La Bielorussia tra Mosca e Bruxelles

Belarus President Alexander Lukashenko and Russian President Vladimir Putin, (out of camera range) meet in Minsk, 14 December 2007. As the two began talks, Lukashenko, who is a virtual pariah in the West and subject to European Union sanctions, played down media speculation that they would take steps toward a long-delayed plan on merging Belarus with its giant ally Russia. AFP PHOTO / NATALIA KOLESNIKOVA (Photo credit should read NATALIA KOLESNIKOVA/AFP/Getty Images)

NATALIA KOLESNIKOVA/AFP/Getty Images

Già si sapeva del risultato delle elezioni che si sono tenute l’11 ottobre in Bielorussia: Aleksandr Lukašenko ha vinto con una maggioranza schiacciante – circa l’84% dei voti[1] – e si è riconfermato al quinto mandato consecutivo a partire dal 1994, anno in cui in Bielorussia si tennero le prime elezioni democratiche dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Contrario al collasso dell’URSS, ha guidato ininterrottamente la Bielorussia ed oggi è considerato l’ultimo dittatore in Europa[2].

A spaventare, seppur relativamente, il Presidente Lukašenko sono stati gli avvenimenti ucraini, dove la sua controparte ucraina Vyktor Yanukovič è stata delegittimata dalla sua posizione dopo aver rifiutato di firmare gli Accordi di Associazione con l’Unione Europea, scatenando il movimento di protesta che prese il nome di Jevromaidan.

Per sua fortuna, il rischio di un Maidan bielorusso è da scongiurarsi a causa della mancanza di un’opposizione forte e capace di catalizzare i suoi interessi verso un movimento di protesta ampio e coeso[3]. Nonostante questo Lukašenko ha preferito premunirsi contro ogni rischio e ha iniziato a impersonare un ruolo di mediatore tra la Russia e l’Europa, non distanziandosi dal suo fedele alleato senza però chiudere le porte in faccia all’Unione Europea, che mantiene un embargo verso il Paese dal 2006, isolando di fatto la Bielorussia. Seppur poco influente sul piano internazionale[4], la Bielorussia ha cercato di ritagliarsi il suo spazio ospitando e mediando le parti in causa della crisi ucraina. Gli Accordi di Minsk, oltre a sancire il cessate il fuoco tra le truppe di Kiev e quelle separatiste, ha sancito l’emergere della Bielorussia come attore internazionale, volendo anche affidabile. Con questa mossa Lukašenko ha mantenuto i rapporti con Mosca[5] tali e quali a quelli antecedenti il summit e ha potuto mostrarsi all’Unione Europea come una nazione volenterosa nella ricerca della pace e della stabilità nella regione. Una mossa sicuramente azzeccata, che ha scongiurato per ancora un po’ di tempo lo spettro ucraino della rivolta di piazza nonostante la perdita di smart power da parte della Russia sui suoi storici alleati[6] (acquistandone, invece, nell’Europa occidentale).

Nonostante la stabilità a lei conferita dalla mediazione agli Accordi di Minsk, la Bielorussia non può stare del tutto serena. Per questa ragione il Paese si muove a zig zag nell’ambito della politica estera[7], mostrando delle aperture verso occidente, che influenzò notevolmente il Paese nel XVIII secolo, e mantenendo saldi i rapporti con il Cremlino. Di esempi ce ne sono molti, tra le visite nella filo-occidentale Georgia, la critica al referendum d’annessione della Crimea[8] o le mancate sanzioni contro Mosca. Importante è stata sicuramente anche la presa di posizione che ha tenuto all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite[9] contro le cosiddette “rivoluzioni colorate”, nate proprio nei Paesi dell’ex Unione Sovietica il cui modello è stato esportato in tutto il mondo: le affermazioni di Lukašenko vanno nella direzione della difesa del proprio regime dalle ingerenze esterne e della difesa dell’area di influenza russa.

Di particolare interesse restano tuttavia due fatti, apparentemente slegati tra loro ma che mostrano come la Bielorussia, vogliosa di rimanere in una zona neutra tra l’Unione Europea e la Russia, sia arpionata da entrambe le parti e trascinata verso occidente e oriente. I casi sono due: l’assegnazione del Premio Nobel alla giornalista e scrittrice bielorussa Svetlana Aleksievič e la firma dell’accordo di cooperazione militare con la Russia. Svetlana Aleksievič, nata negli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ha svolto numerose inchieste, racchiuse sotto forma di interviste e romanzi, volte a denunciare sia l’operato di Lukašenko che quello di Putin[10]. Il conferimento del Nobel assume quindi non solo un valore artistico, come premio alla carriera a uno scrittore, ma anche un significato prettamente politico: l’assegnazione del Nobel diventa una critica alla geopolitica russa, in particolare per la decisione di operare direttamente nel teatro siriano, e in parte minore alle decisioni di politica interna assunte da Lukašenko. Di scrittori dissidenti russi, ai quali poteva essere assegnato l’ambito premio, ve ne sarebbero potuti essere molti altri: il significato della vittoria della Aleksievič va ritrovato anche nel via libera dato da Putin nello stanziamento di caccia militari russi SU-27 in Bielorussia. Gli aerei saranno stanziati presso una base russa attualmente in costruzione a seguito della firma dell’accordo tra Minsk e Mosca, il cui annuncio dev’essere tuttavia ancora dato[11]. Ciò porterebbe a un coinvolgimento anche militare dell’Unione Economica Eurasiatica, giacché la Bielorussia diventerebbe il terzo Paese dopo Kirghizistan e Armenia ad ospitare una base militare russa sul suo suolo. La cooperazione militare tra i due Paesi non è tuttavia cosa recente, dal momento che i due Paesi condividevano già lo spazio aereo, in ottica difensiva, che acquista ancora maggior peso con la perdita dell’influenza russa sull’Ucraina.

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La volontà del Presidente Lukašenko è dunque quella di porsi in un limbo tra Oriente e Occidente, cercando da un lato di non causare l’irritazione dello storico alleato russo – per non perdere i rifornimenti energetici, militari e finanziari – e, dall’altro, di aprirsi timidamente all’Europa scongiurando in tal modo una Maidan bielorussa, sperando inoltre nella rimozione dell’embargo imposto sul Paese dal 2006.

Note:

[1] «Elezioni in Bielorussia: Lukashenko vince con l’83,49% dei consensi», Il Sole 24 Ore, www.ilsole24ore.com, 12/10/2015.

[2] Ludovico Tallarita, «Alexander il Magnifico», The Post Internazionale, www.tpi.it, 12/02/2015.

[3] Jagienka Wilczak, «Tra la dittatura e il Cremlino», Internazionale, n. 1116, pp. 44-47.

[4] Valer Bulhakau (a cura di), The Geopolitical Place of Belarus in Europe and the World, Varsavia, Wyższa Szkoła Handlu i Prawa, 2006. Pp. 19-109.

[5] «Belarus: Russia’s Close But Restive Ally», Stratfor, www.stratfor.com, 10/10/2015.

[6] Dario Fabbri, «Fomenta e Domina», Limes, 4/2014.

[7] Mirko Spadoni, «La Bielorussia alla vigilia del voto», Il caffè geopolitico, www.ilcaffegeopolitico.org, 17/09/2015.

[8] «Belarus Says Russia’s Annexation of Crimea Sets a ‘Bad Precedent’», The Moscow Times, www.themoscowtimes.com, 24/05/2015.

[9] La trascrizione integrale del discorso alle Nazioni Unite è possibile consultarla al link http://gadebate.un.org/sites/default/files/gastatements/70/70_BY_en_2.pdf

[10] Luigi Gavazzi, «Svetlana Aleksievic Nobel 2015, il trionfo della letteratura dei fatti», Panorama, www.panorama.it, 10/10/2015.

[11] Giacomo Dolzani, «BIELORUSSIA. Via libera di Putin per base militare russa», Notizie Geopolitiche, www.notiziegeopolitiche.net, 19/09/2015.

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