Arabia Saudita vs Iran. La lotta per l’egemonia nel Medio Oriente

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La crisi geopolitica che interessa il Medio Oriente trova nello scontro in atto tra Arabia Saudita e Iran uno dei principali fattori comuni. I due paesi, nonostante siano geograficamente vicini, sono molto diversi tra loro per storia, religione e cultura, ma hanno in comune la volontà di porsi quale potenza egemone della regione. Queste caratteristiche hanno fatto sì che i due paesi si scontrassero fra loro, seppure indirettamente, per raggiungere tale obiettivo, contribuendo a rendere ancora più instabile la situazione politica del Medio Oriente. Tale contrasto si manifesta attraverso tre elementi principali: le differenze religiose, con Teheran a maggioranza sciita e Riad con una lunga tradizione wahabita; la questione del nucleare iraniano e i relativi negoziati con il gruppo 5+1 (i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU, più la Germania), il cui successo è inviso al governo saudita; le crisi che interessano alcuni dei paesi partner delle due potenze. Iran e Arabia Saudita tentano, quindi, di imporre la propria influenza sul Medio Oriente, cercando di trarre vantaggio dalla sua attuale destabilizzazione, aggravata anche dai limiti evidenziati dalle potenze occidentali nel gestire la crisi regionale.

 

Due paesi, due culture

Arabia Saudita e Iran sono due paesi molto diversi tra loro per storia, religione e cultura. La prima rappresenta la culla dell’Islam ed ospita due delle città più importanti per la Umma: La Mecca e Medina. Il secondo vanta una storia anche più antica, coprendo gran parte del territorio di quella che fu la Persia, e anche dopo la diffusione dell’Islam, ha mantenuto una propria specificità. Ma la caratteristica che più evidenzia la differenza tra i due paesi è quella religiosa, con l’Arabia Saudita a maggioranza sunnita e l’Iran a maggioranza sciita. Più in particolare, Riad abbraccia la dottrina wahabita, sorta nel XVIII secolo, che fin da allora vanta una stretta alleanza con la famiglia Al Saud, l’attuale casa regnante araba. Lo Wahabismo elimina dall’impianto religioso tutto ciò che è stato aggiunto dopo la prima fase dell’islamismo, compreso il culto di Maometto, e respinge le interpretazioni che non si confacciano a tale visione. A sua volta, Teheran conta, tra i paesi musulmani, la più alta percentuale di popolazione sciita (90%), nella variante dei duodecimani. Questa impostazione prevede la centralità della figura dell’Imam, infallibile e unico interprete dell’Islam. I duodecimani devono il proprio nome alla credenza per la quale il dodicesimo Imam, Muhammad al-Mahdi, non sarebbe morto, ma in occultamento, per rivelarsi come Mahdi alla fine dei tempi.

 

I fronti della contesa

I fronti principali su cui è combattuta quella che è stata definita come una guerra per procura tra Arabia Saudita e Iran sono due: la Siria e lo Yemen. La prima è teatro della guerra civile scoppiata nel 2011 sulla scia della Primavera araba. In Siria, l’Iran è sostenitore del governo di Bashar al-Assad, al vertice dello stato dal 2000 e rappresentante della setta sciita degli alawiti, considerati eretici dai sunniti. A sua volta, l’Arabia Saudita sostiene l’opposizione al regime di Damasco, la cui caduta priverebbe Teheran di un prezioso partner nella regione. Tuttavia, l’Arabia Saudita, e con essa il vicino Qatar, è sospettata, in primis proprio dall’Iran, di avere stretti legami con Jabhat Al Nusra, sebbene sia affiliato ad Al Qaeda, e che rappresenta una delle formazioni rivali tanto del regime di Assad, quanto dell’ISIS, con cui in passato ha però condiviso alcune azioni militari. In Yemen, la situazione è speculare. Riad supporta il governo locale, in quanto considera Sana’a facente parte della propria zona di influenza, mentre accusa l’Iran di sostenere i ribelli Houthi. Gli Houthi sono sciiti zaiditi[1], dal nome del quinto imam Zayd ibn Ali ibn al-Husayn, e per questo Teheran è considerato il loro alleato naturale nella regione. La loro protesta, sfociata in scontri armati e nell’occupazione della capitale Sana’a, va contro la marginalizzazione degli zaiditi e la diffusione dello Wahabismo.

 

La diffidenza saudita sulla questione nucleare

L’Arabia Saudita ha manifestato a più riprese la propria contrarietà nei confronti dell’accordo siglato dal gruppo 5+1 con Teheran e riferito al programma nucleare di quest’ultimo. In particolare, uno dei punti più importanti dell’accordo raggiunto nel mese di giugno 2015 prevede la diminuzione delle capacità di arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran, al fine di impedire la produzione di plutonio a fini militari. Ciò avverrebbe in cambio di una graduale riduzione delle sanzioni imposte dalla comunità internazionale. A tal riguardo, Riad ha espresso il proprio scetticismo sia perché non ritiene affidabile l’Iran, sia perché teme che, una volta tolte le sanzioni, anche Teheran possa immettere sul mercato ingenti quantità di greggio, andando a minare la propria leadership, già provata dalla guerra commerciale contro lo shale oil statunitense e dal crollo del prezzo del petrolio. Infatti, dopo che le compagnie USA hanno iniziato ad immettere sul mercato il proprio petrolio prodotto con il fracking, una tecnica volta a far fluire il greggio in superficie creando fratture nelle rocce che non sono in grado di rilasciare idrocarburi spontaneamente, l’Arabia Saudita, sebbene le quotazioni fossero già in calo, ha deciso di mantenere la propria produzione per evitare di perdere quote di mercato. Questo ha fatto ulteriormente calare il costo del greggio, limitando le entrate di Riad. L’immissione di petrolio iraniano, quindi, potrebbe far scendere ancora di più il prezzo del petrolio, con una nuova grave perdita per l’Arabia Saudita.

 

Conclusioni

Nella lotta per l’egemonia regionale in Medio Oriente, sia l’Arabia Saudita che l’Iran evidenziano punti di forza e di debolezza: la prima rappresenta la culla dell’Islam ed è a maggioranza sunnita, la più grande famiglia dottrinale, ma affronta una forte diminuzione delle entrate petrolifere; il secondo sta rompendo il proprio isolamento diplomatico dovuto al programma nucleare, ma è un paese a maggioranza sciita, e questo può rendere difficili i rapporti con altri paesi musulmani della regione. Inoltre, lo scontro tra Teheran e Riad si incardina nella crisi geopolitica del Medio Oriente: al fine di porsi come leader della regione, i due paesi tentano, da una parte, di indebolire i partner della controparte e, dall’altra, di difendere e rafforzare i propri. I maggiori spazi di manovra che Arabia Saudita e Iran stanno sfruttando trovano forse una delle proprie cause nella decisione degli USA di spostare il baricentro della propria politica estera dal Medio Oriente al Pacifico, come testimonia l’espressione Pivot to Asia, coniata dal presidente Obama per descrivere la nuova strategia geopolitica statunitense, comportando un minore impegno politico-militare nella regione. A ciò vanno aggiunte le indecisioni con cui la comunità internazionale ha affrontato la crisi in atto dal 2011, andando ad approfondire la già grave destabilizzazione dell’area.

 

Note

[1] Gli zaiditi sostengono che l’imam debba essere scelto in base alla propria attitudine al comando e alla consistenza del proprio seguito. Ciò fa sì che la loro sia una delle sette più militanti e bellicose dello Sciismo.

 

Bibliografia

The Diplomat Magazine, www.thediplomat.com

Internazionale, www.internazionale.it

International Crisis Group, www.crisisgroup.org

Limes, www.limesonline.com

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