L’accordo tra Unione Europea e Turchia sui rifugiati:

rifugiati

La guerra civile che dal 2011 sta sconvolgendo la Siria ha dato il via ad un enorme flusso di civili che cerca di sfuggire al conflitto, attraverso la Turchia ed il Mar Egeo e da lì sino all’Europa settentrionale. Solo nel 2015, circa un milione di rifugiati è entrato nei confini dell’Unione Europea rischiando la traversata del Mediterraneo e, di questi, circa 3700 hanno perso la vita o sono dispersi. A partire dal primo gennaio 2016, oltre 130000 persone hanno cercato di raggiungere l’Europa e la rotta più percorsa è stata quella balcanica, che ha di gran lunga superato quella che dalla Libia raggiunge l’Italia meridionale. La maggior parte di questi migranti sono siriani ed iracheni, ma anche eritrei, somali ed afgani, che sfuggono da situazioni di guerra, repressione o violenze generalizzate. Di fronte a tale contesto, i paesi europei sembrano limitare il dibattito alla prevenzione delle partenze e alla lotta al traffico dei migranti, come anche l’accordo con Ankara lascia supporre.

La struttura dell’accordo sui rifugiati

L’accordo di cooperazione tra Unione Europea e Turchia si fonda su due principi fondamentali. Il primo prevede che tutti i migranti, inclusi tra questi anche i potenziali richiedenti asilo, giunti in Grecia siano ricondotti in Turchia, mentre il secondo introduce la regola detta “uno per uno”, in base alla quale per ogni siriano riammesso in Turchia, un altro debba essere accolto in uno dei paesi europei. La prima norma ha generato una forte presa di posizione da parte delle organizzazioni non governative (ong), ma anche dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite sui rifugiati (UNHCR), i quali hanno paventato il rischio di espulsioni collettive in violazione della CEDU, della Carta dei Diritto Fondamentali dell’Unione Europea, oltre che del principio di non-refoulement previsto dalla Convenzione del 1951 sullo Status dei Rifugiati, e confermato da numerose sentenze della CEDU, che afferma il divieto di espellere un individuo verso un paese dove sussista il rischio di essere perseguitato, torturato o sottoposto a trattamenti inumani o degradanti. I paesi membri dell’Unione Europea hanno quindi il dovere di applicare tale principio ogni qualvolta si presenti il caso di una potenziale espulsione verso la Turchia. Con riguardo alla regola dell’uno per uno, questa rischia di creare un vulnus nei principi regolanti il diritto d’asilo, in quanto non terrebbe conto delle caratteristiche individuali dei singoli rifugiati, e trovando al contempo una discriminante nella relativa modalità di ingresso entro i confini UE. Quest’ultimo punto ha il potenziale per essere il più controverso, perché a fronte dell’espulsione di un migrante giunto in Europa illegalmente, i paesi UE si farebbero carico di un altro che non ha tentato la traversata, individuando di fatto un nesso tra il diritto individuale di asilo e la modalità di ingresso in un dato paese europeo.

Alcune contraddizioni

Con l’accordo Unione Europea-Turchia, il paese anatolico è stato identificato come paese terzo sicuro. Tuttavia, alcune organizzazioni internazionali hanno posto in evidenza come Ankara abbia adottato, anche nel recente passato, politiche di respingimento in violazione del principio di non-refoulement, oltre a casi di violenze, sanzionati da alcune sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. In base alla Direttiva Procedure (2013/32/UE) relativa a riconoscimento e revoca dello status di rifugiato, la Turchia stessa potrebbe quindi non essere considerata paese terzo sicuro. La norma europea prevede infatti che si possa rifiutare il riconoscimento dello status di protezione internazionale al cittadino di un paese in cui non siano riscontrabili minacce alla vita o alla libertà; rischi di danno grave, quale la pena di morte o la tortura; eventualità di espulsioni indiscriminate. A maggior ragione può risultare contraddittorio individuare nella Turchia un paese terzo sicuro quando sono state espresse alcune riserve circa lo stato di diritto turco. In particolare, hanno destato preoccupazione i ripetuti attacchi contro la stampa, tra cui il quotidiano Zaman, il più diffuso del paese, il cui gruppo editoriale era legato ad alcuni oppositori al presidente Erdogan, ma anche la repressione del movimento curdo, rinnovatosi dopo le ultime elezioni politiche che hanno visto la vittoria del partito di Erdogan, l’AKP. Allo stesso tempo, la norma “uno per uno” nasconde un’altra evidente contraddizione. Se tale principio prevede che un rifugiato sia accolto in un paese UE quando un altro venga respinto in Turchia perché irregolare, ciò rischia di significare che sia necessario un massiccio flusso illegale per poter compensare il reinsediamento in Europa. In altri termini, per far sì che un certo numero di migranti, ad esempio siriani, venga accolto nell’Unione Europea, un uguale numero di migranti dovrebbe aver prima tentato di entrarvi illegalmente. Questo contrasta con la finalità dell’accordo che vorrebbe eliminare il traffico di migranti attraverso il Mediterraneo, che, a sua volta, equivarrebbe a ridurre il numero di reinsediamenti. Senza una soluzione che bilanci la contraddittorietà della norma “uno per uno”, al danno per i migranti bloccati in Turchia, rischierebbe di aggiungersi la beffa del perdurare del traffico di esseri umani, da cui lo Stato Islamico stesso trae finanziamento. Infatti, visto il meccanismo della norma in questione, i trafficanti potrebbero individuarvi un’opportunità per mantenere attivo il proprio business.

La chiusura della rotta balcanica

La soluzione trovata da Unione Europea e Turchia lo scorso 7 marzo vorrebbe quindi avere l’effetto di chiudere la rotta balcanica, peraltro già resa piena di ostacoli dalla contestuale chiusura dei confini, o dalla reintroduzione di controlli sugli stessi, poste in essere da alcuni paesi europei, tra cui Ungheria, Slovenia, Croazia e Austria. Quest’ultima ha anche imposto un tetto agli ingressi pari ad un massimo di 127500 fino al 2019. Tali misure non avevano però frenato gli sbarchi in Grecia. La possibile chiusura della rotta balcanica ha messo in allarme governi, come quello italiano, che temono uno spostamento verso le proprie coste del flusso di migranti, che tra l’altro rappresenta un vero e proprio business per i gestori del traffico di esseri umani. Solo nel 2015, con riguardo allo Stato Islamico di Al-Baghdadi e ad altre sigle gihadiste, il flusso verso l’Europa ha generato una cifra pari a 323 milioni di dollari, ricavati anche dal pagamento imposto ai medesimi migranti perché possano tentare la traversata del Mediterraneo. Inoltre, la sempre più forte presenza dello Stato Islamico in Libia, evidenziata da un recente rapporto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, contestualmente alla perdita di territorio in Siria e Iraq dovuta all’avanzata degli eserciti regolari di Damasco e Baghdad, rappresenta un ulteriore fattore di preoccupazione circa la possibilità che, con la bella stagione e favorevoli condizioni marine, il corridoio Libia-Italia possa divenire il principale canale attraverso cui lo Stato Islamico sia in grado di spingere la massa di migranti verso le coste europee. Lo stesso Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri, Federica Mogherini, ha paventato che circa mezzo milione di migranti sia pronto a partire dalla Libia. A fronte di ciò, l’accordo con la Turchia potrebbe rappresentare un precedente a cui anche l’Italia possa far ricorso per chiedere che tali principi vengano applicati per il flusso migratorio potenzialmente proveniente dal Nord Africa. L’attuale assenza di un governo effettivo in Libia rende per il momento difficile tale evenienza, se non altro perché mancherebbe una delle parti negoziali. Ma nel momento in cui tale carenza verrà colmata, è lecito immaginare che un massiccio flusso di rifugiati provenienti dalla Libia, eventualmente aggravato da un intervento armato diretto contro lo Stato Islamico, di cui si è discusso nelle ultime settimane, possa generare le condizioni per le quali anche il governo italiano sia in grado di premere sulle istituzioni europee per raggiungere un accordo con la Libia simile a quello siglato con la Turchia.

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