Isolamento o integrazione: il difficile futuro dei Balcani

yugoslavia

Il 13 maggio del 1990, allo stadio Maksimir di Zagabria, si tenne il primo atto della dissoluzione jugoslava[1]. Il derby tra la squadra di casa, la Dinamo Zagabria, e gli odiati rivali della Stella Rossa di Belgrado si trasformò in una vera caccia etnica. Pochi giorni prima le prime elezioni multipartitiche in Jugoslavia avevano consegnato la Croazia al partito Unione Democratica Croata (HDZ) guidato dal futuro leader croato Franjo Tuđman. A 25 anni dalla partita mai giocata, segno inconfutabile delle future violenze balcaniche, i Paesi fuoriusciti dalla Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia sono ancora in difficoltà, segnati da tentativi di cooperazione regionale, netti cambi di politica estera e atavici odi che riemergono con puntualità, spesso sfruttati da leader locali per incanalare le frizioni etniche e ricompattare la popolazione. È il caso di Srebrenica, dove il primo ministro serbo Vučić è stato accolto non proprio calorosamente in Bosnia, o gli attriti serbo-croati riguardanti la figura di Ante Gotovina, comandante delle truppe croate durante l’Operazione Oluja e considerato da Zagabria un eroe, mentre da Belgrado un criminale di guerra.

I Balcani vogliono l’Europa e l’Europa vuole i Balcani. Ciò è innegabile, alla luce dei numerosi incontri tra i leader locali e il Commissario europeo all’allargamento e alle politiche di buon vicinato Johannes Hahn. A impedire l’integrazione, eccetto per Slovenia e Croazia che già fanno parte dell’UE, sono i rigidi parametri di Maastricht e ulteriori regole imposte ai Paesi, volte a risolvere tutte le criticità interne ai Paesi. Dimenticando per un attimo il rispetto del rapporto deficit/PIL e debito/PIL come richiesto dal Trattato di Maastricht, le questioni interne ai vari Paesi che devono essere risolte non sono di semplice soluzione.

Gli Accordi di Dayton si sono rivelati un buco nell’acqua per la Bosnia-Erzegovina, nonostante fossero assolutamente necessari per porre fine al sanguinoso conflitto che dal 1992 al 1995 ha mietuto decine di migliaia di vittime. La firma dell’Accordo ha infatti reso istituzionale l’esistenza della Republika Srpska, autoproclamata in seno alla Bosnia-Erzegovina da Radovan Karadžić, condannato dal Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia. Dayton ha sostanzialmente congelato il conflitto, rendendo la Bosnia un’utopia fallita: uno Stato dove la corruzione è imperante, dove la necessità del rispetto delle varie etnie si è trasformata nella totale paralisi del Paese. Affinché l’Unione Europea possa accogliere la Bosnia, gli Accordi di Dayton devono essere rivisti, soprattutto in seno all’esistenza della Republika Srpska così forte e vincolante. Il comportamento dei suoi leader, attualmente guidata da Milorad Dodik, è di garantirsi la vasta autonomia ottenuta a Dayton, prefiggendosi, a parole, di unirsi alla Serbia in nome del motto “Samo Sloga Srbina Spašava” (solo l’unione salverà i serbi). Mantenere l’autonomia e lo status di provincia irredenta è funzionale al ricevimento di fondi un po’ da tutte le parti: dall’Occidente, dalla Russia – che sta perdendo la sua influenza nei Balcani – e dalla Serbia[2]. Una Serbia, quella guidata dal primo ministro Aleksandar Vučić che non vede più di buon occhio Banja Luka e il suo Presidente Dodik, tanto da continuare la promozione della cooperazione regionale dimenticandosi proprio del leader dei serbi di Bosnia[3]. Vučić ha compreso che la Republika Srpska è una regione non solo potenzialmente esplosiva, ma anche dannosa per l’integrazione europea non solo della Bosnia ma anche della Serbia. Più stabile economicamente della Bosnia, la Serbia deve affrontare un’altra spinosa questione, lo status del Kosovo. In questo frangente il pragmatismo del primo ministro serbo ha mostrato come il Kosovo non rappresenti più una priorità per la Serbia, come dimostrato dalla stipula dell’Accordo quadro firmato tra Belgrado e Priština il 25 agosto[4]. L’accordo firmato non è epocale, ma è significativo del fatto che la normalizzazione dei rapporti con il Kosovo è una conditio sine qua non all’adesione europea. Il Kosovo, nei prossimi anni, verrà ancora considerato come una Repubblica autonoma delle Serbia nelle campagne elettorali, ma da un punto di vista pratico – come anche dimostrato nel summit di Vienna dove, per la prima volta, è apparsa la bandiera kosovara al fianco di quelle degli altri Paesi ex Jugoslavi – il Kosovo sembra si stia avvicinando alla formale e riconosciuta indipendenza. Il Kosovo che si sta avvicinando, in maniera contradditoria, sempre più all’adesione all’UNESCO[5], nonostante il voto negativo del 9 novembre[6]. Durante la guerra contro la Repubblica Federale di Jugoslavia – successore in piccolo della Jugoslavia titina – i membri delle milizie dell’esercito kosovaro dell’UÇK si scagliarono violentemente contro i luoghi sacri ortodossi, di cui la regione ne è ricca tale da essere considerata da Belgrado come la culla della religione serbo ortodossa e della stessa etnia serba. Tali luoghi di culto sono ancora protetti dai militari italiani della Kosovo Force (KFOR) della NATO, a dimostrazione dell’utilizzo strumentale dei luoghi di culto da parte di Priština per raggiungere la tanto agognata indipendenza[7]. L’adesione all’UNESCO sarebbe certamente un grande passo in avanti per il Kosovo, che tuttavia si trova ancora stretto tra criminalità e rapporti non proprio idilliaci con il suo vicino meridionale, la Macedonia.

La questione albanese in Macedonia è fortemente sentita dai governi e dalla popolazione, al pari della questione del nome – una controversia con la Grecia che ha portato l’adesione della Macedonia all’ONU sotto il nome provvisorio di Former Yugoslav Republic of Macedonia (F.Y.R.O.M.). Rappresentate circa il 20% della popolazione, gli albanesi ritengono di non essere correttamente rappresentati nelle pubbliche istituzioni. Ciò scatenò un breve conflitto nel 2001, che portò alla firma degli Accordi di Ocrida che tentarono di stabilizzare la problematica della multietnicità del Paese. La questione viene spesso sfruttata per cercare di compattare la popolazione slavo-macedone in occasione delle ormai cicliche crisi politiche che il Paese si trova ad affrontare, come nel caso dell’attentato di Kumanovo o la recente operazione di polizia nella medesima cittadina nel nord della Macedonia. Una città dove le due etnie sempre convissuto bene, dimostrando che i sostenitori di Huntington si sbagliano sull’impossibilità del multiculturalismo balcanico, e che improvvisamente si è trasformata in un luogo di formazione e penetrazione di terroristi locali e transnazionali, volti a destabilizzare il Paese che sta attraversando la più grave crisi politica della sua storia[8]. Gruevski vuole l’Europa, come i suoi vicini balcanici, e anche la NATO, alla quale non è mai riuscita ad aderire a causa del veto greco per via della questione del nome, una controversia che dura dalla nascita dello Stato indipendente macedone che, secondo la Grecia, si è appropriato di un nome che non le appartiene. Nonostante le volontà europeiste dei governi balcanici, la Russia non smette di cercare di cercare di esercitare il suo soft power nella regione, sperando di tornare egemone nei Balcani nonostante le sue priorità in questo momento sono ben altre. Ecco che si spiega il sostegno russo alla causa serba nei confronti della risoluzione dell’ONU nei riguardi della definizione di Srebrenica, se massacro o genocidio, imponendo il proprio veto come concessole dai poteri derivanti l’appartenenza al Consiglio di Sicurezza[9]. Così come si comprendono perfettamente le parole di Sergey Lavrov, ministro degli esteri russo, a sostegno del primo ministro macedone Nikola Gruevski, sostenendo come le proteste interne alla Macedonia fossero orchestrate dall’esterno[10], seppur dimentico della posizione ufficiale della VMRO, il partito attuale di governo in Macedonia, e del suo leader Gruevski[11], dimissionario a gennaio se verrà riformato il sistema elettorale come formalizzato negli accordi con i partiti di opposizione e il Commissario europeo Hahn[12]. Se non si risolve la crisi, nonostante si sia raggiunta un’intesa sul governo di unità nazionale[13], il mediatore europeo Peter Vanhoutte ha sostenuto che il Paese potrebbe trasformarsi in una piccola Bielorussia[14]: magari per Putin sarà più semplice rientrare nei Balcani, che tra mancata integrazione europea e calo di interesse russo, troppo impegnato sul fronte siriano e ucraino, si stanno sempre più isolando.

Nell’isolamento il famoso motto serbo potrebbe trasformarsi in “Samo sloga spašava Balkanče”, ossia “solo l’unione salverà i Balcani”. Che sia l’Unione Europea o una regionale, questo è ancora da sapere: per arrivare a una soluzione bisognerà attendere probabilmente ancora molto, troppo, tempo.

Note:

[1] Dario Mariottini, «13 maggio 1990: Dinamo-Stella Rossa, il match che incendiò la Jugoslavia», Gazzetta dello Sport, www.gazzetta.it, 13/05/2015.

[2] Carlo Jean, Geopolitica del mondo contemporaneo, Bari, Laterza, 2012, pag. 184.

[3] «Dodik nezadovoljan Vučićevom posjetom Sarajevu: Srbija izabrala pogrešnog partnera u BiH», Kilx.ba, www.klix.ba,  04/11/2015.

[4] Giorgio Fruscione, «Serbia: Il pragmatismo di Vučić porterà al riconoscimento del Kosovo?», ISPI, www.ispionline.it, 09/09/2015.

[5] Marija Ristic, «Kosovo Steps Closer To UNESCO Membership», Balkan Insight, www.balkaninsight.com, 12/10/2015.

[6] Violeta Hyseni Kelmendi, «Kosovo: niente Unesco, ma il cammino procede», Osservatorio Balcani e Caucaso, www.balcanicaucaso.org, 10/11/2015.

[7] «Kosovo: conclusa la visita del Comandante del COI», Ministero della Difesa, www.difesa.it, 07/02/2014.

[8] Edoardo Corradi, «La Macedonia tra crisi economica, etnica e politica», IsAG, www.geopolitica-rivista.org, 25/09/2015.

[9] «Veto Russia all’Onu su Srebrenica, no alla condanna del genocidio», La Repubblica, www.repubblica.it, 08/07/2015.

[10] Elena Holodny, «The Kremlin thinks that the massive protests rocking a Balkan nation are an outside job to hurt Russia», Business Insider, www.businessinsider.com, 20/05/2015.

[11] Иднината на Македонија е во НАТО и ЕУ, Vlada na Republika Makedonija, www.vlada.mk, 26/05/2015.

[12] Gianluca Samà, «MACEDONIA: C’è l’accordo per un governo di unità nazionale. Gruevski lascia a gennaio», East Journal, www.eastjournal.net, 17/07/2015.

[13] Edoardo Corradi, «MACEDONIA: Nuovo governo di unità nazionale. Verso una soluzione della crisi», East Journal, www.eastjournal.net, 13/11/2015.

[14] Sinisa Jakov Marusic, «Macedonia Crisis Deal in Mortal Danger, EU Warns», Balkan Insight, www.balkaninsight.com, 21/10/2015.

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