Cultural Intelligence come Misura Antiterrorismo

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Con il crescente numero di flussi migratori è aumentato il rischio di infiltrazione di soggetti appartenenti a criminalità organizzate di varia natura siano esse con finalità terroristiche o delinquenziale su territorio nazionale, o più precisamente è aumentato il rischio di infiltrazioni di cellule di raccolta di informazioni che transitano su territorio nazionale e che potrebbero fornire informazioni utili alle proprie organizzazioni di appartenenza.

L’attività della sicurezza nazionale odierna sembra essere concentrata sull’acquisizione di informazioni utili ad ottenere quanti più dati possibili su cellule terroristiche, contatti con i Paesi di provenienza e quanto di utile per prevenire il susseguirsi di notizie catastrofiche su territorio nazionale.

Tuttavia l’attività di intelligence si differenzia dall’attività investigative per il concetto di “prevenzione”, infatti dicesi attività di intelligence un attività informativa preventiva con lo scopo di raggiungere una vision completa su una determinata attività sia essa svolta da un governo, un nemico o alleato o un organizzazione terroristica o criminale al fine di predisporsi politicamente, economicamente e socialmente in condizioni di sicurezza.

Essa deve quindi attuare una serie di strategie affinché si possano prevenire gli scenari tracciati dall’attività stessa e deve fornire gli strumenti utili al decision maker per poter attuare degli interventi mirati per la difesa nazionale.

Sotto questo profilo se alcuni consulenti nazionali si stanno impegnando in tavole rotonde che possono fornire strumenti per risolvere il problema degli sbarchi, per attuare una serie di normative utili all’operatore di polizia che si trova ad operare con strumenti non idonei nei vari centri di accoglienza, poco è stato ancora fatto sul versante della “Prevenzione” pura che potrebbe in qualche modo garantire una diminuzione dei fenomeni criminosi.

Sotto questo aspetto va annoverato ciò che nei Paesi del nord Europa è stato attuato con le politiche di de-radicalizzazione: programmi sociali governativi che mirano ad incoraggiare le persone con ideologie religiose o politiche estreme e violente ad adottare opinioni più moderate[1]. Questi programmi sociali, che potrebbero essere attuati nelle scuole con maggior concentrazione di immigrati o nei centri di accoglienza, potrebbero garantire una conversione di presunti appartenenti a reti internazionali o scoraggiare coloro i quali si sono trovati complici di attività delinquenziali.

Sotto questo profilo si evidenzia come la c.d. Cultural Intelligence basata sulle scienze sociali ed antropologiche potrebbe apportare un grande contributo alla prevenzione ed al controterrorismo su territorio nazionale.

Il concetto di Cultural Intelligence è stato sviluppato dall’antropologa Montgomery McFate, che ha redatto il terzo capito del Fiendel Manual, riguardante “l’insurgency e le relative contromisure”, pubblicato dallo United State Army e dalla United State Marine Corps.Dottrina che è stata molto apprezzata dal generale Petraeus[2] che sosteneva le operazioni di counterinsurgecy basate su un’interazione con le popolazioni locali. McFate afferma che “il nemico che gli Usa devono affrontare oggi e che probabilmente affronteranno nei prossimi anni, non occidentale nell’orientamento, transnazionale nello scopo, non gerarchico nella struttura, e clandestino nei propri approcci: opera al di fuori del contesto concettuale dello Stato nazione. Né Al-Qaeda né l’ISIS combattono una guerra modello Clausewitz, dove il conflitto armato è estensione di quello politico. Piuttosto, la loro forma di guerra, la loro struttura organizzativa e la loro motivazione sono determinate dalla società e dalla cultura da cui provengono”[3].

Se dunque il conflitto terroristico odierno si basa anche sulla compagine culturale di appartenenza, attuare delle contromisure mirate alla de-radicalizzazione con programmi di reinserimento sociale potrebbe apportare un contributo notevole alla misure di controterrorismo su territorio nazionale che potrebbero prevenire la formazione di cellule terroristiche e l’allargamento delle proprie reti al fine di prevenire l’attuazione di piani futuri da parte di queste organizzazioni.

Note:

[1] Molto rilevante è il caso della Danimarca che ha avviato un assistenza sociale per i presunti jihadisti cercando di offrire loro alloggi ed una possibilità d’impiego.

Vedi: http://www.pbs.org/newshour/rundown/denmark-unveils-de-radicalization-program-jihadi-fighters/

http://www.nbcnews.com/storyline/isis-terror/denmark-de-radicalization-n355346

[2] David Howell Petraeus è un generale statunitense. Dal 10 febbraio 2007 al 15 settembre 2008 ha comandato l’Esercito degli Stati Uniti in Iraq.

[3]http://www.au.af.mil/au/awc/awcgate/jfq/1038.pdf

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