Il caso dei Rohingya in Birmania: dalla discriminazione al genocidio.

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I Rohingya sono un gruppo etnico di fede musulmana che risiede principalmente nello Stato del Rakhine, nel nord della Birmania e al confine con il Bangladesh. Nella maggior parte dei report realizzati dalle organizzazioni internazionali di difesa dei diritti umani, i Rohingya vengono descritti come il popolo meno voluto al mondo o una delle minoranze più perseguitate al mondo. A causa di una legge approvata dal governo nel 1982, il popolo dei Rohingya è stato privato del diritto di cittadinanza birmana, cristallizzando decenni di discriminazioni perpetrati ai loro danni. Difatti questo popolo è stato ed è tutt’oggi sistematicamente discriminato sia in Birmania che in Bangladesh. I Rohingya rappresentano circa il 5% della popolazione birmana e, nonostante le Nazioni Unite abbiano invitato il governo birmano a riconoscere loro la cittadinanza, come accaduto nel corso del Vertice di Bangkok del 29 maggio 2015, il governo non sembra essere intenzionato a procedere al riconoscimento dei diritti di questa minoranza etnica, la quale resta confinata in uno stato di apolidia[1]. Per questa ragione i Rohingya sono stati anche privati dei documenti di riconoscimento e non hanno diritto al voto. Non solo. Ad esempio, i Rohingya non possono né sposarsi né viaggiare senza espressa autorizzazione da parte delle autorità birmane, non gli è riconosciuto il diritto di proprietà e sono tenuti a firmare l’impegno a non avere più di due figli (trattasi, questo, di uno degli ultimi provvedimenti adottati dal governo uscente dopo la vittoria nel novembre 2015 del partito di Aung San Suu Kyi).

Ancora oggi questi ultimi vengono additati come immigrati provenienti dal Bangladesh, intenti a rovinare la vita degli autoctoni, e un sentimento di ostilità verso di loro è diffuso in tutto il Paese. Il 29 marzo 2014 il governo birmano ha richiesto che ai musulmani non fosse consentito registrarsi come Rohingya, stabilendo che la loro registrazione dovesse avvenire sotto il nome di bengalesi ai fini del censimento nazionale. Da quel momento loro nome è quindi sparito dalla circolazione: il governo si rifiuta di riconoscerlo.

Questa condizione non ha lasciato altra scelta al popolo Rohingya se non quella di lasciare il Paese, pagando dei trafficanti che li aiutassero a farlo (pratica denunciata negli in diversi rapporti dell’UNHCR, di Medici senza Frontiere e dell’OIM). Negli ultimi tre anni l’UNHCR ha calcolato che circa 120.000 Rohingya hanno dovuto prendere questa decisione[2]. Nel corso dell’anno appena trascorso la situazione è anche peggiorata in quanto, mentre prima i migranti venivano spostati via mare dai trafficanti fino in Thailandia e poi via terra fino in Malesia, adesso, conseguentemente alla chiusura delle rotte via terra da parte della Thailandia, tutto il viaggio avviene via mare, causando così un aumento dei morti abbandonati lungo la strada.

La maggior parte dei Rohingya tenta di lasciare il Paese nella speranza di trovare la libertà, ma di solito la fuga verso la Malesia, la Thailandia o l’Indonesia si rivela fatale. Molti perdono la vita in mare nel corso delle traversate su mezzi di fortuna, altri trovano la morte una volta entrati via terra nei Paesi confinanti, uccisi da agenti di frontiera e popolazioni ostili. Oltretutto, verso la metà del maggio 2015, i governi del sud-est asiatico, tra i quali quelli citati precedentemente, hanno adottato provvedimenti in base ai quali fosse disposta l’impossibilità alle popolazioni locali di prestare soccorso ai migranti Rohingya sopraggiunti via mare in fuga dalla Birmania[3]. La decisione è stata condannata dalle Nazioni Unite. In base al provvedimento, ai migranti possono essere forniti solo cibo e acqua mentre sono ancora in mare, ma non possono essere aiutati a raggiungere la terra ferma. La Malesia è addirittura arrivata a bloccare le coste nord-occidentali del Paese per non permettere ai migranti di entrare. I pescatori indonesiani, invece, hanno riferito che gli è stato espressamente ordinato di non soccorrere nessuno in mare. E’ pur vero che i Paesi del sud-est asiatico incolpano la Birmania della situazione creatasi, dovuta ai trattamenti discriminatori riservati da lungo tempo ai Rohingya. Tuttavia, il Paese si rifiuta di assumersi la responsabilità di quanto sta succedendo.

In particolare in Birmania la crisi sembra essersi aggravata dopo i cruenti scontri del 2012 a causa del riacutizzarsi del conflitto tra buddisti e musulmani[4]. In quell’occasione morirono oltre 5.000 persone e almeno 75.000 si ritrovarono senza casa, di fronte, peraltro, all’inerzia delle autorità governative. Per questa ragione, Human Rights Watch definì quelli del 2012 episodi di pulizia etnica perpetrati dalle autorità locali con l’assenso del governo centrale, sostenendo che circa 128.000 persone erano state costrette ad abbandonare le proprie case a seguito di quegli scontri. A metà del 2015, i dati dell’UNHCR citati da Amnesty International, parlano di circa 416.000 Rohingya colpiti da episodi di violenza, peggiorando la crisi dei rifugiati che da qualche anno ormai lacera il sud-est asiatico.

Oggi la criticità della situazione è denunciata da più fronti. Già nel 2014 la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti aveva approvato una risoluzione semplice, sollecitando il governo della Birmania a porre fine al calpestamento dei diritti umani e il rispetto dei Rohingya e chiedendo di porre fine alla discriminazione e alla persecuzione. Successivamente il 7 maggio 2015 il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione vertente proprio sulla violazione dei diritti umani dei Rohingya, che ha fatto appello al governo birmano affinché assicurasse la protezione dei diritti umani della minoranza. Inoltre nello stesso mese il Parlamento europeo ha adottato un’altra risoluzione sulla difficile situazione dei Rohingya, con particolare riferimento alle fosse comuni rinvenute in Thailandia[5]. Infatti il 1° maggio 2015 in Thailandia erano state ritrovate alcune fosse comuni con numerosi corpi appartenenti all’etnia Rohingya, episodio denunciato anche in un rapporto periodico dell’UNHCR pubblicato l’8 maggio successivo.

Gli episodi drammatici non si sono esauriti con quello thailandese. Nell’ultimo anno in Birmania, secondo uno studio dell’International State Crime Initiative[6], alcuni attivisti arakenensi, in combutta con l’Arakan National Party (partito birmano fondato nel 2014, rappresentante gli interessi della minoranza buddista Rakhine e perciò ostile ai Rohingya), avrebbero organizzato dei pogrom nei minimi dettagli. Sembra infatti che per giorni alcuni autobus speciali abbiano fatto la spola per trasportare uomini arakanensi appositamente reclutati verso i villaggi da attaccare, mentre altri uomini avrebbero bloccato la fuga degli sfollati, indirizzando questi ultimi verso i campi dove avrebbero trovato “accoglienza”. Sembra che dalla discriminazione sistematica stia prendendo forma il genocidio.

A seguito della vittoria della Lega Nazionale della Democrazia, rappresentata dalla portavoce, premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi, alle elezioni in Birmania del novembre 2015, la comunità internazionale attende una svolta positiva per risolvere la drammatica vicenda dei Rohingya, a cominciare dal riconoscimento della cittadinanza birmana. Tuttavia, la Suu Kyi, più volte interpellata in merito a notizie diffuse dai media e da associazioni umanitarie riguardo alle accuse di pulizia etnica nei confronti di questa minoranza, non si è mai voluta pronunciare[7] ed è stata più volte criticata per non aver assunto una posizione netta a favore della minoranza, confinata in campi e ghetti nello Stato di Rakhine a seguito degli scontri con la popolazione buddista del 2012. La storia che l’ha incoronata “paladina dei diritti umani” oggi reclama la sua contropartita. Di fronte a una questione così drammatica, quale quella dei Rohingya, la comunità internazionale, che ha legittimato il ruolo politico della Suu Kyi quale simbolo e portavoce della rinascita della Birmania dopo la dittatura militare, pretende una presa di posizione da parte della leader. Tuttavia, considerando la necessità per l’LND di consolidare la conquista del potere, appena ottenuto con la vittoria delle elezioni, e la volontà della Suu Kyi di aspirare alla vicepresidenza (poiché la presidenza le è negata costituzionalmente, prevedendo il testo costituzionale una disposizione ai sensi della quale chi ha parenti stranieri non può ricoprire la carica presidenziale – e la Suu Kyi era sposata a un britannico e ha due figli britannici anch’essi), quest’ultima si vede costretta in questo momento a non esporsi pubblicamente sulla questione poiché rischierebbe di allinearsi le simpatie della parte buddhista della popolazione e di inficiare il potere che l’LND ha appena conquistato. Ciò tuttavia contravviene a quanto si legge nella risoluzione, sopracitata, del PE del 20 maggio 2015, in base alla quale il PE «accoglie con favore la dichiarazione, lungamente attesa, del portavoce del partito di opposizione di Aung San Suu Kyi, la Lega Nazionale per la democrazie (LND), il quale ha affermato il 18 maggio 2015 che il governo del Myanmar/Birmania dovrebbe concedere la cittadinanza alla minoranza Rohingya»[8]. Ne consegue come la Suu Kyi sia sul filo del rasoio, rischiando, a seconda di ciò che sceglierà, di alienarsi alternativamente il favore internazionale o la legittimazione interna. È probabilmente che essa abbia scelto di preservare la seconda almeno finché non avrà conseguito la poltrona alla vicepresidenza. Toccherà pertanto aspettare quel momento per vedere se dopo si pronuncerà sulla questione dei Rohingya.

Note:

[1] R. Cohn, J. Russell, Rohingya Conflict in Western Burma, Book on Demand, 2015

[2][2] Global Appeal 2015 for South East Asia, UNHCR, www.unhcr.org.

[3] «Divieto di soccorrere i rohingya nel sudest asiatico: la condanna dalle Nazioni Unite», Segnali di fumo – il magazine sui Diritti Umani, www.sdfamnesty.org, 18/05/2015.

[4] S. Lu Maung, The Rakhine State Violence: Vol, 2 Rohingya, Shahnawaz Khan, 2014.

[5] W. Kowitwanil, «Thailandia, decine di Rohingya sepolti in fosse comuni», Asia News, www.asianews.it, 05/05/2015.

[6] P. Green, T. MacManus, A. de la Cour Venning, Countsdown to annihilation: Genocide in Myanmar, London, International State Crime Initiative, 2015.

[7] «Thailandia, decine di Rohingya sepolti in fosse comuni», Internazionale, www.internazionale.it, 13/11/2015.

[8] 2015/2711 (RSP) Résolution sur la détresse des réfugiés rohingyas, y compris les charniers en Thaïlande.

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