Lo scenario libico e la difficoltà di un intervento italiano

Carta storica della guerra italo-turca del 1911-1912

Carta storica della guerra italo-turca del 1911-1912

Per la trattazione della tematica che è emersa in questi giorni sui media nazionali, ossia il possibile intervento militare di un contingente italiano in territorio libico, è necessaria una premessa di carattere puramente esplicativo: il presente studio argomenta una situazione “simulata” e quindi non corrispondente alla realtà e vuole solo cercare di capire, da un lato, quali solo i pro e i contro di un intervento militare in territorio libico e, dall’altra, se le capacità tecniche militari italiane coniugate all’attuale condizione economica del nostro Paese siano in grado di consentire un intervento militare nel territorio libico.

Per dare una risposta agli interrogativi sopra richiamati useremo lo strumento delle scienze strategiche classiche al fine di tracciare una situazione relativamente semplice delle condizioni che si verrebbero a creare sul territorio. Questo risulta essere, quindi, una vera semplificazione di una pianificazione strategica per un operazione militare che tiene conto di una moltitudine di elementi che abbiamo deciso di non considerare.

Nella strategia classica vi sono tre elementi fondamentali[1]:

Il Fine ossia l’obiettivo che ci si prefigge di conseguire mediante una determinata azione. In strategia, questo si divide in due parti: al di sopra di tutto vi è il fine politico definito dai vertici di un’organizzazione; al di sotto di questo vi è l’obiettivo finale, più concreto del primo, col quale viene definito dalla dirigenza cosa in pratica si voglia conseguire, per ottenere ciò a cui i vertici miravano.

L’errato dialogo tra il fine politico e quello operativo provocano una discordanza tra gli obiettivi e i mezzi a disposizione poiché la politica ha sempre bisogno di tecnici che siano in grado di attuare il pensiero che hanno ideato. Questa necessità è emersa in tutti i consigli rivoluzionari apparsi nella storia, ossia affidarsi a ufficiali militari per il conseguimento degli obiettivi sul campo. In una situazione simile si ritrovò l’ONU negli anni ‘90 quando decise di attuare il Peace Enforcing, senza peraltro curarsi di disporre dei mezzi e delle tattiche adeguate. Solo nel 2000, con il Rapporto Brahimi, il Consiglio di Sicurezza capì la necessità di adottare approcci coerenti con i mezzi a disposizione[2].

Gli Approcci, ovvero i tipi di azione che vengono scelti per conseguire i fini che il vertice ha individuato. Questi devono essere multidisciplinari e variegati e hanno bisogno di un know-how elevato per portarli a termine.

I Mezzi, l’elemento concreto che consente di mettere in pratica quanto è stato deciso.

Definito brevemente come bisogna procedere per delineare una strategia concreta cercheremo di seguire i tre pilastri della strategia per la redazione della nostra analisi.

1. Fine

Visto che il pensiero politico italiano non ha espresso un chiaro indirizzo politico nei confronti della Libia dovremmo fissare un assunto e cercare di tracciare uno scenario per comprendere e redigere una cosiddetta “analisi situazione” dei principali costi e benefici.

Alla luce delle recenti situazioni sul territorio in questione, e la diplomazia ufficiale, sembra che vi sia la necessità di creare un Governo Unitario sul territorio che possa risolvere la delicata frammentazione politica e riconquistare quegli spazi che in assenza di un “Superiore non recognoscens” sono stati occupati da forze non convenzionali come quelle jihadiste.

Bisogna dunque stabilire le modalità per un appoggio concreto a un governo di unità nazionale che vedrebbe un intervento militare con tre sotto fini:

– garantire nell’immediato la sicurezza della neonata istituzione e attuare un operazione di Peace-Enforcement su tutto il territorio nazionale;

– assicurare nel medio termine una forza di Peacekeeping per il mantenimento della pace e degli obiettivi raggiunti;

– in una prospettiva ampia, l’operazione deve essere accompagnata fin dalle prime fasi da una operazione di Peace Building a larga scala per la costruzione del sistema paese.

Dalla sola individuazione dei fini vengono fuori due rischi concreti per le forze italiane:

– la possibile coalizione delle forze che non sono assorbite nel governo di unità nazionale contro la neonata istituzione e il contingente in appoggio;

– I tempi per un intervento strutturato in questi termini sono troppo lunghi, basti pensare alle operazioni militari in Afghanistan, e richiedono sforzi elevati sotto ogni aspetto a iniziare da quello economico nazionale.

2. Approcci

Come abbiamo visto, non si configurerebbe un intervento di gestione post-conflitto come i nostri contingenti sono abituati a svolgere, ma bisogna quindi individuare approcci diversi che richiedano una commistione della gestione di operazioni che siano sia asimmetriche sia simmetriche.

Le prime si configurano poiché la frammentata situazione del territorio ha creato un terreno molto fertile per la libertà di movimento di agenti che operano con azioni di sabotaggio, guerriglia e atti di terrorismo contro il contingente che si troverà a operare in loco. Inoltre, si pensi alla moderne tecnologie e alle tecniche di comunicazione strategica nonché alle ampie risorse finanziarie che consentono al nemico di aumentare la portata delle azioni possibili e dei danni provocabili.

La seconda è accentuata dalla situazione diplomatica sul territorio, come è osservabile, che provocherebbe de facto un dinamico alternarsi tra azioni diplomatiche e rapide attività militari sul territorio, portate avanti da forze perfettamente integrate con degli scenari, come quello libico, che avrebbero obiettivi tattici diversi rispetto a quelli del contingente sul campo.

Le seguente operazione sarà dunque caratterizzata  da multiformi difficoltà operative:

  1. l’accesso alle aree di operazione e la libertà di movimento all’interno delle stesse, che presuppone la capacità di acquisire e mantenere il controllo del territorio;
  2. il corretto supporto della popolazione;
  3. il fulcro delle operazioni è in aree sovente congestionate quali le aree urbane;
  4. la sicurezza delle linee di comunicazione, materiali e immateriali, molto vulnerabili in uno scenario del genere;
  5. l’individuazione e la conoscenza di tutti gli attori concorrenti nell’area di operazioni, discriminando tra avversari e popolazione passiva, tra forze militari amiche ed elementi organizzativi civili.

Inoltre il principale “problema” di un teatro con queste caratteristiche, è il mantenimento di una base sicura per il contingente militare impegnato sul posto. In ogni operazione, l’elemento-chiave – a parte la forza principale – è anzitutto la base principale, dov’è il nucleo principale della forza propria e l’obiettivo accessorio, ossia il dover garantire la comunicazione tra le operazioni e la base principale poiché attraverso le linee di comunicazione passano i rifornimenti e i rinforzi e queste costituiscono, al bisogno, la migliore linea di ritirata possibile.

Anche dopo un’analisi degli Approcci a una missione del genere emergono una moltitudine di punti deboli che non possono essere non considerati:

– basso numero di forze armate (stimate a 150 mila con la legge del 2012) e a maggior ragione basso numero di operatori specializzati per operazioni in territori urbani;

– alla quantità delle nostre forze armate, impegnate a sostegno sia di una moltitudine di teatri operativi sia in Patria per il mantenimento della sicurezza, si somma la bassa quantità di tecnici specializzati in operazioni non ortodosse per operare in teatri asimmetrici.

Materiali

La logistica, fulcro del mantenimento di qualsiasi operazione militare, è fondamentale per il conseguimento di un obiettivo del genere e per il mantenimento del contingente per un lungo periodo di tempo delineato dai fini della missione.

Un’analisi superficiale approntata solo sui costi richiederebbe uno sforzo alla nostra economia che momentaneamente non possiamo permetterci. Inoltre la richiesta di appoggio economico da parte di altri Stati con piani economici ad hoc provocherebbe attività di lobby sulla Libia con una conseguenze per i nostri interessi nazionali.

Conclusioni

Ritornando alla realtà e non praticando il “Risiko”, tanto caro ad alcuni circoli nazionali, appare evidente che un’operazione isolata di un contingente italiano non è praticabile. Se dunque si voglia perseguire la strada di un intervento militare sarebbe auspicabile una forza multinazionale che opererebbe in territorio libico qualora la diplomazia porterebbe alla condivisione degli stessi interessi su quel territorio. Interessi per tanto di natura economico, militare e di egemonia sull’area, visto che l’eliminazione del terrorismo internazionale non è un interesse nazionale, ma solo l’eliminazione di un rischio alla sicurezza nazionale. Non abbiamo accennato ai problemi di intelligence per un intervento in Libia poiché l’idea che sembra delinearsi in un contesto del genere potrebbe essere quella di operare una massiccia operazione di intelligence e di diplomazia sotterranea volta a trovare quel catalizzatore che metta d’accordo le forza presenti sul campo. In un altro studio[3] avevamo sottolineato la possibilità di vedere nella Senussiya quel possibile catalizzatore che potrebbe accomunare le forzi tribali ed etniche tipiche della società libica.

Note

[1] G. Giacomello e G. Badialetti, Manuale di Studi Strategici, Vita & Pensiero, Milano 2009

[2] «Comprehensive review of the whole question of peacekeeping operations in all their aspects», Assemblea Generale e Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, A/55/305–S/2000/809, 21 Agosto 2000, www.un.org.

[3] G. M. Potenza, «Il Jihad in Libia ed il Bai’a al Califfato Islamico», Alexis. Mediterranean Journal of Law and Economics, Autunno/Inverno 2014/2015, www.unikore.it.

2 comments

  1. Mario olivieri

    Una descrizione semplice che fa comprendere come le tante parole che si fanno non servono a nulla. Come sempre in tutto bisogna essere preparati,conoscere sopratutto studiare. Grazie.

  2. Gaetano Mauro Potenza

    La ringrazio per il commento. Nel nostro piccolo cerchiamo di fare del nostro meglio per diffondere una Scienza (Geopolitica, Geo-Strategia e Strategia) considerata da molti chiacchiera da bar.

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