentrando vasta parte delle loro energie in modo non apertamente conflittuale. Come la Storia insegna, però, in situazioni di tal fatta le frizioni sono inevitabili. Una delle principali linee di faglia dell’area è quella tra Giappone e RPC, per una serie di motivi di ordine economico, politico ed anche storico/culturali. In riferimento a tale situazione, scopo della presente analisi è quello di introdurre uno dei principali punti di contenzioso tra i due Paesi, cioè l’affare delle Isole Senkaku/Diaoyu[1], un piccolo arcipelago disabitato posto in posizione strategica su una delle principali rotte di navigazione della zona. La sovranità su tale arcipelago è a tutt’oggi fortemente contestata ed è considerata “the most serious for Sino-Japanese relations in the post-war period in terms of the risk of militarised conflict.”[2] Si procederà dunque, ad una panoramica sia nel contesto del Diritto Internazionale sia che in quello storico delle origini di tale questione fino al 2009, momento in cui sia in Giappone che negli Stati Uniti avvenne un profondo cambiamento politico: da un lato, in Giappone salì al potere un Governo di centro-sinistra per la seconda volta dal 1946, anno dell’entrata in vigore della Costituzione; al tempo stesso, sull’altra sponda del Pacifico, il Governo degli Stati Uniti tornava ad essere a guida Democratica con un Presidente, Obama, sul quale molti nutrivano grandissime aspettative.

Energeopolitics.com Le isole Senkaku/Diaoyu

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Le isole Senkaku/Diaoyu

I Trattati regolanti la sovranità sulle isole e le principali fasi storiche fino all’inizio del XXI secolo

Innanzitutto, va detto che, dal punto di vista del Diritto Internazionale, la questione Senkaku/Diaoyu presenta una duplice criticità: da un lato, vi sono forti divergenze per quanto riguarda l’interpretazione dei Trattati internazionali occupantesi di regolare la questione; dall’altro, la combinazione delle due posizioni di forte intransigenza assunte sin dall’inizio dai due Paesi spiega perché non sia stato fatto ricorso a nessuno dei metodi di soluzione pacifica delle controversie codificati dal Capitolo VI, segnatamente all’articolo 33,[3] della Carta delle Nazioni Unite né a quelli previsti dalla Convenzione di Montego Bay sul Diritto del Mare, [4] nonostante la posizione giapponese sia sempre stata orientata in tal senso, almeno a parole.

Con la fine della Guerra Sino-Giapponese nel 1895, al Giappone venne assegnata Taiwan tramite il Trattato di Shimonoseki. Primo elemento divergente nell’interpretazione dei Trattati fu la sorte proprio delle Senkaku/Diaoyu alla luce di tale Trattato. Per quanto riguarda la RPC, questa ha sempre sostenuto l’interpretazione estensiva, cioè quella che include le Senkaku/Diaoyu nelle previsioni di Shimonoseki. Questa interpretazione in apparenza contradditoria presenta un vantaggio ben preciso: infatti, secondo l’interpretazione del Trattato fornita dai cinesi, le isole farebbero parte dell’area di Taiwan, dunque il Giappone avrebbe rinunciato 50 anni dopo anche alla sovranità su di esse all’indomani del Trattato di Pace che pose fine formalmente alla Guerra del Pacifico. In base a tale interpretazione, il territorio più vicino all’arcipelago contestato sarebbe dunque Taiwan che, come noto, viene a tutt’oggi considerata dalla RPC null’altro che una provincia ribelle ancora sottoposta alla propria sovranità, con tutte le conseguenza che questo determina nell’ambito della determinazione del Mare Territoriale, delle Acque Contigue e dell’Area Economica Esclusiva (d’ora in poi AEE).

Secondo la Comunità Internazionale (C.I.) ed il Giappone, invece, le isole non erano da ritenersi incluse nel Trattato di Pace. Tale orientamento della C.I. fu confermato dal fatto che quando il Giappone, in osservanza della Dichiarazione del Cairo[5] contenente al suo interno la pretesa che il Giappone rinunciasse ai territori ottenuti tramite “violence or greed[6] e della Dichiarazione di Potsdam che limitava la sovranità del Giappone a “the islands of Honshu, Hokkaido, Kyushu, Shikoku and such minor islands as we determine”,[7] rinunciò alle sue pretese su Taiwan, le isole in questione si ritrovarono sotto il controllo degli Stati Uniti e non vennero restituite alla Cina. Per quanto riguarda il Giappone, la posizione ufficiale è che il possesso legale dell’arcipelago era stato acquisito già nel gennaio del 1895,[8] prima della stesura del Trattato di Shimonoseki. Secondo i giapponesi, le isole erano state esplorate alla fine del XIX secolo senza che fossero stati riscontrati segni né di insediamenti né tantomeno di effettivo controllo. Considerate nullius, terra di nessuno, le isole furono annesse alla Prefettura di Okinawa attraverso una decisione del Gabinetto Meiji in modo totalmente indipendente dall’andamento della Guerra Sino-Giapponese e dal successivo Trattato di Shimonoseki.[9] Il Giappone, interpretando tramite metodo oggettivo[10] tale Trattato, la Dichiarazione del Cairo e quella di Potsdam, sostiene che nessuno di tali documenti include le Senkaku/Diaoyu, poiché in nessuno vengono citate per nome nonostante la puntigliosità che sempre caratterizza i Trattati che prevedono variazioni territoriali. L’unico Trattato a far menzione dei territori contestati è quello sulla restituzione di Okinawa, il che fa avanzare cronologicamente la questione agli anni ’70.

In seguito allo scoppio della Guerra di Corea e l’ascesa del Comunismo nell’area del Pacifico, la RPC iniziò ad essere vista come una delle maggiori minacce agli interessi statunitensi nell’area in questione. In conseguenza di ciò, Washington si dedicò a rafforzare il suo legame con il Giappone in funzione anti-blocco comunista. In tale ottica, gli Stati Uniti avocarono a sé i territori di Okinawa ed anche le Senkaku/Diaoyu, in quanto “important defense points”.[11] Dopo due decenni questi territori furono restituiti al Giappone tramite Trattato: sul territorio di Okinawa venne confermata come noto la presenza di basi militari statunitensi, mentre le Senkaku/Diaoyu tornarono ad essere disabitate e divennero proprietà privata di una famiglia giapponese, i Kurihara. La cessione di questa proprietà al Giappone da parte di un membro di tale famiglia, Kurihara Hiroyuki, è poi diventata uno dei punti più “caldi” dell’evoluzione della questione Senkaku/Diaoyu negli ultimissimi anni.

Le risorse energetiche in gioco e l’evoluzione sino al 2009

Giappone e RPC hanno entrambi le proprie rivendicazioni riguardanti il confine tra le proprie AEE: il Giappone sostiene, in osservanza con la Convenzione di Montego Bay del 1983, che debba essere la linea mediana tra le due AEE, calcolata a partire dalle Senkaku/Diaoyu, a delimitare l’area spettante ai due paesi, mentre la Cina, poiché considera sia Taiwan che le Senkaku/Diaoyu suo territorio, sostiene di avere diritto ad un’AEE che vada ben oltre la linea mediana e addirittura all’interno della AEE spettante di base al Giappone. In pratica, i due Paesi sono in contrasto su un’area che ammonta a circa 40.000 chilometri quadrati.

Dal punto di vista delle risorse energetiche, la zona contesa comprende quattro giacimenti di gas naturale di provata esistenza e ricchezza: Shirakaba/Chunxiao, Kashi/Tianwaitian,[12] Canxue, e Duanqiao. Le dispute territoriali tra i due paesi sono diventate a mano a mano più intense in quanto implicano una crescente competizione per risorse energetiche stimate in 200 miliardi di metri cubi di gas naturale e circa 100 miliardi di barili di petrolio.

Mappa delle AEE reclamate da Giappone e RPC

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Mappa delle AEE reclamate da Giappone e RPC

Storicamente, la corsa allo sfruttamento di tali risorse, o almeno all’esplorazione dei giacimenti, ebbe inizio con la pubblicazione del Rapporto Emery nel 1969 che mostrò come importanti riserve di petrolio greggio si trovassero nei fondali marini del Mar Cinese orientale. Molti politici giapponesi sospettano che gli sforzi cinesi per esplorare per le fonti di energia siano stati guidati da una presunta strategia di “espansionismo strisciante”[13], volto ad espandere l’influenza cinese attraverso il Mar Cinese Orientale verso ed oltre il Giappone e nell’Oceano Pacifico. Tale percezione ha spinto e continua a spingere Tokio verso posizioni molto ferme il che, chiaramente, non fa che indurre i decisori cinesi ad assumere atteggiamenti simili in un vero e proprio circolo vizioso.

Inoltre, le dispute territoriali esacerbarono le tensioni bilaterali esistenti e contribuirono al crescente nazionalismo in entrambi i Paesi. Tra il finire del 2004 e l’inizio del 2005, i rapporti sino-giapponese subirono un’incrinatura a causa delle visite fatte dal premier Koizumi presso lo Yasukuni Jinja, il santuario dedicato alla memoria dei combattenti morti in guerra in nome dell’Imperatore tra cui figurano più di mille persone condannate durante i processi per crimini di guerra tenutisi dopo la Seconda Guerra Mondiale.[14] Proprio in quel momento, il Giappone annunciò un suo progetto di perforazione esplorativa nei pressi della linea mediana nel mese di febbraio del 2005 e procedette a dichiarare il possesso formale delle isole Senkaku/Diaoyu. Nel mese di settembre, una dimostrazione di forza da parte della Marina cinese tramite invio di vascelli vicino al contestato giacimento di gas Shirakaba/Chunxiao accrebbe ulteriormente la tensione.

In uno sviluppo da molti salutato come una potenziale innovazione nell’annosa disputa sul giacimento di gas Shirakaba/Chunxiao, un accordo venne raggiunto tra i due Paesi nel mese di giugno del 2008 sull’esplorazione congiunta dei giacimenti di petrolio nel Mar Cinese orientale e lo sviluppo del giacimento in questione come primo tra gli 11 giacimenti di gas presenti nella zona contestata.[15] L’annuncio seguì la visita del Presidente Hu Jintao in Giappone nel mese di maggio. Tuttavia, i successivi sviluppi verificatisi mostrarono il persistere di forti tensioni bilaterali sulla questione. Entrambi i Paesi fornirono infatti diverse interpretazioni del contratto: ad esempio, dopo l’accordo il vice-ministro degli Esteri cinese Wu Dawei sottolineò che gli investimenti privati ​​giapponesi avrebbero dovuto riconoscere la sovranità della Cina sul giacimento di Chunxiao/Shirakaba e quindi essere attuati in conformità con le leggi cinesi.[16]

In conclusione, al momento dell’avvento al potere di Obama e del Minshutō, il Partito Democratico del Giappone, la questione della sovranità sulle isole restava irrisolta. Addirittura, la Cina, temendo proteste popolari, divulgò in modo solo parziale i contenuti di questi accordi, accordi che restano tutt’ora lettera morta.

Note:

[1] Rispettivamente, il nome giapponese e quello cinese dell’arcipelago.

[2] Cfr. BBC, “the most serious for Sino-Japanese relations in the post-war period in terms of the risk of militarised conflict.”, http://www.bbc.co.uk/news/world-asia-21290349, pagina internet consultata e riverificata in data 11/08/2015.

[3] Che al paragrafo 1 recita: “Le parti di una controversia, la cui continuazione sia suscettibile di mettere in pericolo il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, devono, anzitutto, perseguirne una soluzione mediante negoziati, inchiesta, mediazione, conciliazione, arbitrato, regolamento giudiziale, ricorso ad organizzazioni od accordi regionali, od altri mezzi pacifici di loro scelta.”

[4] Cioè uno da scegliersi al momento della ratifica della Convenzione, tra arbitrato, ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia e negoziato.

[5] Una delle grandi conferenze al vertice che caratterizzarono gli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale, in questo caso tra Franklin Delano Roosevelt, Winston Churchill e Chiang Kai-shek. Scopo di quella Conferenza fu di stabilire la linea di condotta dei tre Paesi in merito all’espansione territoriale aggressiva giapponese. I tre punti chiave dei lavori della Conferenza furono:

  • La decisione di iniziare ad esercitare pressioni militari inarrestabili sul Giappone fino alla sua resa.
  • La restituzione dei territori conquistati con le armi.
  • L’indipendenza della Corea.

[6] Cfr. Hara K., Cold war Frontiers in the Asia-Pacific: Divided Territories in the San Francisco System, Routledge, New York, 2007, pag. 17.

[7] Cfr. Hara, K. idem.

[8] Cfr. Valencia, M. J., “The East China Sea Dispute: Context, Claims, Issues and Possible Solutions”, in Asian Perspective, vol. 31 n°1, pagg. 150-151.

[9] Cfr. Emmers, R., Resource Management and Contested Territories in East Asia, Palgrave Macmillan, 2013, pag. 34.

[10] In altre parole quello incentrato sull’interpretazione della lettera del documento, contrapposto a quello teleologico incentrato sull’interpretazione alla luce dell’oggetto e dello scopo del documento.

[11] Cfr. Blanchard, J.M.F., “The U.S. Role in the Sino-Japanese Dispute Over the Diaoyu (Senkaku) Islands, 1945-1971”, in The China Quarterly, 2001, n°161, pag. 96.

[12] Rispettivamente nome del giacimento in giapponese e cinese.

[13] Cfr. Kim, Y.K., Kim, Y. K., “The U.S.-Japan-China Strategic Triangle: Difficult, but not Impossible” in The Edwin O. Reischauer Center for East Asian Studies, The United States and Japan in Global Context: 2010 Yearbook, The John Hopkins University Press, Washington D.C. 2010, pag. 72.

[14] La questione delle visite al Santuario di Yasukuni si ripresenta da decenni ciclicamente come “punto caldo” nelle relazioni tra i due Paesi.

[15] Cfr. Tan A. T. H., East and South-East Asia: International Relations and Security Perspectives, Rutledge, 2013, pag. 69.

[16] Cfr. Kim, Y.K., op. cit. pag. 75.

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