Focus Corea del Nord – Il complesso rapporto tra Repubblica Popolare Cinese e Corea del Nord

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Prima parteSeconda parte – Terza parte

Gli ultimi fatti succedutisi nella penisola coreana hanno avuto un impatto piuttosto ampio, come visto nelle precedenti parti del Focus. Le Nazioni Unite si sono mosse, le partnership strategiche messe in piedi dagli Stati Uniti nell’area si sono mosse, le relazioni industriali intracoreane si sono mosse. Chi, almeno all’apparenza, non ha fatto nulla è la Repubblica Popolare Cinese (d’ora in poi RPC).

Un test nucleare ed un test missilistico. Dichiarazioni concernenti la capacità di miniaturizzare testate nucleari. Anche se compiute da un Paese con praticamente zero credibilità internazionale com’è la Corea del Nord, queste non sono azioni da prendere sottogamba. I coinquilini della penisola coreana hanno optato per chiudere l’impianto di Kaesong e per rafforzare le loro difese missilistiche[1] collaborando con l’alleato statunitense.[2] Delle reazioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è già detto, come anche delle reazioni del Giappone. La RPC ha deciso, come storicamente ha sempre fatto, di agire per vie diplomatiche. Ormai è impossibile non riconoscere alla RPC lo status di grande potenza[3], quindi ha senso interrogarsi sul perché un Paese di tali mezzi non agisca in modo più incisivo nei riguardi di un vicino scomodo come quello nordcoreano.

Innanzitutto, bisogna dire che i legami tra i due Paesi vicini non sono cosa recente e che sono basati su tutta una serie di fattori. Questi fattori fanno sì che le relazioni tra i due vicini, sebbene non più solide come un tempo a causa dell’agire quanto meno incostante di Pyongyang, restino comunque uno dei punti cardine delle relazioni internazionali nell’area dell’estremo oriente.

In primo luogo, vi sono forti legami storico/ideologici. Il coinvolgimento della Cina nell’attuale assetto della Penisola coreana inizia quando ancora non era la RPC ma la Repubblica Cinese (Republic of China, ROC) di Chiang Kai-Shek prima della guerra civile. La ROC venne inserita, nel 1945, tra i quattro fiduciari che avrebbero dovuto gestire il ritorno della Corea all’assetto unitario pre-spartizione tra occupazione sovietica ed occupazione americana.[4] Quando la situazione peggiorò ed iniziò la Guerra di Corea, però, l’assetto dei due Paesi era cambiato. Il passaggio da ROC a RPC non fu soltanto una questione di acronimi ma, come noto, corrispose anche ad un profondo cambiamento politico, con l’avvento al potere di un Governo dichiaratamente comunista, proprio come quello che nel frattempo si era insediato a Pyongyang sotto la guida del Primo Ministro Kim Il-sung, nonno dell’attuale Capo di Stato nordcoreano. A differenza di quanto dichiarato all’epoca dalle Nazioni Unite, secondo le quali quella meridionale era the only lawful government[5] della Penisola, la RPC a la Corea del Nord si riconobbero ufficialmente a vicenda il giorno 6 ottobre del 1949.

Le vicende della Guerra di Corea esulano dallo scopo della presente analisi, quello su cui però si ritiene opportuno soffermarsi in questa sede è il significativo coinvolgimento della RPC nella vicenda. L’apporto cinese, infatti, non si limitò ad una generica espressione di solidarietà nei confronti di compagni marxisti. Innanzitutto, è emerso di recente da archivi russi[6] che Mao in persona era a conoscenza del desiderio nordcoreano di procedere con una vera e propria invasione del sud allo scopo di riunificare la penisola. Il 25 giugno del 1950 l’invasione ebbe inizio. In risposta, due giorni dopo il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite autorizzò[7] l’impiego di una forza armata a guida ONU per difendere i territori invasi. A questa forza armata contribuirono 21 Paesi, con un contributo pari all’88% degli effettivi elargito dagli Stati Uniti. I primi due mesi del conflitto videro una predominanza quasi totale dei nordcoreani, sostenuti materialmente dai sovietici. L’arrivo della coalizione ONU culminò in una controinvasione quando, il primo ottobre del 1950, venne valicato il confine del 38esimo parallelo. A quel punto, la RPC decise di intervenire per paura di una propagazione del conflittoai propri territori e venne deciso l’invio di qualcosa come quasi un milione e mezzo di effettivi[8] oltre che un congruo numero di veicoli ed armamenti.

Le truppe della RPC attraversano il fiume Yalu. Fonte: 10th anniversary of the Democratic People’s Republic of Korea Commemorative Book.

Le truppe della RPC attraversano il fiume Yalu. Fonte: 10th anniversary of the Democratic People’s Republic of Korea Commemorative Book.

Grazie all’intervento cinese la controinvasione non si concretizzò e la situazione si stabilizzò, per così dire, sull’assetto attuale, cioè lungo il 38esimo parallelo. Il fatto che tra le due Coree non sia mai stato siglato un Trattato di pace ma soltanto un armistizio di certo negli anni non ha contribuito a tenere calmi gli animi. Dunque abbiamo due Paesi vicini geograficamente, ideologicamente e con una storia comune che origina  in sostanza millenni prima che lottano e sanguinano assieme contro quella che viene vista come l’invasione dei capitalisti occidentali dell’ONU fantoccio. Anche senza andare in profondità nella mentalità delle culture asiatiche è chiaro che si tratta del seme di un legame forte e duraturo.

Come se non bastassero i legami forgiati, si perdoni l’espressione, nel sangue, tra i due Paesi esistono legami anche di tipo economico non trascurabili. Innanzitutto, già durante il conflitto erano arrivati dalla RPC aiuti sotto forma di finanziamenti e di assistenza alle masse di rifugiati in fuga dal conflitto.[9]

Inoltre, sin dalla nascita della Corea del Nord la RPC è stata molto attiva con sovvenzioni di tipo economico finalizzate inizialmente alla ricostruzione del Paese e poi alla conversione della sua economia verso l’ideale comunista.[10] Entrambi i compiti non furono facili, sia perché la guerra fu breve ma devastante sia perché il colonialismo giapponese aveva sovraspecializzato l’economia nordcoreana in direzione della produzione industriale pesante.[11]

Con il passare degli anni i legami economici tra i due Paesi sono cresciuti, al punto che ormai la RPC è il primo partner commerciale della Corea del Nord, mentre invece per Pechino Pyongyang occupa la posizione numero 82.[12] Il volume di scambi ammonta a circa 3 miliardi di dollari, con la RPC che è fonte del 57% delle importazioni nordcoreane e ricevente del 42% dell’esportazioni di Pyongyang. Nonostante l’apertura di Kaesong, ormai il primato commerciale non è più con la Corea del Sud ma con il vicino cinese.[13]

Dunque, sono presenti due fattori di forte vicinanza, quello storico e quello economico. A questi possiamo senza dubbio aggiungere il fattore diplomatico/strategico. È dal 1961, infatti, che i due Paesi sono vincolati tra loro dal Trattato di Amicizia, Cooperazione e Aiuto Reciproco Sino-Nordcoreano. Il nocciolo di questo Trattato è l’alleanza difensiva incondizionata in esso contenuta e che è uno dei motivi per cui non si è mai intrapresa alcuna azione di tipo militare diretto contro Pyongyang. Tale Trattato prevede il rinnovo su base ventennale, dunque resterà in vigore almeno sino al 2021 al netto di denunce unilaterali, ipotesi poco probabile ma non impossibile allo stato attuale delle cose.

Infatti, nonostante il rinnovo della storica amicizia tra Paesi compiuto dal precedente leader nordcoreano Kim Jong-il e dal precedente Presidente della RPC Hu Jintao nel 2009 e soprattutto nel 2010, al momento attuale la situazione non appare solida come negli anni precedenti.

BEIJNG, CHINA: A photo released by China's Xinhua new agency shows Chinese President Hu Jintao (R) shaking hands with North Korean leader Kim Jong Il, inside the Great Hall of the People in Beijing 17 January 2006. North Korea's reclusive leader received a red carpet welcome during an eight-day China visit, meeting top leaders, touring booming Guangdong province and visiting the Three Gorges Dam. AFP PHOTO (Photo credit should read /AFP/Getty Images)

BEIJNG, CHINA: A photo released by China’s Xinhua new agency shows Chinese President Hu Jintao (R) shaking hands with North Korean leader Kim Jong Il, inside the Great Hall of the People in Beijing 17 January 2006. AFP PHOTO (Photo credit should read /AFP/Getty Images)

Innanzitutto, l’attuale leader nordcoreano non gode della stima di Pechino. Certo, come da tradizione nella cultura diplomatica dell’estremo oriente non si assisterà mai a critiche dirette nei confronti di Kim Jong-un ma, a leggere tra le righe, si nota una certa esitazione dei leader cinesi nello stringere rapporti anche a livello personale, per esempio tramite visite di Stato.

Oltre a questo, di recente vi sono stati numerosi casi di sequestri di pescherecci cinesi da parte dell’equivalente nordcoreano della Guardia Costiera. Poiché tutto ciò che concerne i diritti di sfruttamento delle zone marine è argomento sensibile per Pechino, come sanno bene i giapponesi, e poiché la restituzione dei vascelli e degli equipaggi è stata subordinata ad un pagamento in denaro, i rapporti non ne sono usciti indenni.

Infine, anche gli innegabili progressi compiuti nell’avanzamento della tecnologia nucleare dai nordcoreani non incontrano l’approvazione della RPC. Fin dal 2003, infatti, si sono succedute ferme dichiarazioni in tal senso accompagnate, però, dall’idea di poter risolvere la questione solo tramite il meccanismo della diplomazia invece che tramite quello sanzionatorio.

Al netto di tutte le criticità elencate sinora il rapporto resta solido, soprattutto perché, nell’opinione di chi scrive, un Paese che ambisce ad essere riconosciuto come la Grande Potenza che ormai è di nuovo non può permettersi di far crollare un vicino che ad esso dice di guardare come ispirazione. Un esempio più vicino a noi potrebbe essere costituito dalla coppia Russia-Siria, tanto per citare eventi recenti e di grande rilievo.

Dunque, i rapporti storicamente solidissimi tra i due Paesi sono in una fase di bassa marea. A questo punto, viene spontaneo chiedersi se vi sia o meno un piano ben preciso dietro gli ultimi movimenti di Pyongyang, un piano forse mirato ad ottenere prestigio e potere rispetto al potente alleato o forse sul fronte interno.

Note:

[1] Cfr. V. Guidone, «Focus Corea del Nord – Le reazioni della Comunità Internazionale», Geopolitical Review, www.geopoliticalreview.org, 19/02/2016.

[2] Il negoziato avrebbe dovuto concludersi il giorno 24 con la firma di un accordo ma, su richiesta degli statunitensi, si è scelto di ritardare di 24 cioè fino alla conclusione di un incontro tra il Segretario di Stato Kerry ed il suo omologo della RPC Wang Yi. A breve si attendono ulteriori sviluppi. Cfr. B. Park, «US delays signing of agreement to deploy THAAD in South Korea», The Hankyoreh, http://english.hani.co.kr/, 24/02/2016.

[3] Status che, per inciso, le è sempre spettato tranne che durante il cosiddetto “Secolo della Vergogna”, durante il quale era stata in parte colonizzata dalle Potenze occidentali. Tra queste anche l’Italia.

[4] Questa spartizione fu conseguenza di quanto discusso alla Conferenza del Cairo sul futuro delle colonie dell’Impero Giapponese. Per una panoramica su come tale Conferenza rientri nella questione dei confini marittimi contestati tra Giappone e RPC cfr. V. Guidone, «Il Triangolo USA-Giappone-Cina: l’affare Senkaku/Diaoyu», Geopolitical Review, www.geopoliticalreview.org, 13/08/2015.

[5] Cfr. A. Buzo, The Making of Modern Korea, Londra, Routledge, 2002, pag. 67.

[6] Cfr. K. Weathersby, «New Russian Documents on the Korean War», Cold War International History Project Bulletin, 6/7, 1995, pagg. 40-84.

[7] Prima e, ad oggi, unica volta in cui è stato attivato l’art. 43 della Carta delle Nazioni Unite.

[8] Segnatamente 1350000. Cfr. S. G. Zhang, Mao’s Military Romanticism: China and the Korean War, 1950-1953, Lawrence, University Press of Kansas, 1995, pag. 257.

[9] Cfr. A. Cathcart, C. Kraus, «The Bonds of Brotherhood: New Evidence on Cino-North Korean Exchanges, 1950-1954», Journal of Cold War Studies 13, n°3, 2011, pagg. 27-51.

[10] Per approfondire gli anni delle sovvenzioni alla ricostruzione cfr. Z. Shen, Y. Xia, «China and the Postwar Reconstruction of North Korea, 1953-1961», NKIDP, working paper, n°4, passim.

[11] Mentre invece la struttura economica di produzione della futura Corea del Sud era stata votata alla produzione agricola, il tutto per il guadagno del Giappone imperiale.

[12] Dati governativi.

[13] Cfr. A. Foster-Carter, «South Korea has lost the North to China», Financial Times, 20/02/2014.

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