La Geopolitica dell’Artico

 LA GEOPOLITICA DELL’ARTICO

Martedì 17 maggio si è tenuta la conferenza “La geopolitica dell’Artico” presso l’Università degli Studi di Milano, organizzata dall’associazione “SIR – Students for International Relations”. Durante l’incontro si è illustrato il valore dell’Artico nelle relazioni internazionali, focalizzandosi successivamente sul ruolo svolto dai diversi attori regionali.

Locandina conferenza SIR

  1. Opportunità e rischi del “great game artico”

Nel corso dei secoli è mutata, da parte dei player globali, la percezione della regione polare: tradizionalmente considerata come un limes del mondo – a causa della sua posizione remota –, nel contesto bipolare era ritenuta una porzione particolarmente ambita per lo scenario strategico-militare. Nel contesto multipolare, che caratterizza i nostri giorni, la regione ha assunto rilevanza alla luce del cambiamento climatico e dei suoi corollari geopolitici. Da un lato, il riscaldamento globale rappresenta un serio pericolo per il fragile ambiente artico e le specie che vi risiedono; d’altro canto, però, potrebbe altresì generare dei vantaggi economici. In primo luogo, lo scioglimento dei ghiacci renderebbe più accessibili le risorse naturali dell’area (segnatamente idrocarburi e minerali): infatti, si stima che, complessivamente, il petrolio e il gas naturale della regione ammontino rispettivamente al 13% e al 30% delle riserve mondiali non ancora scoperte. Inoltre, l’aumento delle temperature farebbe sì che, in futuro, alcune rotte polari – decisamente più brevi rispetto alle rotte via Suez – risultassero navigabili per diversi mesi all’anno: come il passaggio a Nord-Est, quello a Nord-Ovest e la c.d. “rotta transpolare”.

Alla luce di questo scenario, si è iniziato a parlare di un “great game artico”, ossia di una crescente competizione da parte dei player regionali, tesa a stabilire la propria supremazia sul fronte Nord. Questa percezione è connessa al timore che l’Artico possa diventare un’arena sempre più conflittuale, tanto più che non è irreggimentato da un’autentica struttura di governance regionale: la sua principale istituzione – ossia il Consiglio Artico – è un semplice forum di dialogo, che non gode di sovranità giuridica e non tratta questioni militari o di security.

  1. I player regionali

In un simile contesto, svariati attori regionali si accingono a elaborare strategie per rafforzare la propria proiezione artica – seppur con ritmi e modalità differenti. La Federazione Russa è senza alcun dubbio un grande protagonista della partita polare, e per comprendere il suo ruolo occorre concentrarsi su tre aspetti: risorse, rotte artiche e militarizzazione. Infatti, lo “zar del Polo” vede il fronte Nord come un’occasione per consolidare il proprio ruolo di potenza energetica – visto che il 30% della produzione mondiale di gas naturale (e il 10% di quella di petrolio) derivano dalla sua zona artica; di notevole interesse è il giacimento di gas naturale Štokman, situato nel Mare di Barents. Per quanto riguarda l’eventuale apertura dei percorsi marittimi artici, poi, Mosca riserva particolare attenzione al passaggio a Nord-Est, che ritiene parte integrante delle proprie acque territoriali, nonostante la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare lo classifichi come uno stretto internazionale. Infine, il Cremlino ha incrementato la propria attività militare nella regione rispetto agli anni precedenti, e, per esempio, sta costruendo nuove basi e navi rompighiaccio a propulsione nucleare.

La postura statunitense nell’Artico (resa possibile dall’Alaska), invece, non è ancora solida; solo negli ultimi anni vi è stato un ripensamento, marcato dalla National Strategy for the Arctic Region (2013), che enfatizza aspetti quali la protezione ambientale, lo sviluppo sostenibile e il coinvolgimento delle popolazioni locali. Nonostante lo scorso anno gli Stati Uniti abbiano assunto la presidenza del Consiglio Artico, il loro ruolo nella regione è ancora pencolante, e tuttora si segnalano elementi di debolezza: la carenza di infrastrutture, l’esiguo numero di navi rompighiaccio, e, soprattutto, il fatto che non abbiano ancora ratificato Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare – cornice giuridica che dirime le dispute polari (e non solo). In seguito alla crisi ucraina (e con l’incremento delle attività militari), poi, si è materializzato il timore che l’Artico possa divenire teatro di uno scontro tra Washington e Mosca: in realtà, talvolta questo fattore è sovrastimato, poiché finora il pattern prevalente in ambito polare è stato quello di cooperazione e rispetto del quadro legislativo.

Un terzo attore nel quadrante artico è il Canada, la cui azione si caratterizza per la tutela accordata all’ambiente e alle minoranze etniche, nonché per l’attenzione agli idrocarburi presenti e al passaggio a Nord-Ovest, rotta che secondo Ottawa (ma non per Washington) attraversa le proprie acque territoriali. Inoltre, un altro Paese che partecipa al “great game artico” è la Norvegia, che si sta focalizzando sulle risorse naturali ospitate dal Mare di Barents poiché particolarmente promettenti sono i suoi giacimenti di Snøhvit e Goliat, in fase di produzione.

Diversamente dalla Norvegia, Paesi come la Svezia e la Finlandia mostrano ancora una proiezione artica modesta, mentre l’Islanda sembra attenta alle opportunità offerte dal nuovo scenario polare. Un caso sui generis, per concludere, è quello della Groenlandia, territorio autonomo in seno al Regno di Danimarca: la prospettiva. dello sfruttamento delle risorse presenti (in primis minerarie, come le terre rare) – congiuntamente alla legge sull’autogoverno (selvstyre) del 2009 – ha fomentato le correnti centrifughe, che propugnano l’indipendenza dell’isola. In realtà, una secessione prematura potrebbe essere nociva, in quanto latrice di problematiche economiche e legate al mantenimento della sovranità.

  1. Conclusioni

Alla luce di quanto illustrato, è evidente che l’Artico ha cessato di essere l’ultima Tule virgiliana, remota e dunque aliena alle dinamiche del Sistema Internazionale: le prospettive indotte dal cambiamento climatico hanno generato un nuovo scenario, caratterizzato non solo da rischi ambientali, ma anche da opportunità geopolitiche; pertanto, ora il Polo risulta integrato a pieno titolo nello scacchiere mondiale. Di fronte a questo mutato contesto, le dramatis personae del teatro artico si sono mosse in ordine sparso: complessivamente, hanno riconosciuto l’accresciuta importanza dell’area, ma ciascuna di esse ha agito con modalità e tempistiche differenti. Tuttavia, il riconoscimento del valore geopolitica dell’Artico e di aspetti come l’incremento delle attività militari non deve essere portatore di schematismi, che banalizzano la lettura delle dinamiche locali: per questo motivo, è necessario fare due distinguo.

In primo luogo, non è possibile pensare al fronte Nord come un eldorado, in cui l’estrazione di risorse risulti “automatica”. Al contrario, esistono svariate difficoltà che limitano (parzialmente) le opportunità artiche: per esempio, il riscaldamento globale provocherebbe anche lo scioglimento del permafrost (che mina le attività estrattive); poi, le infrastrutture presenti risultano tuttora inadeguate, mentre i costi legati alle operazioni in un teatro periferico rimangono elevati. Un discorso analogo vale per le rotte marittime, che presentano diversi tipi di ostacoli: nel caso del percorso a Nord-Est, vi sono passaggi stretti e poco profondi; quello a Nord-Ovest, invece, si caratterizza per una maggiore quantità di ghiaccio; infine, la “rotta transpolare” richiede l’impiego di navi rompighiaccio più potenti.

Il secondo caveat riguarda l’aspetto della conflittualità: l’aumento delle attività militari nella regione è innegabile, ma non rappresenta il template principale con cui interpretare la geopolitica dell’Artico. Infatti, la cooperazione si dimostra più vantaggiosa della defezione nel quadrante polare, poiché la stabilità regionale è propedeutica allo sfruttamento delle opportunità che emergono – in primis le risorse. Così, il rischio di scontri e tensioni non è completamente assente, e non può pertanto essere sottaciuto, ma occorre anche rifuggire la tentazione opposta, ossia la lettura eminentemente securitaria.

Dunque, se si intende soppesare adeguatamente il ruolo dell’Artico nelle relazioni internazionali, è fondamentale riconoscere le sue specificità: negare la peculiarità di questa regione finirebbe per sovrastimare vari aspetti e, viceversa, obliterare alcune dinamiche non trascurabili, proponendo un’analisi sbilanciata del “great game” polare.

di Silvia Carenzi

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