Il triangolo USA-Giappone-Cina: l’affare Senkaku/Diaoyu (II Parte)

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Epoca contemporanea, parte prima

In questa seconda parte dell’analisi sulla questione Senkaku/Diaoyu, ci si concentrerà sul triennio 2009-2011. Tale periodo risulta a posteriori molto importante nel quadro dei rapporti tra Giappone e Repubblica Popolare Cinese (d’ora in poi RPC) nel campo della sicurezza. In tali anni, infatti, si concretizzarono le condizioni che condussero al 2012, l’anno in cui si raggiunse un picco nella tensione avvertibile nell’area ed in cui il Giappone tornò ad essere guidato da una coalizione di centro-destra.

Le posizioni diplomatiche

Premessa doverosa all’analisi del triennio è senza dubbio un breve sunto delle posizioni diplomatiche tenute dai due Paesi vicini e dagli Stati Uniti in modo da avere una chiave di lettura degli eventi.

Innanzitutto, la RPC mantenne un atteggiamento di totale chiusura diplomatica per quanto riguardava la potestà sulle isole. L’incauta, quanto meno cronologicamente, rievocazione del problema Senkaku/Diaoyu da parte del Giappone fornì il destro per deviare, attraverso i fortissimi sentimenti nazionalisti della popolazione cinese, l’attenzione lontano da quanto in quel periodo avveniva all’interno del Partito Comunista Cinese (d’ora in poi PCC). La fase acuta delle tensioni ebbe, infatti, luogo in concomitanza con il rinnovo della classe dirigente del PCC e con il processo per corruzione a Bo Xilai, stella nascente del Partito. Questo procedimento giudiziario pose in evidenza il grado di corruzione raggiunto da almeno una parte degli alti gradi e servì a “rimuovere” un rivale visto come potenzialmente pericoloso. La questione Senkaku/Diaoyu servì, dunque, per attenuare l’impatto di tali eventi interni sulla percezione che del PCC aveva l’opinione pubblica. Certo, la questione energetica restò e resta comunque un punto chiave, visto l’ammontare stimato delle risorse presenti nell’arcipelago, tuttavia dal punto di vista cinese il controllo della propria opinione pubblica sembrò essere la considerazione prevalente.

Dal canto suo, il Giappone si ritrovò a dover reagire a due tipologie di provocazioni. Le prime furono quelle messe in atto dalla RPC tramite lavori di trivellazione non previsti dai precedenti accordi, e l’invio di navi anche armate nelle acque territoriali dell’arcipelago. A questo si accompagnarono anche ferme dichiarazioni in ambito diplomatico sull’incontrovertibile possesso delle isole.

Internamente, una parte dell’opinione pubblica giapponese si professava stanca di dover subire le pressioni cinesi principalmente in materie tra cui proprio le Senkaku/Diaoyu, che divennero un simbolo di questo desiderio di non piegarsi ulteriormente a quella che veniva vista come un’ingerenza da parte della RPC. Figura di spicco di questo movimento fu il Governatore di Tokyo dell’epoca, Ishihara Shintarō. Più volte, negli anni presi in esame ed oltre, il Governatore propose di acquistare le isole dal loro proprietario privato per poi girarne la proprietà al governo centrale. Da un lato, questa mossa avrebbe avuto il vantaggio di essere meno drastica diplomaticamente, ma dall’altro espose il Governo, mostratosi spesso esitante, a critiche sia da parte di Pechino sia da parte proprio della componente nazionalista incarnata da Ishihara, la quale appunto vedeva il Governo come debole ed esitante, restio ad appoggiarne le legittime aspirazioni.

Dunque, il Giappone dovette mantenere una posizione diplomatica intransigente tanto quanto quella cinese, con l’unica variazione il tentativo di far passare come un’operazione per il mantenimento di pace ed equilibrio nell’area l’eventuale acquisto di una parte dell’arcipelago.

Infine, gli Stati Uniti d’America mantennero una posizione orientata al più puro rispetto del Diritto Internazionale. In buona sostanza, Washington si limitò a offrire sostegno e fiducia al Giappone lasciando che fosse questo a cercare una soluzione pacifica della controversia. Quel che effettivamente venne fatto fu il comunicare ufficialmente che le Isole Senkaku/Diaoyu sarebbero state considerate come appartenenti al territorio del Giappone e dunque rientranti nell’ambito d’applicazione del Trattato di Sicurezza tra Giappone e Stati Uniti[1]. Gli statunitensi, dunque, si limitarono a reiterare alcune volte il monito alla Cina a non rendere militare il conflitto, cosa che avrebbe attivato le clausole difensive del summenzionato Trattato.

Gli eventi e le reazioni: un 2009 tranquillo

Come detto nella precedente parte dell’analisi, il 2008 si era chiuso da un lato con un accordo sullo sfruttamento congiunto del primo degli 11 giacimenti che rimase lettera morta, dall’altro con una visita di Stato in territorio giapponese dell’allora Presidente della RPC, Hu Jintao. Si era, dunque, in una fase in cui i rapporti sembravano aver raggiunto una fase di distensione. Tale fase, in effetti, durò per tutto il 2009, un’annata in cui tutto sembrò tacere o, nel caso degli accordi stretti in precedenza, restare lettera morta. Chiaramente, le cose sarebbero cambiate presto.

Gli eventi e le reazioni: l’incidente del 2010

Una relazione datata gennaio 2010 sulle attività di perforazione da parte della RPC nel giacimento di gas Tianwaitan/Kashi fu il primo segnale di un incremento delle tensioni. Tali perforazioni ebbero infatti inizio dopo l’accordo di cooperazione del giugno 2008 e la posizione cinese rimase che il giacimento in questione sarebbe situato all’interno della propria Area Economica Esclusiva e quindi non sarebbe oggetto delle disposizioni sullo sviluppo congiunto contenute nel trattato in questione. A questo si accompagnarono le notizie, date dai media a metà luglio, concernenti la presenza di navi cinesi in prossimità del giacimento di gas di Chunxiao/Shirakaba. Secondo Pechino, le attività in zona di tali navi erano riconducibili solamente ad operazioni di manutenzione delle piattaforme di perforazione.[2] Tutto questo portò il Giappone a mettere in discussione la volontà della Cina di rispettare l’accordo del giugno del 2008. Inoltre, le ripetute apparizioni di navi cinesi, principalmente pescherecci, nelle acque che circondano le isole Senkaku/Diaoyu non poté che preoccupare ulteriormente, e a ragion veduta, Tokyo.[3]

La questione dei transiti di vascelli della RPC nei pressi dell’arcipelago raggiunse una nuova e più pericolosa forma il giorno 7 settembre del 2010. Quel giorno avvenne una collisione tra un peschereccio cinese e due navi della Guardia Costiera giapponese vicino alle isole Senkaku/Diaoyu.

Asianews.it L’incidente del 10 settembre.

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L’incidente del 10 settembre.

Questo evento spinse diversi alti funzionari dell’amministrazione Obama a ribadire la centralità del rapporto U.S.A.-Giappone. Il 20 settembre, il vice-presidente Biden disse, durante un discorso presso lo U.S. – Japan Council di Washington,[4] che gli sforzi degli Stati Uniti per migliorare i legami con la Cina dovevano passare attraverso Tokyo, dando il via ad una settimana di diplomazia molto intensa avente lo scopo principale nel voler rassicurare il fidato alleato storico, più di quanto non fosse stato fatto in precedenza. La riaffermazione degli impegni assunti dagli Stati Uniti, segnatamente quelli ai sensi dell’articolo 5 del Trattato di Sicurezza – pronunciata in privato dal segretario di Stato Clinton in un incontro, datato 23 settembre,[5] con il ministro degli Esteri Maehara a margine della sessione annuale dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, e pubblicamente dal segretario della Difesa Robert in una conferenza stampa tenutasi lo stesso giorno – impostò un tono positivo per il coordinamento diplomatico. Il presidente Obama ed il primo ministro Kan, anche loro incontratisi a New York il giorno 23 settembre, auspicarono un incremento delle consultazioni USA-Giappone sulle questioni marittime nel Pacifico occidentale.[6] Nel complesso, la stampa giapponese reagì positivamente per quanto riguardò il coordinamento USA-Giappone sulla controversia Senkaku/Diaoyu, anche se l’improvvisa decisione, da parte di Tokyo, di rilasciare il capitano del peschereccio cinese fu accolta da titoli di prima pagina in tutto il Giappone proclamanti una sconfitta diplomatica. Il gradimento di Kan scese di 10 punti ed i sondaggi, tra cui quelli dell’Asahi Shinbun[7] e dello Yomiuri Shinbun,[8] mostrarono che oltre l’80% per cento dei giapponesi “non si fidava” della Cina, mentre un inedito 70% dichiarò che la Cina era vista come una “minaccia” per il Giappone.[9] Emersero anche storie secondo cui Obama e Clinton avrebbero premuto su Kan per rinunciare alla custodia del capitano cinese durante gli incontri bilaterali a New York. Queste storie non avevano basi solide ma erano prevedibili, data la repentinità con cui Kan invertì la rotta. Nel complesso, l’incidente approfondì la reciproca fiducia tra la Casa Bianca e l’ufficio del Primo Ministro giapponese.

Sostanzialmente, da questi episodi è possibile desumere tutta la condotta tenuta nei primi tre anni dell’amministrazione Obama sulla questione Senkaku/Diaoyu. Contrariamente a quanto fatto in passato dagli Stati Uniti, non vi era più alcuna intenzione di porre in essere misure di tipo militare in risposta ad un’espressione della riemergente politica di potenza cinese. In buona sostanza, Obama ed il suo staff impostarono il loro lato della questione su principi di Internazionalismo Multilaterale, in altre parole basando tutto sul rispetto del Diritto Internazionale. Sancito, infatti, che le Senkaku/Diaoyu rientrano nell’ambito di applicazione dell’articolo 5 del Trattato di Sicurezza, nulla impediva più l’offerta di un completo supporto all’alleato giapponese in caso di una seria minaccia nell’area. D’altro canto, imporre una soluzione sarebbe stato contrario al Diritto del Mare, ove si pensi che la Convenzione di Montego Bay prevede tre tipologie di soluzione delle controversie, una arbitrale, una tramite la Corte Internazionale di Giustizia e l’ultima tramite negoziato tra le parti in causa. Tale Convenzione, dunque, non contiene alcuna previsione d’intervento per Stati terzi a nessun livello. Inoltre, così agendo, Obama dimostrò la sua scaltrezza politica riuscendo, in un sol colpo, sia a comunicare fiducia all’alleato storico, assicurandogli sostegno e mostrandogli considerazione lasciandogli libertà sulla soluzione diplomatica della controversia, sia a comunicare moderazione alla RPC, la quale avrebbe certamente mal sopportato ogni forma d’ingerenza.

Con questi eventi diplomatici, si chiuse la questione per il 2010.

Gli eventi e le reazioni: un 2011 travagliato

Il 2011 vide i primi avvenimenti degni di nota nel mese di agosto. Alla fine del mese, infatti, il ministro degli Esteri giapponese Matsumoto contattò l’ambasciatore cinese Cheng per protestare contro l’ingresso di due navi appartenenti alla Maritime Enforcement Agency cinese[10] nelle acque vicino alle isole Senkaku/Diaoyu. La protesta era basata sulla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), la quale prevede che le attività delle navi cinesi mirate a sfidare la sovranità giapponese non possono essere considerate passaggio inoffensivo.[11] Il giorno prima, l’Ambasciatore giapponese a Pechino Niwa, aveva trasmesso la medesima protesta al Ministero degli Esteri Cinese. Il giorno 7 settembre, anniversario dell’incidente del 2010, il Capo di Gabinetto Fujimura riaffermò la pretesa da parte del Giappone della sovranità sulle isole Senkaku/Diaoyu, dichiarando che:

“historically and based on international law there can be absolutely no doubt that the islands are part of Japan’s national territory.”[12]

Riferendosi alle incursioni di agosto, Fujimura chiarì inoltre che:

“it is the fundamental responsibility of the government to protect Japan’s national territory including its sea environs.”[13]

A Pechino, il portavoce del Ministero degli Esteri Jiang ribadì la posizione di principio della RPC sulla questione, cioè che le isole erano territorio cinese fin dai tempi antichi e che, dunque, la RPC avrebbe sovranità indiscutibile su di loro. Jiang espresse anche la speranza che i giapponesi affrontassero tale problema razionalmente.

Quando, il 22 settembre del 2011, il neo ministro degli Esteri giapponese Gemba incontrò il suo omologo cinese Yang presso le Nazioni Unite, i due ministri riaffermarono l’impegno dei loro Paesi ad approfondire relazioni strategiche reciprocamente vantaggiose, ma entrambi affermarono anche rivendicazioni di sovranità sulle isole. Quando Gemba chiese la rapida ripresa dei negoziati per lo sviluppo congiunto di risorse nel Mar Cinese Orientale, Yang rispose che era sua intenzione promuovere la comprensione e ridurre le differenze tra le due parti. Entrambi, inoltre, confermarono l’importanza di istituire un meccanismo istituzionale per evitare incidenti nel Mar Cinese Orientale, compresa l’area delle isole contese.

Mofa.go.jp Incontro tra i ministri degli Esteri Yang (sx) e Gemba (dx)

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Incontro tra i ministri degli Esteri Yang (sx) e Gemba (dx)

In seguito, Gemba disse ai giornalisti di non aver fatto riferimento all’incidente di agosto e che, poiché non esisteva alcuna questione territoriale secondo il suo Governo, non vi era motivo per lui di riaprire la questione.[14]

Parallelamente, in un discorso a Tokyo tenuto lo stesso giorno, l’ambasciatore Cheng parlò delle attività della Cina presso le isole Senkaku/Diaoyu, affermando che, poiché le isole erano parte del territorio della Cina, tali attività erano appropriate. La Cina, aggiunse, era intenzionata a risolvere i problemi pacificamente attraverso il dialogo.[15]

Il giorno 25 settembre, aerei appartenenti alla Guardia Costiera giapponese avvistarono una nave cinese da ricerca all’interno dell’AEE del Giappone nei pressi delle isole Senkaku/Diaoyu, in una zona al di fuori di quella in cui la Cina aveva notificato al Giappone le sue attività di ricerca previste. La Guardia Costiera avvertì la nave cinese di non condurre attività al di fuori della zona concordata. Attraverso i canali diplomatici, il quartier generale della Guardia Costiera regionale a Naha sottolineò che il Giappone non poteva permettere che si effettuassero ricerche nella zona senza il suo previo consenso. Ancora una volta, la risposta del Ministero degli Esteri cinese fu che le attività rappresentavano un adeguato esercizio dei diritti della Cina perché la zona delle isole Senkaku/Diaoyu era indiscutibilmente territorio cinese. Meno di due settimane dopo, la Guardia Costiera individuò un’altra nave da ricerca cinese nella stessa identica area. La nave cinese non rispose alle richieste della Guardia Costiera e dopo due ore lasciò la zona per tornare in una delle aree consentite.

In risposta a questi e altri incidenti dello stesso tipo, il 27 ottobre fu avanzata per la prima e non ultima volta la proposta, avente lo scopo di consolidare le pretese giapponesi sull’area, di dare finalmente un nome giapponese a 10 delle 49 isolette reclamate da Tokyo. Con l’identificazione, avvenuta il giorno 6 dicembre del 2011, di un’altra nave da ricerca cinese all’interno dell’AEE rivendicata dal Giappone, l’anno si concluse con un totale di sette incidenti.

A livello di impatto sull’opinione pubblica giapponese, basti prendere ad esempio come, ai primi di novembre, il ministro degli Esteri Gemba si ritrovò in una controversia pubblica sulle Senkaku/Diaoyu. Il 10 novembre, il settimanale Shinchō pubblicò un articolo citando una presunta dichiarazione di Gemba in cui il Ministro sosteneva che se la Cina avesse avanzato una proposta per le isole Senkaku/Diaoyu, prendere in considerazione tale proposta sarebbe stato accettabile. Durante un incontro con i giornalisti tenutosi il 9 novembre, cioè un giorno prima della pubblicazione di tale articolo, Gemba aveva chiarito che le isole erano territorio giapponese e che in nessun caso avrebbe detto una cosa del genere.[16] L’articolo dunque, venne giudicato inaccettabile e senza fondamento fattuale. Pur tuttavia, la reazione popolare era stata molto viscerale e forte, spingendo appunto il Ministro a verificare immediatamente le fonti dell’articolo e a denunciarle come inaccurate il prima possibile. In effetti, il 29 novembre, Kyōdō News Service riferì che la Cina aveva proposto concretamente di riprendere i negoziati con il Giappone sul confine nel Mar Cinese orientale ma che però il negoziato era andato incontro ad una ferma opposizione del Governo, memore appunto delle espressioni in senso fortemente contrario provenienti dall’opinione pubblica.

Il 2011 vide, quindi, un discreto inasprimento della situazione, con l’inizio di un nuovo ciclo di azioni provocatorie da parte della RPC nella zona contesa.

Note:

[1] Secondo il quale, in estrema sintesi, gli Stati Uniti si impegnano a difendere, qualora ritenuto necessario e nelle forme previste dal proprio ordinamento interno, anche militarmente il territorio dell’Arcipelago giapponese in caso di attacco da parte di un Paese terzo.

[2] Cfr. Tan A. T. H., East and South-East Asia: International Relations and Security Perspectives, Routledge, 2013, pag. 72.

[3] Cfr. Kim, Y. K., “The U.S.-Japan-China Strategic Triangle: Difficult, but not Impossible” in The Edwin O. Reischauer Center for East Asian Studies, The United States and Japan in Global Context: 2010 Yearbook, The John Hopkins University Press, Washington D.C. 2010, pag. 79.

[4] Cfr. U.S.-Japan Council, “2010 U.S.-Japan Annual Conference”, http://www.usjapancouncil.org/programs/program/2010_Annual_Conference

[5] Cfr. Energy Daily, “Clinton says disputed islands part of Japan-US pact: Maehara”, http://www.energy-daily.com/reports/Clinton_says_disputed_islands_part_of_Japan-US_pact_Maehara_999.html

[6] Cfr. Watching America, “The Kan/Obama Discussions: We Need Confirmation for the Protection of Senkaku Now”, http://watchingamerica.com/News/72722/the-kanobama-discussions-we-need-confirmation-for-the-protection-of-senkaku-now-2/

[7] Cfr. The Mansfield Asian Opinion Polls Database, “Asahi Shimbun December 2010 Regular Public Opinion Poll”, http://www.mansfieldfdn.org/backup/polls/2010/poll-10-33.htm

[8] Cfr. The Mansfield Asian Opinion Polls Database, “Yomiuri Shimbun October 2010 Telephone Public Opinion Poll”, http://www.mansfieldfdn.org/backup/polls/2010/poll-10-31.htm

[9] Cfr. Glosserman B., Baker C. (a cura di), Comparative Connections – A Quarterly E-Journal on East Asian Bilateral Relations, Vol.13, n° 3, pag. 21

[10] Nome generico che indicava, prima della riforma avvenuta nel 2013, l’insieme di 5 Agenzie attive nelle acque territoriali cinesi:

  1. La Guardia Costiera, alle cui navi veniva assegnato il nominativo Haijing seguito da un numero crescente.
  2. La Sicurezza Marittima, alle cui navi veniva assegnato il nominativo Haibiao seguito da un numero crescente.
  3. La Sorveglianza Marittima, alle cui navi veniva assegnato il nominativo Haijian seguito da un numero crescente.
  4. L’Autorità sulla Pesca, alle cui navi veniva assegnato il nominativo Yuzheng seguito da un numero crescente.
  5. La Dogana, alle cui navi veniva assegnato il nominativo Haiguan seguito da un numero crescente.

[11] Citando la UNCLOS “Il passaggio inoffensivo è definito come l’attraversamento di aree marine in modo continuo e spedito che non pregiudichi la pace, il buon ordine e la sicurezza dello Stato costiero. La pesca, lo scarico di rifiuti, le attività armate e lo spionaggio non sono considerate azioni inoffensive; sottomarini e sommergibili devono inoltre navigare in emersione mostrando la bandiera.”.

[12] Cfr. Prime Minister of Japan and His Cabinet, “Press Conference by the Chief Cabinet Secretary”, http://www.kantei.go.jp/foreign/tyoukanpress/201109/110907_1057.html

[13] Idem.

[14] Cfr. MOFA, “Overview of the Japan-China Foreign Ministers’ Meeting”, http://www.mofa.go.jp/region/asia-paci/china/fmm1109.html

[15] Cfr. Glosserman B., Baker C. (a cura di), op.cit., pag. 33.

[16] Cfr. MOFA, “Press Conference by Minister for Foreign Affairs Koichiro Gemba”, http://www.mofa.go.jp/announce/fm_press/2011/11/1109_01.html

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