Burundi: un esodo silenzioso nel cuore dell’Africa

Burundi

Foto: Reuters

In una delle tante periferie dimenticate del mondo – pur essendo al centro del continente africano – si sta verificando un’emergenza umanitaria tra le più gravi degli ultimi decenni in conseguenza di una crisi politica che contrappone il presidente Nkurunziza e i cittadini burundesi.

Tutto è iniziato nella primavera del 2015. Pierre Nkurunziza aveva annunciato la sua candidatura al terzo mandato per la guida del Burundi in palese violazione della Costituzione e degli Accordi di Arusha che prevedono un massimo di due mandati. Il presidente – vincente alle elezioni – sta cercando di mantenersi saldo al potere e di mettere a tacere le numerose proteste di massa culminate in un colpo di stato fallito nel maggio 2015. Finora la sua risposta è stata perentoria: rifiuto del dialogo con l’opposizione e rifiuto di un intervento esterno come quello delle forze di peacekeeping perché “sarebbe un’invasione”. La sua arma principale però sembra essere psicologica: una propaganda etnica che avvelena e che aliena il popolo, simile a quella fatta in Ruanda vent’anni fa, preludio di una guerra efferata e del genocidio del 1994.

Da un anno, dunque, uno dei paesi più poveri al mondo vive in uno stato di violenza permanente: scontri tra forze di sicurezza e civili, manifestazioni represse con brutalità, torture, violazioni dei diritti umani, deportazioni, sparizioni e omicidi. Il pugno duro contro chi partecipa alle rivolte di piazza consiste anche in punizioni esemplari e arresti dei “traditori” del regime e detenuti a lungo senza un processo. Il presidente ha ribadito più volte che qualunque cittadino si fosse opposto al suo mandato sarebbe stato “punito secondo la legge anti terrorismo e combattuto come se fosse un nemico dello Stato”. Se da una parte la repressione violenta portata avanti dalle forze di sicurezza non accenna a placarsi, dall’altra si ricorrono voci di un addestramento delle milizie di opposizione al governo, rendendo il clima ancora più teso. In questo quadro, neanche le cariche più importanti dello stato sembrano essere immuni dall’ondata di violenza. Human Rights Watch ha denunciato che anche le figure di alto profilo quali l’ex capo dei servizi di intelligence, l’ex capo dei militari e il portavoce del partito di opposizione Union for Peace and Development-Zigamibanga sono stati uccisi lo scorso anno nella capitale Bujumbura da ignoti, forse in gesto di sfida al potere del regime.

Secondo gli ultimi dati dell’agenzia ONU per i rifugiati (UNHCR) più di 400 persone hanno perso la vita e più di 270 mila persone hanno iniziato un esodo silenzioso dalla patria, in cerca di protezione e salvezza nei paesi limitrofi quali Tanzania, Repubblica Democratica del Congo, Uganda e Ruanda. Molti fuggono di notte nelle foreste per evitare di imbattersi nelle milizie governative che danno la caccia e puniscono chi si ribella o chi defeziona. A questo proposito, Amnesty International ha rilasciato immagini di 5 fosse comuni create per nascondere le uccisioni di massa da parte delle forze di sicurezza. Invece, per coloro che riescono a oltrepassare il confine e che hanno a loro disposizione più risorse per farlo, le mete predilette che offrono un’assistenza di base sono Tanzania e Ruanda, dove si guarda con grande attenzione agli eventi in Burundi temendo che la storia possa ripetersi e creare un effetto domino in tutta la regione. Secondo l’agenzia dell’ONU UNICEF, ci sono molti fattori che fanno pensare che il Burundi stia vivendo più crisi: violenza, malnutrizione, casi di colera e malaria, carenza di cibo e acqua sono ormai all’ordine del giorno. A soffrire maggiormente le conseguenze sono i bambini che difficilmente riescono ad andare a scuola; se lo fanno, al loro rientro non hanno nulla da mangiare e sono costretti ad elemosinare qualcosa per le strade. Se la situazione non cambiasse in tempi brevi, un’intera generazione subirebbe danni devastanti dovuti a precarie condizioni di salute e assenza di istruzione. David Miliband, il capo dell’International Rescue Committee ha visitato Nyarugusu Camp in Tanzania, il terzo campo rifugiati più grande al mondo e ha incontrato molti dei 150 mila esiliati che “non vedono né una prospettiva né hanno desiderio di tornare in Burundi”, vogliono dimenticare tutto del loro paese e desiderano cambiare i loro nomi per timore di ripercussioni future. Per questo è probabile che la crisi rimarrà ancora per molto tempo e che alimenterà un esodo di grandi proporzioni.

Comunque, lo scorso marzo il presidente burundese ha fatto delle timide concessioni e ha mosso i primi passi per risolvere la crisi politica anche perché si è ritrovato sempre più sotto pressione internazionale. Infatti l’Unione Africana aveva già inviato 100 osservatori per i diritti umani e 100 militari di un suo contingente. Pertanto, il governo ha reagito allentando leggermente la presa: ha liberando 158 prigionieri politici, ha sospeso 15 arresti di garanzia e ha riaperto due radio, seppur filogovernative.

Se da una parte l’Unione Europea ha mantenuto solo gli aiuti umanitari, invece il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dopo un lungo periodo di osservazione senza soluzioni né azioni, ha adottato una risoluzione all’unanimità per l’invio di un contingente di polizia ONU nello stato centrafricano. La risoluzione 2279 (2016) riconferma il suo impegno nel rispetto della sovranità, indipendenza politica, integrità e unità territoriale del Burundi. Allo stesso tempo però, si chiede al governo e a tutte le parti di rifiutare ogni tipo di violenza e condannare il pubblico incitamento all’odio razziale. Il governo di Bujumbura deve garantire tutte le libertà fondamentali e lavorare per una soluzione pacifica, cooperando pienamente con i mediatori e facilitatori dell’Unione Africana per un autentico e inclusivo dialogo. Ora il Segretario Generale ONU Ban Ki Moon dovrà consultarsi col governo burundese e con l’Unione Africana per dispiegare le forze entro 15 giorni. Anche questa scelta però non appare priva di ostacoli. Il ministro degli esteri burundese Alain Nyamitwe ha dichiarato: “Non vogliamo lo schieramento di centinaia di forze di polizia nel paese. Le Nazioni Unite devono ricordare che ci sono già gli osservatori dell’Unione Africana, quindi ne abbiamo bisogno molte meno per stabilizzare il paese”. Questo fa comprendere che il governo non accetterà un’autorità esterna che detti il modo in cui il governo deve gestire gli affari.

Di fronte all’invio di un contingente internazionale di poliziotti, le forze di opposizione e la società civile – che da mesi lottano per ottenere il rispetto della Costituzione ma anche per avere un paese in cui non ci sia più solo la legge del più forte – rimangono scettiche. Sono convinte che non servirà a nulla se manca la vera volontà di porre fine alla crisi. La popolazione burundese è stanca di soprusi e ingiustizie e sta tentando la strada della denuncia collettiva di questi crimini contro l’umanità alla Corte Penale Internazionale: sessanta famiglie hanno già sottoscritto un appello per l’Aja. Il governo teme di finire sotto i riflettori internazionali e per questa ragione il Procuratore generale burundese ha chiesto espressamente di presentare le accuse dei presunti crimini alla Procura della Repubblica per poter aprire inchieste in patria e trovare i colpevoli senza che i capi d’accusa vengano “manipolati” dal Tribunale dell’Aja. Mentre si attende e si spera una soluzione effettiva alle diverse crisi che sta attraversando il paese, prosegue inesorabile l’esodo di chi non ha voce.

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