La cyber-geopolitica e le sue rappresentazioni

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In Italia quello del cyberspazio è ancora un concetto poco diffuso, il termine è ancora fortemente associato ad immaginari fantascientifici, perlopiù legati al famoso romanzo di William Gibson (coniatore del termine[1]) che a scenari geopolitici reali. Eppure il cyberspazio oggi avvolge l’intero pianeta in ogni sua dimensione. Fisicamente lo avvolge con un reticolo di cavi sotterranei, sottomarini e aerei, virtualmente si trova nelle nostre tasche, nelle nostre case, in uffici, supermercati, strade, ecc. E gli scenari geopolitici presenti e futuri sono e saranno condizionati sempre più fortemente da questo nuovo dominio.

Tuttavia, come ogni nuovo o vecchio fenomeno che ha a che fare con la geopolitica è soggetto (o vittima) di rappresentazioni di parte, di interpretazioni interessate, di narrazioni più o meno avvincenti. Dipende tutto da chi le crea, da chi le diffonde, da chi le riceve.

Alle società di sicurezza informatica ad esempio fa comodo che le persone abbiano timore del cyberspazio, che lo avvertano come un possibile pericolo, per vendere i loro prodotti anti-hacker, e alle società di sicurezza privata per continuare a smerciare sonni tranquilli. Gli Stati invece sembrano più interessati all’educazione dei cittadini di fronte a questo tema, perché una popolazione tecnologicamente educata è più sicura da quel punto di vista, meno vulnerabile – con il vantaggio della riduzione di cyber-banditi homegrown. Ma in Italia siamo più pacati, per ora il dibattito è vivo per la sua maggior parte tra gli i accademici-tecnici e gli esperti del settore. Eppure probabilmente è vicino il giorno in cui interessate rappresentazioni ci raggiungeranno alla sprovvista, magari mentre guardiamo un film sul divano tra una pubblicità e l’altra, magari tra una scena e un’altra di una puntata di Cyber:CSI.

Comunque non dappertutto il ‘tema’ del cyberspazio è così fuori dalla discussione geopolitica come nel Bel Paese, negli USA ad esempio la narrazione spaventosa di un’imminente guerra cibernetica, o come la chiamano loro (e ormai anche noi), la cyberwarfare, è presente da almeno una quindicina d’anni – ovviamente con un ritmo crescente verso gli ultimi e soprattutto dopo gli attacchi del settembre 2001. Nel numero del 4 aprile 2000 del Weekly World News, Randy Jeffries intitolava così il suo articolo[2]: “Hackers can turn your home computer into a BOMB and blow your family to smithereens!”

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Negli Stati Uniti l’argomento della cyberwar è molto sentito dalla popolazione proprio a causa delle sue diverse, ma presenti (e potenti) rappresentazioni. L’idea che un attacco informatico possa avere catastrofiche conseguenze sta alla base della rappresentazione geopolitica del cyberspazio e della cyberwarfare.

Rodrigo Nieto Gomez[3], Professore al Center for Homeland Defense and Security and the National Security Affairs Department of the NPS, illustra le rivalità geopolitiche che si agitano dietro la narrazione della cyber-minaccia negli Stati Uniti. Uno scenario che, lungi dal ripetersi negli stessi schemi anche da noi, può servire a comprendere che la narrazione geopolitica della minaccia cibernetica, per quanto nuovo e per certi versi unico sia il fenomeno, non è poi così diversa da quella usata in altri tempi e per altri fenomeni, anzi, ne segue decisamente schemi e interessi.

La narrazione della geopolitica del cyberspazio negli Usa, e da qualche tempo anche in Italia è fondamentalmente incentrata sulla ‘minaccia cibernetica’ e sulla natura asimmetrica di tale minaccia.[4] Questo perché nel cyberspazio operano attori con molteplici caratteristiche, estremamente differenti tra loro, dal singolo individuo (hacker, cracker…), ai gruppi terroristici e di hacktivisti, alle agenzie informative degli Stati. La cyber minaccia è rappresentata come la possibilità di questi attori malevoli di intrufolarsi in sistemi protetti – o comunque privati – e sabotarli o saccheggiarli per i più differenti motivi, ma sempre riconducibili ad interessi privati, che siano economici o di carattere ideologico. Ma soprattutto la capacità di questi di elevarsi ad avversari temibili financo per gli Stati.

Il territorio fisico, dove normalmente avvengono gli scontri convenzionali, nella cyber-geopolitica perde il suo significato centrale. Certamente il territorio è ancora un fattore fondamentale della geopolitica, ma quando si parla di cyber-geopolitica è il cyberspazio ad essere al centro dell’attenzione. I confini tradizionali lì non contano, non esistono. Il potenziale dell’asimmetrica cyber-minaccia è quello di sfidare con successo Stati e grandi organizzazioni, coinvolgendo un gran numero di persone e provocando ingenti danni economici, da migliaia di chilometri di distanza. Anche quando questi guerrieri agiscono per conto degli Stati, ciò che li rende differenti è la loro capacità di sconfiggere i loro stessi committenti e da lontano appropriarsi dei loro sistemi critici

La rappresentazione geopolitica della deterritorializzione della battaglia che era cominciata con i comunisti nella guerra fredda e successivamente con i fondamentalisti islamici, sta lentamente spostandosi verso questi combattenti cibernetici che da un qualsiasi punto del globo possono lanciare attacchi devastanti senza essere rintracciati. In base a questa narrazione, ogni elemento della nostra società tecnologica e informatizzata può essere un obbiettivo o un potenziale vettore di un devastate attacco informatico. Una simile rappresentazione è quella della guerra nucleare, da cui non si può sfuggire o ripararsi. E come questa, una guerra cibernetica coinvolgerebbe tutto il nostro sistema. Niente e nessuno escluso. L’ambiente in cui viviamo è completamente pervaso dalle tecnologie informatiche, non ci sarebbe scampo da una guerra cibernetica totale!

La rappresentazione geopolitica della minaccia cibernetica non è poi molto distante da quella del maccartismo, del nucleare o del terrorismo dopo l’11 settembre. Tutte queste sono finalizzate a rappresentare una certa versione/visione del mondo e della storia, e tutte loro infondono paura nella società civile. Eppure a questa flebo di paura gratuita non corrisponde spesso una contro-minaccia, un sollievo che possa bilanciare il timore di un’imminente – o quanto meno probabile – cyber-guerra. Per di più, a differenza del comunista bambinofago e del terrorista-post-11-settembre, col turbante e il giubbotto indinamitato, il cyber-bandito è rappresentato alla stregua di un supercattivo. Un individuo capace di qualsiasi cosa da dietro una testiera e uno schermo, e di essere virtualmente presente ovunque. Rappresentazione raffigurata simbolicamente da una mano che sbuca dallo schermo per entrare nel nostro salotto. La differenza più grande con il passato è nelle dimensioni: una manciata, a volte una persona sola possono metterene in ginocchio milioni. E la rappresentazione di questa differenza è spinta all’estremo per renderla fonte di paura e insicurezza.

Così, imitando il meme islamofobico della ‘cellula dormiente’ che genera paura nei confronti di qualunque persona islamica, viene sfruttata l’anonimità della rete per produrre lo stesso effetto nei confronti di questi misteriosi maghi del computer.

Queste rappresentazioni sfruttano la mancanza di conoscenze tecniche dei cittadini (o culturali nel caso del meme islamofobico), necessarie a comprendere la società socio-tecnica in cui viviamo, generando paura verso il mondo cyber e inquadrando gli “hacker” come il pericolo maggiore dei nostri e dei prossimi anni.

Ma nell’analisi sulle rappresentazioni geopolitiche della minaccia cyber (ancora) Nieto Gomez mette in evidenza un fattore molto importante che riguarda la demonizzazione degli hacker e che è un punto molto importante nella narrazione della sicurezza informatica, ovvero le conseguenze nefaste che questo atteggiamento genera nei confronti dell’economia creativa. Mentre da un lato gli hacker non rispettano le regole per loro natura, perché spinti a sfidare le istituzioni e i sistemi complessi per capire come aggirare gli ostacoli del sistema, dall’altro le politiche di sicurezza informatica sono modellate da quelle rappresentazioni che spingono per fermare i comportamenti al di fuori del sistema, anche se poi questi comportamenti contribuiscono effettivamente all’empowerment tecnologico della nazione.

Ciò che dunque importa a sottolineare è che il comportamento degli hacker è inestricabilmente intrecciato con lo spirito imprenditoriale. Sfidando i restrittivi principi del neoliberalismo, che ha finito per dare vita ai correnti imperativi di sicurezza informatica (come la criminalizzazione della decrittografia in nome della protezionoe del copyright), gli hacker e l’hacking rappresentano l’anima dell’innovazione tecnologica del Paese, i protagonisti digitali della ‘distruzione creativa’ di Schumpeter. Quindi, per quanto paradossale possa sembrare, questa cyber distruzione creativa non solo è compatibile, ma essenziale per l’economia di mercato. L’attuale livello delle tecnologie dell’informazione è in generale il risultato dei comportamenti esplorativi che si raccolgono sotto la definizione di hacking. E demonizzare l’hacking in nome della sicurezza informatica ha innegabili effetti negativi sul potenziale innovativo di un Paese. Al contrario una politica di sicurezza informatica efficace, e sicuramente più efficiente, sarebbe un politica che criminalizzi i crimini e non la tecnologia.

In conclusione la paura di una guerra cibernetica totale sembra davvero improbabile, e in ultima analisi frutto di una narrazione geopolitica – quindi interessata, parziale e falsa – della realtà. La pervasività delle tecnologie dell’informazione nella vita di tutti noi è innegabile, e la vulnerabilità della nostra privacy ancora di più, ma tutto questo fa parte di un processo ancora in corso di ridefinizione-del-mondo, del nostro modo di intenderlo (in termini fisici di spazi, e in termini virtuali, di vita), un processo che nonostante le incredibili capacità di calcolo e previsione offerte dai famosi big data non sappiamo ancora dove ci condurrà, ma ciò che possiamo sapere è che se affronteremo il futuro che ci attende con la paura in tasca passeremo il tempo a combattere con le nostre immagini riflesse sugli schermi con i neri sempre più intensi. Siamo già in guerra, e oggi non è ancora un buon giorno per morire.

Note:

[1] Il termine cyberspazio appare per la prima volta nel romanzo Nuromancer di William Gibson, nel 1984.

[2] Randy Jeffries, Hackers can turn your home computer into a BOMB and blow your family to smithereens!, Weekly World News, 4 aprile 2000, https://books.google.it/books?id=CvADAAAAMBAJ&pg=PA45&lpg=PA45&dq=randy+jeffries+weekly+world+news+Hackers&source=bl&ots=CtVhhiu2Nk&sig=7Q6vUeZhKLUcdO6RWwhXZiMFwrQ&hl=it&sa=X&ved=0CCAQ6AEwAGoVChMImZH-vfrRyAIViFosCh0i1w65#v=onepage&q=randy%20jeffries%20weekly%20world%20news%20Hackers&f=false

[3] http://medium.com/homeland-security/cyber-geopolitics-a45fc698a3a1#.h4e58khkj

[4] Per minaccia asimmetrica s’intende “minaccia proveniente dal potenziale uso di mezzi dissimili o metodi per aggirare o negare i punti di forza di un avversario sfruttando le loro debolezze per ottenere un risultato sproporzionato”, NATO Glossary of terms definitions, 2010.

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