Europa: la chiusura dei confini non è la soluzione

rifugiati

Dopo che nel 2015 sono entrate in Europa quasi un milione di persone, circa 800.000 solamente attraverso i Balcani, la reazione che molti governi europei hanno avuto è stata quella di chiudere le proprie frontiere. Dopo i primi esempi di ampia accoglienza, l’erezione di barriere fisiche sui confini e la militarizzazione degli stessi è diventata la risposta comune adottata, specialmente ad est dell’Adriatico. La retorica politica dell’invasione è inoltre solo un mero slogan elettorale, per catalizzare il dissenso dei cittadini sorto con la crisi contro il “nemico comune” raffigurato nell’immigrato. Una vecchia pratica politica che non deve stupire. Chiudere le frontiere non è tuttavia la soluzione giusta per rispondere all’emergenza profughi, così come non lo è ricoprire la Turchia di miliardi di euro per soddisfare i propri interessi, facendo con Erdoğan quello che l’Italia era solito fare con Mu’ammar Gheddafi. Le motivazioni non sono solo di carattere tecnico, ossia come intervenire con rapidità nei confronti del fenomeno migratorio, ma anche di carattere demografico per l’Europa.

Nonostante la chiusura delle frontiere, i profughi siriani e iracheni – ossia la maggioranza di quelli che arrivano in territorio europeo – continueranno ad esserci. Sono una conseguenza naturale della violenta guerra che ha come teatro il Medio Oriente e continueranno a spostarsi verso il continente europeo senza preoccuparsi delle decisioni dei governi nazionali. Se è vero che la soluzione definitiva è la distruzione dello Stato Islamico e la stabilizzazione del teatro siro-iracheno, appare chiaro come questa sia un’affermazione difficile da realizzare. Pertanto, dal momento che non si hanno delle certezze chiare sul futuro del Medio Oriente, non si può agire nell’immediato sulla causa originale della crisi dei profughi e pertanto bisogna comportarsi di conseguenza. La chiusura delle frontiere balcaniche, con una reazione a catena che è partita dell’Austria per giungere alla Macedonia, sposterà semplicemente le rotte migratorie, aumentando quindi i traffici criminali. Per contro, l’accordo con la Turchia non è risolutivo. Questo prevede che la Turchia accetti il rimpatrio entro 14 giorni di tutti i migranti e i profughi che fanno richiesta d’asilo in Grecia, ritrasferendoli dalle isole greche fino al territori turco. L’operazione di rimpatrio dovrebbe essere garantita dalla flotta greca, della NATO e quella sotto l’egida dell’agenzia europea Frontex. Inoltre, per ogni profugo siriano riammesso da Ankara, uno di questi deve essere accettato dall’Europa. Il costo totale dell’accordo è di 6 miliardi di euro, 3 in più rispetto a quelli promessi a Erdoğan e Davutoğlu nel novembre del 2015. In questo intricato sistema di ricollocamento – si ricorda che si parla di esseri umani – a guadagnarne maggiormente sembrano essere i trafficanti di esseri umani e gli scafisti, che avrebbero la possibilità di costituire un mercato che si autoalimenta con i rimpatri. A guadagnarne ci sarebbe solo la Turchia. Con la scusa dei profughi, la Turchia vuole liberalizzare la circolazione di cittadini turchi in Europa abolendo il visto Schengen e riaprendo i tanti criticati colloqui per l’adesione in Europa. In materia di accoglienza Ankara non ha alcuna esperienza, otterrebbe miliardi dall’Unione Europea e legittimerebbe così la sua leadership, che da tre anni ha intrapreso una vera e propria deriva autoritaria.

Per quanto riguarda la questione demografica, la motivazione è più materiale. La piramide demografica è uno dei metodi per calcolare la popolazione totale suddivisa per classi d’età, permettendo di rappresentare le diverse percentuali attuali e poter prevedere con relativa precisione il futuro. Una piramide demografica con una base ampia significa che vi è un’alta percentuale di infanti e ragazzi, permettendo un futuro roseo per il Paese o l’area considerata. Per contro, una piramide demografica che ha la parte superiore più ampia dimostra come l’età media della popolazione sia molto elevata, facendo intendere un rapido crollo della popolazione nel futuro. La piramide demografia riferita al 2015 in Europa ha la sua parte più corposa nel range di età tra i 20 e i 55 anni, lasciando intendere che nel 2050, sulla scorta degli altri indici demografici come tasso di natalità, mortalità e mortalità infantile, la parte più ampia sarà collocato al di sopra dei 60 anni. Secondo le previsioni fin qui svolte, la popolazione europea nel 2050 sarà diminuita di circa il 5%, passando dagli attuali 738 milioni ai futuri 707 milioni. Ciò non inficia solo sul numero di popolazione residente, ma anche sui sistemi di welfare che i Paesi europei vogliono mantenere, in alcuni Stati, come quelli scandinavi, anche con alti livelli di standard. Una più vecchia popolazione causa un maggior numero di pensioni da dover versare con una bassa quantità di forza lavoro disponibile. Le migrazioni diventano quindi fondamentali se si vuole mantenere intatto il welfare state europeo, andando contro a una lenta ma progressiva diminuzione della popolazione nel Vecchio Continente.

tasso di natalità

Fonte: Population Reference Bureau 2009

La decisione di militarizzare le frontiere mette in serio pericolo non solo i singoli Paesi, ma anche l’Unione Europea nel suo insieme dal momento che i rappresentanti gruppo di Visegrád, formato dai capi di stato e di governo di Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria, sono stati più volte tacciati di nazionalismo, autoritarismo, populismo di destra e euroscetticismo. Se la paura di una deriva nazionalista in Europa è forte, non è certo con la chiusura dei confini che si risolve, ma con uno sforzo volto all’integrazione delle comunità straniere nei Paesi di arrivo. La scelta dell’isolamento entro le proprie frontiere è peraltro stata adottata per salvaguardare il consenso interno rispetto che al bene pubblico, compito verso i quali i politici sono designati. Tale decisione può soltanto riportare il continente europeo indietro di decine e decine di anni, eliminando completamente i pochi risultati ottenuti dall’integrazione europea. In ogni caso, volenti o nolenti, la crisi dei profughi non finirà dopo l’erezione del filo spinato alla frontiere, renderà solo più complicata la fuga dai Paesi dai quali stanno scappando. Si è deciso di sacrificare l’umanità sull’altare della sicurezza.

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