L’ISIS in Siria

ilmanifesto

ilmanifesto

 

L’avanzata, l’ideologia e il contrasto internazionale.

La crisi siriana è esplosa sulla scia del fenomeno noto come Primavera araba. Nel corso del 2011, in Tunisia, Libia ed Egitto, proteste popolari, dovute alle difficoltà economiche di tali paesi che si ripercuotevano sulle fasce più deboli della popolazioni, hanno innescato altrettanti cambi di regime, anche se gli esiti non sono stati univoci: in Tunisia la fine della dittatura di Ben Alì ha portato ad una svolta democratica, in Libia si è assistito alla disintegrazione politica dello Stato dopo la caduta di Gheddafi, mentre in Egitto, dopo la parentesi del Governo Morsi e della Fratellanza Musulmana, l’esercito è tornato alla guida politica del Paese con l’elezione del presidente Al Sisi. In Siria, invece, le proteste sono rapidamente sfociate in una guerra civile, tutt’ora in corso, in cui sono intervenuti anche interessi e strategie di altri paesi. Inoltre, in Siria, nonché nel vicino Iraq, è apparsa e si è affermata una nuova organizzazione terroristica, l’ISIS, che rappresenta una rottura rispetto alle sigle precedenti, essendo riuscita a conquistare un territorio su cui instaurare una propria struttura economica, politica e sociale.

 

L’ideologia dell’ISIS

L’organizzazione jihadista promuove la dottrina salafita legata ad una riscoperta fondamentalista del credo islamico in linea con le pratiche attribuite agli antenati (salaf), come condizione necessaria affinché l’Islam riacquisti la forza propulsiva che aveva caratterizzato i secoli successivi alla predicazione di Maometto. La visione radicale dell’ISIS fa sì che venga individuato come nemico non solo chi considera infedele, ma anche chi è giudicato apostata, ricordando, per certi versi, la dottrina del Kharigismo, sorta all’epoca del quarto Califfo Ali ibn Abi Talib, che sosteneva la necessità di eliminare dalla comunità anche i musulmani che si fossero posti dalla parte dell’errore. Ancora, il salafismo trova un parallelo con parte della dottrina wahabita, la quale condanna chi, seppur musulmano, non accetti tale impostazione. Gli wahabiti, tra l’altro, sono gli artefici della profanazione del Mausoleo dell’Imam Hussein a Kerbala, avvenuta nel 1802 e ancora viva nella memoria sciita, in quanto la città irachena è il luogo dove, secondo la tradizione, avrebbe avuto inizio la scissione della Umma. Infine, l’ideologia dell’ISIS si riallaccia al Mahdismo, una visione millenaristica dell’Islam, che prevede l’avvento del Mahdi (ben guidato da Dio) e il compimento della fine dei tempi: il titolo della rivista jihadista online è, non a caso, Dabiq, dal nome della località siriana dove, secondo la tradizione islamica, avverrebbe lo scontro tra il Mahdi e Al-Dajjal, figura escatologica rappresentante il male.

 

L’avanzata dello Stato islamico

Nel mese di giugno del 2014, il leader dell’ISIS Abu Bakr Al-Baghdadi ha annunciato l’instaurazione di un califfato islamico comprendente gran parte delle regioni sunnite di Iraq e Siria. Lo Stato islamico è una organizzazione jihadista nata in Iraq nel 2004 per mano di Abu Musab Al-Zarqawi e volta a combattere l’occupazione militare USA nel paese mediorientale. Tuttavia, l’ISIS ha ottenuto grande visibilità e altrettanto successo soprattutto dopo lo scoppio della guerra civile siriana e le successive ripercussioni in Iraq: inserendosi nella crisi mediorientale e sfruttando le divisioni religiose proprie dei due paesi, la formazione jihadista è stata in grado di mobilitare migliaia di combattenti ed occupare ampie regioni. L’ISIS è arrivato a contare circa 30mila jihadisti, di cui buona parte composta dai cosiddetti foreign fighters, combattenti stranieri giunti in Medio Oriente per prendere parte al jihad proclamato da Abu Bakr Al -Baghdadi. Il successo della propaganda dello Stato islamico è stato tale da costringere i governi occidentali a varare misure volte a contrastare i viaggi di chi decidesse di arruolarsi nell’ISIS. Dal punto di vista territoriale, in Siria l’ISIS ha posto la propria capitale a Raqqa nel centro-nord del paese, mentre l’ultima azione di maggior rilievo è stata la conquista della città di Palmira, snodo strategico lungo la via che collega Damasco a Deir Ez Zor, sull’Eufrate.

 

Gli interventi internazionali

Di fronte al successo della propaganda e dell’avanzata dello Stato Islamico di Al-Baghdadi, una coalizione internazionale a guida USA ha intrapreso una missione volta alla repressione dell’organizzazione jihadista. Tuttavia, l’impreparazione militare palesata dalle forze regolari di Siria e Iraq, e la volontà politica di limitare l’intervento ai raid aerei, hanno fatto sì che l’operazione internazionale sia riuscita solo a contenere l’avanzata dell’ISIS: per poter sconfiggere una organizzazione forte di almeno 30mila unità sarebbe necessario un massiccio intervento di terra che risulterebbe troppo oneroso in termini di vite, denaro e consenso politico. A sua volta, la Russia, che ha in Assad un prezioso alleato nella regione, nonché un’importante base navale a Tartus, ha deciso il dispiegamento di proprie forze aeree e navali in Siria, ufficialmente contro le milizie dell’ISIS, anche se i governi occidentali, in primis quello di Washington, hanno espresso più di un dubbio circa gli obiettivi dei raid russi, accusando Mosca di mirare principalmente alle forze di opposizione ad Assad. Maggior impatto ha avuto la collaborazione tra le forze aeree internazionali e i peshmerga curdi, concentrati nel nord del paese, dove la città di Kobane è stata a lungo assediata dalle forze jihadiste, ma difesa con successo dai guerriglieri locali. Tale cooperazione potrebbe anche arrivare ad un’operazione volta a conquistare Raqqa, come preannunciato dalle milizie curde del YPG (Unità di Difesa Popolare).

 

Conclusioni

Lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante ha rappresentato una svolta nella storia del fondamentalismo islamico. Fino al giugno 2014, le organizzazioni terroristiche, compresa Al Qaeda, non erano riuscite nell’intento di occupare un dato territorio. Piuttosto, le varie sigle avevano ottenuto il supporto di paesi compiacenti, come il Sudan e l’Afghanistan tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000 in favore dell’organizzazione di Bin Laden. L’ISIS, invece, ha dimostrato grandi capacità attrattive e ha saputo sfruttare le inefficienze delle forze avversarie per conquistare gran parte delle regioni sunnite in Iraq e Siria. Inoltre, per quel che concerne Damasco, l’ISIS deve il proprio successo anche alle indecisioni e ai limiti dimostrati dalla comunità internazionale nel gestire la crisi e nel prevenire la deriva settaria della guerra civile. Il gruppo jihadista ha saputo sfruttare tali divisioni, a cui ha aggiunto una sofisticata propaganda volta sia a reclutare nuovi combattenti, che a minacciare e spaventare le forze nemiche e le popolazioni civili, tanto che l’ONU ha evidenziato che, pubblicizzando la propria brutalità, “l’ISIS cerca di trasmettere la propria autorità sulle aree controllate, dimostrare la propria forza per attrarre nuovi combattenti, e minacciare qualsiasi individuo, gruppo o stato che sfidi la sua ideologia”[1].

 

Note

[1] UN High Commissioner for Human Rights, Report of the Independent International Commission of

Inquiry on the Syrian Arab Republic, 14 novembre 2014.

 

Fonti:

Foreign Affairs, www.foreignaffairs.com

Internazionale, www.internazionale.it

International Crisis Group, www.crisisgroup.org

Limes, www.limesonline.com

The New York Times, www.nytimes.com

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

due × tre =