Le dimissioni di Davutoğlu: inizia una nuova fase per la Turchia?

Davutoğlu

Il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), che domina la vita politica turca ininterrottamente dal 2002, era fino ad ora contraddistinto dalla presenza di due personalità rappresentate rispettivamente dal Presidente della Repubblica, Recep Tayyip Erdoğan, e dall’ormai ex Primo Ministro Ahmet Davutoğlu. Entrambi fautori del cosiddetto neo-ottomanismo, una linea di politica estera mirante a far riconquistare ad Ankara gli spazi di influenza che sino alla fine del primo conflitto mondiale erano sotto il dominio della Sublime Porta, Erdoğan e Davutoğlu rappresentavano al contempo due diversi approcci: il primo propugna un maggior interventismo di Ankara nelle questioni mediorientali e un maggior accentramento del potere tanto da far paventare, tra le cancellerie occidentali, una deriva del paese in senso autoritario, mentre il secondo era considerato quale esponente di una linea conservatrice moderata e liberista apprezzata all’estero, soprattutto dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea. Le recenti dimissioni di Davutoğlu, se da una parte segnano la vittoria, in seno all’AKP, della posizione di Erdoğan, dall’altra aprono nuovi scenari nella proiezione dell’influenza turca nell’area mediorientale.

Lo scontro tra Erdoğan e Davutoğlu

Nel 2014, Erdoğan, storico leader del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, in conformità alla normativa turca, lasciò la direzione del movimento per assumere la carica di Capo dello Stato. In quell’occasione, Erdoğan individuò in Ahmet Davutoğlu la figura idonea a guidare l’AKP e a ricoprire il ruolo di primo ministro. Quest’ultimo, proveniente da una carriera accademica, è l’ispiratore del neo-ottomanesimo, ed ex ministro degli Affari Esteri di Ankara, carica che ha ricoperto dal 2009. Tuttavia, i rapporti tra i due leader si sono fatti sempre più tesi a causa soprattutto delle divergenze circa l’arresto e l’incarcerazione di elementi del mondo accademico e giornalistico e riguardo l’urgenza della riforma costituzionale a cui aspira il presidente Erdoğan. Con rispetto a questi due aspetti, da una parte Davutoğlu non ha mai nascosta la propria contrarietà agli arresti e alle condanne di eminenti esponenti del mondo accademico, da cui anch’egli proviene, mentre dall’altra, ancora il Primo Ministro non sembrava dare priorità, nella propria agenda alla riforma costituzionale voluta dal presidente Erdoğan. Quest’ultimo, dal suo canto, ha intenzione di sottoporre a voto referendario la possibilità di trasformare la repubblica parlamentare turca in senso semi-presidenziale, superando il dualismo premier-presidente su cui si regge l’architettura istituzionale di Ankara. Tale divergenza non è solamente formale. Il Parlamento turco, infatti, è composto da una sola camera, la Grande Assemblea, dove l’AKP, sebbene goda della maggioranza necessaria a sostenere un governo monocolore, non ha i numeri necessari a modificare autonomamente il dettato costituzionale. In aggiunta a ciò, l’iniziativa in favore di una riforma deve provenire dal Primo Ministro, il quale tuttavia, con Davutoğlu, individuava nel processo di pace con i curdi, nell’ingresso nell’UE, nella crisi siriana e nei rapporti con Mosca, le priorità politiche su cui concentrare la propria azione. Questo contrasto ha portato infine all’epilogo del 5 maggio e alle dimissioni del Primo Ministro Davutoğlu.

La posizione di Ankara in Medio Oriente

L’azione della Turchia in Medio Oriente si interserca profondamente con la questione curda. Questa rappresenta un elemento storico di instabilità per il paese anatolico e gli sviluppi della crisi siriana hanno destato una sempre maggiore preoccupazione nel governo di Ankara proprio in relazione ai legami tra i curdi turchi e siriani. Dopo le elezioni di giugno 2015, che videro l’affermazione del partito curdo HDP, poi seguite da una nuova tornata elettorale a causa dell’impossibilità di formare un nuovo governo, sono riesplosi gli scontri tra forze regolari turche e PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), con elevati costi in vite umane da entrambe le parti. La situazione interna si lega con quella internazionale tramite due fattori. Il primo è rappresentato dal presunto legame tra il PKK e il PYD curdo-siriano (Unione Democratica del Popolo), mentre il secondo è dato dai rapporti tra il PYD stesso e la Russia. Il governo turco ha sempre cercato di evitare che si costituissero forme di autonomia regionale curda all’interno dei paesi vicini a causa del timore che una simile evenienza possa alimentare simili richieste anche nel paese anatolico. Tuttavia, l’alleanza tra Mosca e il PYD rischia di rafforzare i curdi siriani, i quali, se da una parte godono della copertura aerea intarnazionale, dall’altra sostengono il maggior sforzo bellico sul terreno, e che, una volta sconfitto il califfato di Al Baghdadi potrebbero rivendicare quelle forme di autonomia paventate da Ankara. E’ emblematico, a tal riguardo, che anche dopo essere entrata nella coalizione anti-ISIS la Turchia abbia condotto numerosi raid proprio contro le postazioni del PKK in Siria e Iraq. Le dimissioni di Davutoğlu, assertore del processo di pace con la minoranza curda nel sud-est del paese, rischiano di far ulteriormente irrigidire la posizione di Ankara che, con un Premier vicino alle posizioni di Erdoğan, potrebbe mostrarsi sempre meno favorevole ai legami tra la coalizione anti-ISIS e i curdi siriani, causando al contempo un proprio isolamento sulla scena internazionale.

Quale futuro per la Turchia post-Davutoğlu?

Subito dopo le dimissioni di Davutoğlu, è iniziata la ricerca della figura che lo sostituirà alla guida del governo. Sono stati fatti i nomi Binali Yıldırım, Berat Aldayrak e Bekir Bozdağ, ministri rispettivamente dei Trasporti, dell’Energia e della Giustizia. Ma, a prescindere dall’identità del successore di Davutoğlu, questo sarà molto probabilmente una figura vicina alle posizioni del presidente Erdoğan, in termini di riforma costituzionale e ruolo di Ankara in Medio Oriente. Riguardo al primo aspetto, il prossimo Premier turco molto probabilmente sosterrà la volontà del Capo dello Stato di trasformare la repubblica in senso semi-presidenziale attribuendo maggiori poteri di indirizzo politico al Presidente. Allo stesso tempo, anche sui dossier internazionali di maggiore interesse per Ankara potrebbe verosimilmente intervenire il presidente Erdoğan. A tal riguardo, può essere richiamata l’affermazione del 19 aprile del capo di stato turco in relazione all’accordo tra Ankara e Bruxelles sull’emergenza migratoria, secondo la quale l’UE avrebbe più bisogno della Turchia di quanto quest’ultima ne abbia dell’UE. Tale presa di posizione è stata poi rivista quando lo stesso Erdogna ha descritto l’ingresso di Ankara nell’Unione come un obiettivo strategico, ma rischia di non riuscire a nascondere quella che già in passato era descritta come “sindrome di Sévres”, intendendo con questa espressione il senso di accerchiamento accusato dalle leadership turche. Per quanto concerne la crisi siriana, la Turchia teme le possibili ripercussioni in patria della concessione di forme di autonomia in favore delle comunità curde di Siria e Iraq. Tale evenienza non è così scontata, non solo per la contrarietà recentemente espressa dal Primo Ministro iracheno, ma anche perché possibile fonte di nuove destabilizzazioni in Medio Oriente. Ma è più che sufficiente a destare le preoccupazioni della Turchia, che, con l’uscita dalla scena politica di Davutoğlu, potrebbe opporre maggior resistenza alla collaborazione con i peshmerga curdi in Siria. E’ molto probabile, quindi, che la strategia di Erdoğan, sia in politica interna che estera, si ponga in continuità con quella che gli ha permesso di vincere con ampio margine le elezioni di novembre 2015, e caratterizzata da autoritarismo e populismo, accentramento del consenso attorno alla propria figura e marginalizzazione degli avversari politici, il tutto sostenuto da una retorica fortemente nazionalista.

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