La galassia jihadista nel Sahel

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Il novembre scorso, l’ISIS ha portato a termine una serie di attentati a Parigi, seguiti, a distanza di una settimana, da un’azione di Al Qaeda nel centro di Bamako, in Mali. A fronte delle motivazioni alla base degli attacchi contro obiettivi francesi, nell’ottica di una ritorsione contro la politica di Parigi in Siria, l’attentato di Bamako ha ulteriormente evidenziato la presenza e la capillarità di una rete terroristica attiva nel Sahel, la quale trae le proprie origini dai movimenti islamisti algerini dei primi anni ’90, ha intensi legami con Al Qaeda e ora sta in parte subendo il tentativo di penetrazione nella regione da parte dell’ISIS.

Le principali sigle jihadiste e l’importanza strategica del Mali

Il Mali rappresenta l’epicentro dell’attività jihadista nel Sahel. L’ex colonia francese riveste un ruolo di primo piano nella politica energetica di Parigi, essendo uno dei due principali mercati di approvvigionamento per le scorte di uranio necessarie alla Francia per sostenere il proprio fabbisogno[1]. Bamako, inoltre, rappresenta il cuore di quell’area di interesse geostrategico francese, nota con l’appellativo Françafrique, in cui hanno operato alcune delle più grandi compagnie transalpine nel campo dell’energia e della logistica[2]. Ed in Mali sono operative alcune delle principali sigle jihadiste saheliane. Tra queste, il gruppo più aggressivo è probabilmente Al-Mourabitoun, guidato da Mokhtar Belmokhtar[3], e sorto dalla fusione di altre sigle tra cui il MUJAO, formazione jihadista nota per l’occupazione delle città maliane di Gao e Timbuctu, prima dell’intervento francese[4]. Belmokhtar rappresenta un elemento di spicco del terrorismo nel Sahel, nonché uno dei fili di congiunzione tra le formazioni islamiste algerine dei primi anni ’90 e il jihadismo attuale, avendo militato nel GIA (Gruppo Islamico Armato), per poi confluire in Al Qaeda nel Maghreb islamico (AQMI) e creare, infine, il gruppo di cui è leader[5]. Il gruppo storico della regione rimane, tuttavia, l’AQMI, attivo sin dal 2006 e rappresentante dell’organizzazione oggi guidata da Ayman al-Zawahiri e responsabile di numerosi attentati nella regione comprendente Algeria, Mali, Mauritania e Niger. Accanto a queste sigle vi è anche Ansar al-Dine, un gruppo di origine maliana composto principalmente da elementi di etnia tuareg e mirante a costituire uno stato islamico nella regione dell’Azawad, nel nord del paese[6].

I rapporti con Al Qaeda e il ruolo dell’ISIS

L’Africa nord-occidentale è una delle aree dove più intensa è stata l’attività di AQMI, che rappresenta il fulcro attorno a cui ruotano le altre formazioni operanti nel Sahel. Tuttavia, l’affermazione in Medio Oriente dell’ISIS ha descritto l’avanzata di un competitor nei confronti di Al Qaeda per la titolarità del jihadismo contro l’Occidente. E l’ISIS sta cercando di infiltrarsi, a discapito di AQMI, nell’ex Africa occidentale francese, se il cofondatore di Al-Mourabitoun, Abu Waleed al­ Sahrawi, poi smentito da Belmokhtar, ne ha richiesto nel 2015 l’affiliazione allo Stato islamico[7]. Tuttavia, AQMI rimane il perno della rete jihadista nel Sahel, sebbene in una cornice di relativa autonomia a favore delle altre formazioni. Allo stesso tempo, AQMI sembra cercare di far proprie le tattiche e la propaganda sperimentate dall’ISIS, come dimostrerebbero la preparazione degli attentati portati a termine a Bamako e in Burkina Faso, tra il 2015 e il 2016, per i quali era necessaria una approfondita conoscenza del territorio, e i messaggi di rivendicazione che ricalcherebbero il format dei video dello Stato islamico[8]. In altri termini, la rivalità tra Al Qaeda e lo Stato islamico avrebbe impresso un salto di qualità in favore del primo in risposta ai tentativi di infiltrazione del secondo, all’interno di un quadro di lotta jihadista contro obiettivi occidentali e, in particolare, francesi.

La reazione internazionale

La crisi del Mali si inserisce nella più ampia cornice della geopolitica saheliana. La regione posta al centro del Sahara rappresenta un teatro fondamentale per le strategie locali e internazionali tanto da un punto di vista commerciale quanto da quello della sicurezza. L’intervento di Parigi in Mali, seguito poi dalle risoluzioni 2071 e 2085 del Consiglio di Sicurezza ONU, si incardina nella necessità di proteggere i cittadini francesi lì residenti, ma anche le relazioni economiche con i paesi della regione e atte all’approvvigionamento energetico di cui la Francia ha bisogno per sostenere il proprio fabbisogno[9]. Dal canto proprio, il paese più direttamente esposto alla destabilizzazione saheliana è l’Algeria, data la porosità dei confini nazionali, nonché la preminenza dell’elemento algerino nelle leadership del jihadismo dell’area. Obiettivo di Algeri è quello di impedire una recrudescenza entro i propri confini di attività volte a destabilizzare il paese e in questo senso va la cooperazione per la lotta al terrorismo intrapresa all’interno del CEMOC (Comitato congiunto operazionale degli stati maggiori) a cui partecipano anche Mali, Mauritania e Niger[10]. Allo stesso tempo, il Marocco sembra voler inserirsi quale interlocutore di primo piano nella regione, concedendo basi militari alla Francia in occasione dell’intervento in Mali, ma soprattutto contribuendo allo sviluppo economico dei paesi saheliani di cui è diventato il primo investitore estero[11].

Conclusioni

Il Sahel ospita numerose sigle del jihadismo internazionale, alcune delle quali trovano le proprie origini nella guerra civile algerina, in cui buona parte della leadership terrorista si è formata. Queste stesse sigle fanno ampio riferimento ad Al Qaeda che proprio in tale area ha una forte presenza, dimostrando la capacità di sovrapporsi su preesistenti rivendicazioni etniche, quali quelle tuareg, ma al contempo subendo il tentativo di inserimento dell’ISIS. A fronte di tale situazione, la Francia, che ha ingenti interessi economici nell’area, guida una campagna tesa ad eliminare la minaccia jihadista, mentre altri attori, quali Algeria e Marocco, sembrano orientate a tutelare la propria sicurezza interna e a porsi quale potenza di riferimento regionale.

 

 

Note:

[1]     D. A. Bell, Double Entendre, Foreign Affairs, https://www.foreignaffairs.com/articles/western-europe/2014-01-14/double-entendre, 14/01/2014

[2]     L. Canali, Françafrique, LIMES, http://www.limesonline.com/francafrique/35652, 07/06/2012

[3]     G. Olimpio, Morabitun, Ansar Dine e Macina: ecco i gruppi terroristi più pericolosi, Corriere della Sera, http://www.corriere.it/esteri/15_novembre_20/murabitum-ansar-dine-macina-ecco-gruppi-terroristi-piu-pericolosi-53cfce64-8f7e-11e5-bb0e-f8f4aecfe338.shtml?refresh_ce-cp, 20/11/2015

[4]     R. Miranda, Chi sono i nuovi terroristi del Mali che minacciano l’Europa, Formiche, http://formiche.net/2013/01/14/chi-sono-i-nuovi-terroristi-del-mali-che-minacciano-leuropa/, 14/01/2013

[5]     F. Maronta, Belmokhtar, il ritorno del terrorista “imprendibile”, LIMES, http://www.limesonline.com/belmokhtar-il-ritorno-del-terrorista-imprendibile/47418, 28/05/2013

[6]     S. M. Torelli e A. Varvelli, Il nuovo jihadismo in Nord Africa e nel Sahel, ISPI, 75/2013, pp. 21-22

[7]     V. Comolli, Ecco le differenze (africane) fra Isis e Al Qaeda, Formiche, http://formiche.net/2016/01/02/ecco-le-differenze-africane-fra-isis-e-al-qaeda/, 02/01/2016

[8]     A. de Georgio, Nel Sahel, Al Qaeda riscopre la sua vocazione “Glocal”, ISPI, http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/nel-sahel-al-qaeda-riscopre-la-sua-vocazione-glocal-14539, 01/02/2016

[9]     N. Pirozzi, L’amara verità dell’intervento in Mali, Affari Internazionali, http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2224, 17/01/2013

[10]   S. M. Torelli, Algeria: il jihadismo resta la grande minaccia, ISPI, http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/algeria-il-jihadismo-e-sempre-una-minaccia-10247, 17/04/2014

[11]   F. Gnetti, Il Marocco punta sull’Africa occidentale per non restare isolato, LIMES, http://www.limesonline.com/il-marocco-punta-sullafrica-occidentale-per-non-restare-isolato/58639, 28/02/2014

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