La Libia in crisi

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La crisi libica

Nel 2011 anche la Libia, dopo Egitto e Tunisia, è stata teatro di diffuse proteste popolari, incardinate nel più ampio fenomeno della Primavera araba. Nel caso libico, le manifestazioni hanno ben presto preso la via dello scontro armato tra le forze ribelli e quelle leali al Colonnello Gheddafi. Il paese è uno dei maggiori produttori di petrolio del Nord Africa e occupa una posizione geograficamente strategica lungo le vie dell’immigrazione verso l’Europa. In tal senso, la crisi ha subito attirato l’attenzione internazionale e, a fronte delle notizie relative alla repressione del regime, l’ONU ha autorizzato con la risoluzione 1973 un intervento mirato all’istituzione di una no-fly zone, volto alla protezione della popolazione civile. Tuttavia, molte sono state le critiche rivolte alla coalizione che condusse l’intervento, accusata di aver agito senza una strategia di lungo termine con cui poter delineare una transizione politica, mancanza a cui è imputata l’attuale destabilizzazione, aggravata dalla comparsa dell’ISIS.

La crisi del 2014

Nel 2012, dopo la caduta di Gheddafi, si tennero in Libia le prime elezioni libere, che videro la vittoria della National Forces Alliance, il cui leader era Mahmoud Jibril, premier ad interim nel governo provvisorio durante la rivolta del 2011, nonostante avesse avuto un ruolo nel rilancio dell’economia negli ultimi anni della dittatura. Nel marzo 2014, nonostante il mandato legale fosse scaduto da circa un mese, il Parlamento ha espresso un voto di sfiducia contro il premier Ali Zeidan, accusato di corruzione, dietro la spinta dei rappresentanti della città di Misurata con il sostegno dei Fratelli Musulmani. In conseguenza di ciò, il generale Haftar ha costituito un governo alternativo a Tobruk trovando il riconoscimento di diversi paesi occidentali. Al fine di fermare gli scontri tra le due parti, l’ONU ha avviato una intensa negoziazione, incaricando, come mediatore, dapprima lo spagnolo Bernardino Leon, poi sostituito dal tedesco Martin Kobler. La mediazione è stata resa difficile da interessi contrapposti: se alcuni, come l’Egitto e l’Europa, sostenevano Tobruk, in termini di sicurezza, altri paesi, come il Qatar, supportavano Tripoli, al fine di trovare possibili sbocchi economici[1]. Il 17 dicembre, è stato siglato un accordo volto all’istituzione di un governo di unità nazionale, fortemente sostenuto dalla diplomazia italiana anche come mezzo per contrastare l’avanzata dell’ISIS. Tuttavia, la riuscita dell’accordo rimane vincolata all’eventuale supporto da parte delle milizie, per favorire il quale il generale italiano Paolo Serra è stato incaricato dall’ONU quale mediatore[2].

L’ISIS in Libia

La crisi politica che ha investito la Libia a partire dal 2014 è stata ulteriormente aggravata dall’espansione della presenza jihadista. In particolare, nel 2015 numerosi combattenti stranieri, secondo i dati diffusi dall’ONU, si sarebbero recati in Libia, al fine di sostenere l’espansione dell’ISIS nel paese nordafricano. La presenza dello Stato islamico si è manifestata dapprima nella città di Derna, ma è Sirte la località dove si sta rafforzando sempre più la presenza jihadista, tanto che nella città natale di Gheddafi è stato istituito un Emirato fedele ad Al Baghdadi. Secondo l’ONU[3], l’ISIS in Libia conterebbe tra i 2000 e i 3000 combattenti. Più in particolare, l’affermazione dello Stato islamico a Derna è avvenuta ad opera di Wissam Abedzaid Al Zubaidi, ex ufficiale dell’esercito iracheno, e Turqui Said Ali Al Ghamidi, di nazionalità yemenita, i quali hanno organizzato l’amministrazione della città in numerosi dipartimenti, quali la polizia religiosa e le corti islamiche. A Sirte, invece, la locale branca dell’ISIS è stata costituita da ex membri del gruppo Ansar Al Sharia e da combattenti jihadisti che si sono spostati verso la località sull’omonimo golfo. Anche in questa città, l’ISIS ha istituito un’amministrazione fondata sulla sharia, riproponendo le azioni nei confronti della popolazione civile già poste in essere in Siria e Iraq.

La diplomazia italiana e internazionale

L’Italia vanta un rapporto privilegiato con la Libia, rimanendo il primo importatore di combustibili fossili ed è lì presente con l’ENI, che prevede di raddoppiare la produzione di gas naturale entro il 2019[4]. Proprio in virtù di tali legami, l’Italia è considerata il principale attore strategico in relazione alla stabilizzazione della Libia[5]. In tal senso, il maggiore sponsor dell’accordo del 17 dicembre è rappresentato da Roma, sostenuta da Washington, in linea con la volontà dell’amministrazione Obama di demandare ai propri partner europei la responsabilità della gestione di eventuali crisi in atto nelle rispettive aree di interesse. Sul lato della sicurezza, l’Italia mira a regolare i flussi migratori che dall’Africa del Nord e sub-sahariana sono diretti verso l’Europa, anche in relazione alla possibilità di infiltrazioni jihadiste tra i profughi intercettati nel Mediterraneo, nonché per ciò che concerne le fonti di finanziamento del terrorismo dell’ISIS che ne trova una nella tratta di esseri umani[6]. Tuttavia, una più diretta minaccia potrebbe essere rappresentata da azioni contro le installazioni dell’ENI, sebbene tale possibilità non si sia ancora verificata. Da parte loro, i partner di Roma, anche a fronte di più limitati interessi strategici, sembrano rimanere in attesa delle azioni dell’Italia, anche nel senso di un eventuale intervento ONU in Libia a guida italiana. A tal riguardo, sebbene Roma freni circa tale possibilità per la contrarietà di alcune fazioni, la Gran Bretagna sarebbe disposta a fornire personale militare[7].

Conclusioni

La crisi libica rappresenta un elemento di destabilizzazione del bacino del Mediterraneo. Proprio in tale scenario, il jihadismo trova l’humus ideale per il rafforzamento della propria presenza. Per risolvere tale situazione, l’Italia ha fortemente sostenuto l’iniziativa diplomatica dell’ONU volta alla formazione di un governo di unità nazionale, il quale possa essere un interlocutore affidabile in termine di sicurezza e rapporti economici. Ciò si incardina nella volontà di Roma di individuare una strategia di lungo termine che possa far uscire la Libia dalla crisi, costruendo al contempo le basi per una ricostruzione politica, economica e sociale del paese.

Note:

[1]     M. Pierri, Ecco come Egitto e Qatar bisticciano sulla Libia, Formiche, http://formiche.net/2015/02/19/libia-qatar-egitto/, 19/02/2015

[2]     A. Varvelli, La scommessa di Kobler (e dell’Italia), ISPI, http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/la-scommessa-di-kobler-e-dellitalia-14333, 16/12/2015

[3]     UN Security Council, Report of the Analytical Support and Sanctions Monitoring Team S/2015/891, 19/11/2015, pp. 9-11

[4]     F. Nardini, ENI, Equita vede raddoppiare la produzione in Libia entro il 2019, http://www.milanofinanza.it/news/eni-equita-vede-raddoppiare-la-produzione-in-libia-entro-il-2019-201509291540366438, 29/09/2015

[5]     J. M. Rosenberg, Italy could bring prosperity to the Mediterranean nations, Foreign Policy Journal, http://www.foreignpolicyjournal.com/2015/06/26/italy-could-bring-prosperity-to-the-mediterranean-nations/, 26/06/2015

[6]     S. Colombo, La crisi libica e il ruolo dell’Europa, Istituto Affari Internazionali, 7/2015, pp. 7-8

[7]     M. Caprara, L’accordo che ridà un futuro alla Libia, Corriere della Sera, http://www.corriere.it/esteri/15_dicembre_18/accordo-che-rida-futuro-libia-df00b41a-a556-11e5-a238-fd021b6faac8.shtml, 18/12/2015

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