Focus Corea del Nord – Le reazioni della Comunità Internazionale agli ultimi eventi

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Prima parteSeconda parte

In questa terza parte del Focus sulla Corea del Nord si guarderà a quanto detto, e soprattutto a quanto fatto, dalla Comunità Internazionale in reazione agli ultimi test condotti da Pyongyang ed esaminati nelle due parti precedenti del Focus. Per quanto riguarda il dire, vedremo come si sia detto molto. Per quanto riguarda, invece, il fare, la situazione è piuttosto diversa, se non per poche eccezioni.

A seguito degli ultimi due test, nucleare e missilistico, molte entità internazionali, a partire dalle Nazioni Unite, si sono messe in moto sulla questione. Come sempre in questi casi, le risposte hanno spaziato da quelle, per ora, non vincolanti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a quelle prettamente diplomatiche attuate dalla Repubblica Popolare Cinese a quelle dure dei sudcoreani. Come detto nella precedente parte del Focus, la minaccia non sembra essere ancora a livello critico, tuttavia le reazioni non sono di certo mancate.

Immediatamente dopo il lancio del satellite Kwangmyongsong-4 in data 7 febbraio, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è riunito in sessione straordinaria. Durante questa sessione, le azioni nordcoreane sono state fermamente condannate, principalmente dai 5 membri permanenti ma anche da quelli non permanenti, soprattutto Giappone e Venezuela[1]. Proprio l’Ambasciatore del Venezuela presso l’Onu ha letto la dichiarazione finale, secondo cui il Consiglio di Sicurezza si dice pronto ad adottare misure in risposta a queste serie e pericolose violazioni[2]. Anche il Segretario Generale si è espresso in tal senso, deplorando fortemente le iniziative nordcoreane.

Sempre in seno alle Nazioni Unite, sono degne di attenzione le parole sia dell’Ambasciatore del Giappone che di quello della Repubblica Popolare Cinese, visto che rappresentano molto bene l’atteggiamento dei Paesi rivali e del principale Paese alleato.

Per quanto riguarda il modo di agire del Giappone e anche della Corea del Sud, le parole dell’ambasciatore Yoshikawa sono chiare e concise. Secondo lui, infatti, fino ad oggi le sanzioni non avrebbero prodotto risultati tangibili, dunque andrebbero inasprite anche al di fuori del contesto degli articoli del VI e VII capitolo della Carta delle Nazioni Unite[3]. In quest’ottica, i due Paesi si sono innanzitutto rivolti al comune denominatore in politica estera, l’alleato statunitense. I tre hanno infatti annunciato, negli scorsi giorni, la loro intenzione non solo di continuare a tenere esercitazioni congiunte nell’area ma di renderle ancora più vaste e complesse. Al momento, però, non ci ancora dato sapere altro in merito alle date e ai mezzi coinvolti.

Nell’immediato e nel concreto, la Corea del Sud ha optato per la chiusura unilaterale del complesso industriale congiunto nord-sudcoreano di Kaesong. Questo complesso industriale congiunto è situato in territorio nordcoreano, a ridosso della zona smilitarizzata. Nato nel 2004 in larga parte grazie a finanziamenti da parte di Seul, è sempre stato un indicatore della situazione dei rapporti tra i due Paesi. All’interno di questo complesso sono attive circa 124 industrie sudcoreane le quali, dietro assicurazione e incentivo del loro Governo, hanno delocalizzato parte della loro produzione in modo da poter dare lavoro a circa 54mila cittadini nordcoreani. La gamma di prodotti è molto vasta poiché spazia da automobili ad abbigliamento financo ai semiconduttori. Vista la situazione del tessuto economico della Corea del Nord, si tratta di gran lunga della maggiore fonte di commercio tra le due Coree.

Il complesso industriale congiunto di Kaesong.

Il complesso industriale congiunto di Kaesong.

Un’area industriale di tale grandezza è senza dubbio importante per entrambe la parti. Il vantaggio che ne ricava il sud, oltre a quello commerciale, è principalmente quello diplomatico, visto che è uno spunto per agevolare un minimo i rapporti di buon vicinato. Per il nord, essa costituisce al tempo stesso una fonte di lavoro essenziale ed un’essenziale fonte di valuta straniera pregiata. Si stima infatti che il guadagno per i lavoratori nordcoreani sia di circa 100 milioni di dollari all’anno di cui il 70% sarebbe stato intascato direttamente dal Partito dei Lavoratori al governo in cambio di beni di prima necessità dati direttamente ai lavoratori. Queste riserve di valuta pregiata sarebbero, secondo Seul, utilizzate da Pyongyang per acquistare i materiali atti all’avanzamento dei loro programmi a scopo militare, il che ha portato all’attuale chiusura del sito industriale[4]. In risposta, la Corea del Nord ha annunciato la chiusura di due linee di comunicazione diretta tra i due Governi, utilizzate di solito in caso occorra comunicare in fretta tra i vertici dei due Paesi. Inoltre, la zona di Kaesong è stata dichiarata obiettivo militare, anche se al momento ancora non si sa se questo avrà conseguenze effettive.

Oltre alle decisioni concernenti Kaesong, ciò che ha subito mosso le acque è stato l’annuncio da parte di Seul del desiderio di dotarsi di tecnologia anti-ICBM THAAD acquistandola dall’alleato statunitense. L’acronimo THAAD sta per Terminal High Altitude Area Defense ed indica una piattaforma mobile di lancio, costruita principalmente dalla Lockheed Martin, per missili intercettori di ICBM a breve, media e lunga gittata. Se dislocato in modo strategico ed in anticipo, questo sistema dovrebbe essere in grado di contrastare quel tipo di ordigni ma, ovviamente, è impossibile averne la certezza assoluta vista la natura della tecnologia ICBM[5]. Attualmente, il sistema è pienamente operativo ed è stato già schierato in diverse parti del mondo, con un costo per unità di circa 800 milioni di dollari[6].

Dunque, secondo Yoo Jeh-seung, capo della divisione Pianificazione del ministero della Difesa sudcoreano, si ritiene opportuno entrare in trattativa per tali sistemi d’arma in quanto

«La Repubblica di Corea e gli Stati Uniti valutano che il test nucleare della Corea del Nord e il suo test missilistico a lungo raggio siano una severa minaccia contro la pace e la stabilità della Repubblica di Corea e della regione del sud-est asiatico»[7].

 Questa decisione non ha sollevato soltanto le proteste di Pyongyang, di sicuro attese, ma anche le perplessità di Pechino. La Repubblica Popolare Cinese non può che guardare con sfavore ad un sistema missilistico in grado di porre limiti anche al proprio utilizzo di tali armi, un po’ come accade tra Stati Uniti e Russia per quanto riguarda lo scudo anti-ICBM di cui si parla almeno dagli anni ’70. Consapevoli di ciò, i sudcoreani si sono affrettati a sostenere che il sistema THAAD, qualora dovesse essere schierato, sarebbe diretto solo ed esclusivamente ad intercettare eventuali attacchi provenienti dal nord.

Per quanto riguarda il Giappone e la difesa missilistica, in estrema sintesi va detto che Tokyo predilige difese basate su nave, note come sistema Aegis, sempre in collaborazione con gli statunitensi. Da anni il Giappone possiede almeno un incrociatore dotato di questa tecnologia.

Una batteria di missili del sistema THAAD. Fonte: Getty Images.

Una batteria di missili del sistema THAAD. Fonte: Getty Images.

La reazione della Repubblica Popolare Cinese fa il paio con le dichiarazione fatte dal suo Ambasciatore subito dopo la riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza. L’ambasciatore Liu Jieyi ha infatti dichiarato che il suo Governo ha, anche dinanzi agli ultimi avvenimenti, intenzione di spingere il più possibili per soluzioni pacifiche. In pratica, secondo la Repubblica Popolare Cinese, inasprire le sanzioni in direzione contraria a quella diplomatica sarebbe uno sforzo destinato a fallire, uno sforzo al quale di certo non prenderebbe parte. Ciò che, storicamente, secondo i cinesi andrebbe perseguita è la via della diplomazia nel solco del dialogo ma, ormai, persino i russi, l’altro grande alleato dei nordcoreani, crede poco a questa via. Secondo molti decisori del Cremlino, infatti, ormai i nordcoreani agiscono in un modo difficile da ricondurre alla ragione. Persino un alleato come quello russo, cui i nordcoreani sono legati da considerazioni politiche ed economiche di non poco conto, ormai fatica ad avere un dialogo costruttivo con Pyongyang.

Tornando alla Cina, come azione concreta l’ambasciatore della Corea del Nord presso la Repubblica Popolare Cinese è stato convocato per chiedere spiegazioni ma, al tempo stesso, è stato convocato anche quello sudcoreano per discutere del progetto di acquisizione del sistema THAAD.

A questo punto una riflessione sorge spontanea: anche in questo caso, si perdoni l’espressione, la Repubblica Popolare Cinese ha tolto le castagne dal fuoco alla Corea del Nord. Non è stata la prima e di certo non sarà l’ultima volta.

I due Paesi hanno infatti da sempre un rapporto molto stretto e molto complesso. Questo rapporto è basato su considerazioni di molti tipi diversi, da quelle storiche a quelle ideologiche passando per quelle del mero calcolo politico e geopolitico. In apparenza è la Repubblica Popolare Cinese a tenere in mano le redini del loro rapporto, vista l’enorme disparità tra i due Paesi in tutti i campi. Eppure, le cose non stanno esattamente così, perché anche Pyongyang ha dalla sua diversi asset strategici da porre sul tavolo per ottenere condizioni favorevoli.

Note:

[1] Quest’ultimo ha attualmente la Presidenza del Consiglio di Sicurezza.

[2] R. Ellis, K. J. Kwon, T. Ap, T. Hume, «U.N. Security Council condemns North Korea rocket launch», CNN, http://edition.cnn.com, 07/02/2016.

[3] Contenenti, rispettivamente, le previsioni per la risoluzione pacifica e quella non pacifica delle controversie tra Stati.

[4] BBC, «South Korea says North used Kaesong wages for weapons programmes», BBC, www.bbc.com, 15/02/2016.

[5] V. Guidone, «Focus Corea del Nord – lo stato della minaccia nucleare nordcoreana alla luce degli ultimi sviluppi nel settore missilistico», Geopolitical Review, www.geopolitcalreview.org, 12/02/2016.

[6] Per una panoramica dei dati tecnici disponibili su fonti aperte cfr. H. Ozu, Missile 2000 – Reference Guide to World Missile Systems, Shinkigensha, 2000, passim.

[7] K.J. Kwon, P. Hancocks, «South Korea, U.S. to discuss THAAD missile defense plan», CNN, http://edition.cnn.com, 07/02/2016.

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