Conto alla rovescia per l’incontro tra Obama e Xi. Faccia a faccia per discutere (anche) di spazio cibernetico

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Quest’anno l’autunno geopolitico si apre con un evento di tutto rispetto. Xi Jinping, presidente della Repubblica Popolare Cinese, sarà infatti in visita negli Stati Uniti per la sua prima visita ufficiale come capo di Stato. Tra i tanti temi sul tavolo, quello relativo alla sicurezza dei sistemi informativi risulta sicuramente uno dei più scottanti. Da diverso tempo i media e le istituzioni americane lamentano una massiccia e costante opera di spionaggio elettronico da parte della Cina. I bersagli di tali operazioni non sarebbero solamente aziende private, come nel caso del furto dei progetti del velivolo di nuova generazione F-35[1]. Anche l’amministrazione USA si troverebbe sotto incessante “attacco” – termine da utilizzare con le dovute cautele – registrando quotidianamente milioni di tentativi di infiltrazione nei sistemi governativi[2]. In particolare, la violazione dei databse dell’ufficio dedicato alla gestione del personale amministrativo viene considerata uno dei più gravi atti informatici contro Washington. Secondo alcune stime, l’operazione avrebbe sottratto informazioni personali riguardo circa 21 milioni di persone tra dipendenti ed ex-dipendenti dell’amministrazione pubblica statunitense, compresi i profili degli agenti che attualmente operano sotto copertura[3]. Non stupisce dunque la centralità data a queste tematiche e la volontà delle due nazioni di discutere la questione ad un livello ufficiale.

Se da un lato l’aggressività “cibernetica” cinese nei confronti degli Stati Uniti – e viceversa – sembra ormai non stupire più nessuno, dall’altro è interessante notare come questa tendenza, stando alle affermazioni di un gruppo di esperti informatici intervistati da Reuters[4], sembrerebbe essersi affievolita nell’ultimo periodo. Pur discordando sull’entità del rallentamento, la testimonianza di questi addetti ai lavori fa emergere un dato di rilievo. Un tempismo perfetto che ben si concilierebbe con il meeting tra i due capi di Stato.

Quindi, cosa bisogna aspettarsi concretamete da questo incontro? Difficile a dirsi. Anche gli analisti si trovano divisi a riguardo. Sicuramente un clima di reciproco sospetto aleggierà intorno al tavolo di discussione. Pur senza il gravame di nuove elezioni sulle sue spalle, Obama non potrà certo ignorare il fatto che, secondo quanto stimato in un sondaggio del Pew Research Center, il 54% degli americani considera gli attacchi informatici provenienti dalla Cina come una grave minaccia agli Stati Uniti[5]. E certamente il presidente cinese non mancherà di mettere sul piatto della bilancia le rivelazioni di Edward Snowden e le attività di monitoraggio della National Security Agency statunitense.

Di contro, i punti di convergenza sono parecchi. Washington non è certamente interessata a perdere il potenziale supporto di Beijing in alcune tematiche chiave, tra le quali il recente accordo sul nucleare con l’Iran, il contenimento delle ambizioni nucleari della Repubblica Democratica Popolare di Corea, e soprattutto il sostegno alla lotta contro i cambiamenti climatici. La lista è fitta e potrebbe continuare a lungo. Certo, nessuno di questi temi coinvolge direttamente la questione della competizione digitale tra i due paesi, ma concorreranno sicuramente a guidare la discussione anche per quanto riguarda il settore dell’Information Technology.

Pur senza ignorare le numerose problematiche per le quali una soluzione sembrerebbe ancora distante – a partire dalle dispute marittime che coinvolgono la Cina ed interferiscono con il c.d. “pivot to Asia” statunitense, fino alle politiche monetarie di Beijing, passando per le stesse tematiche cibernetiche – la situazione sembrerebbe essere più orientata verso possibili atteggiamente costruttivi. Entrambi gli Stati, infatti, hanno molto da perdere qualora si decidesse di perseguire una politica del confronto diretto.

Non si può inoltre ignorare un fatto di primaria importanza. Al momento, le attività di spionaggio elettronico non sono soggette a regolamentazione internazionale. Se due potenze globali come gli Stati Uniti e la Cina firmassero un accordo in tal senso, questa azione avrebbe delle ovvie ricadute sul sistema giuridico. Stati più piccoli e meno equipaggiati a sostenere il crescente numero di attività malevole condotte tramite mezzi informatici, potrebbero cogliere la palla al balzo, aprendo le porte ad una possibile rivisitazione del diritto attraverso la formazione di nuove norme consuetudinarie. Partendo dal presupposto che qualsiasi ipotetico accordo sarebbe, con ogni probabilità, di natura restrittiva, risulta molto improbabile che Washington e Beijing decidano di barattare la loro flessibilità strategica a favore della creazione di un nuovo regime giuridico.

Probabilmente l’evento si risolverà con un relativo mantenimento dello status quo, corredato da qualche decisione politica di basso-medio rilievo. Tra i fattori che sembrerebbero confermare questa ipotesi, le recenti dimissioni del consigliere del presidente Obama per le questioni asiatiche potrebbero essere viste come la vera chiave di lettura[6]. Evan Medeiros ha rappresentato durante il suo mandato il vero architetto delle politiche statunitensi in Asia. La sua uscita di scena alle porte di un meeting tanto importante, sembrerebbe confermare il fatto che, perlomeno da parte degli USA, non ci si aspetti nessun sostanziale cambiamento di rotta.

Note:

[1] http://www.nydailynews.com/news/national/snowden-chinese-hackers-stole-f-35-fighter-jet-blueprints-article-1.2084888

[2] http://www.nextgov.com/cybersecurity/2013/03/how-many-cyberattacks-hit-united-states-last-year/61775/

[3] http://www.theguardian.com/technology/2015/jul/09/opm-hack-21-million-personal-information-stolen

[4] http://www.reuters.com/article/2015/09/20/us-usa-china-cybersecurity-idUSKCN0RJ0SB20150920

[5] http://www.pewglobal.org/2015/09/09/americans-concerns-about-china-economics-cyberattacks-human-rights-top-the-list/

[6] http://www.washingtonpost.com/news/post-politics/wp/2015/06/04/top-white-house-adviser-on-asia-policy-is-stepping-down/

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