Africa: un continente in eterno mutamento

Africa

Da sempre l’Africa è un continente in mutamento che, il più delle volte, ha vissuto i cambiamenti storici e geopolitici in modo repentino, senza avere né il tempo né i mezzi per adeguarsi e dare risposte alle sfide del presente. Un continente che il giornale The Economist nel 2000 definiva hopeless, nel 2010 hopeful e infine nel 2011 rising. Come astro nascente del mondo, è innegabile la sua crescita degli ultimi 15 anni, con il PIL degli stati subsaharariani che ha spesso superato il 5%. Sebbene negli ultimi due anni i dati siano stati più contenuti – a causa della crisi economica, della debolezza dei mercati internazionali e del crollo dei prezzi delle materie prime – la Banca Africana per lo Sviluppo o African Development Bank ha previsto proiezioni di crescita del 3,6% nel 2016 e del 4,5% nel 2017, sempre a patto che avvenga la ripresa economica.

L’Africa rimane il secondo continente a più rapida crescita dopo l’Asia e, almeno in base ai numeri del PIL, ha resistito meglio di altri alle avversità della crisi economica mondiale. La sua resistenza si deve ad alcuni fattori domestici: consumi privati elevati, sviluppo di infrastrutture pubbliche e flussi consistenti di investimenti diretti esteri. Nel medio periodo, l’espansione dei mercati regionali è promettente, ma la principale novità è rappresentata dall’incremento del commercio intra-africano che mantiene la ricchezza all’interno dei confini continentali. Se gli effetti più negativi sembrano scongiurati, l’eccezionalità africana però non si è tradotta in condizioni migliori. Nei paesi in cui le condizioni climatiche sono state favorevoli, l’agricoltura è riuscita a dare una spinta alla crescita finché siccità e carestie hanno frenato l’andamento positivo specialmente in Africa Orientale e Meridionale. Invece, i paesi ricchi di risorse sono stati penalizzati dal crollo del prezzo del petrolio che ha limitato budget e investimenti, arrivando in alcuni casi ad una seria crisi finanziaria come in Angola.

Impegnata nella promozione dello sviluppo economico e del progresso sociale, nel corso del suo 51° meeting l’African Development Bank ha rilasciato il report African Economic Outlook 2016, dedicato al fenomeno della trasformazione strutturale e delle città sostenibili. Economicamente parlando, la trasformazione strutturale è il trasferimento di risorse economiche da attività di bassa produttività a quelle di alta produttività. In altri termini, permette il passaggio da un’economia rurale a una urbana e quindi dal settore agricolo a quello manifatturiero-industriale. Questo tipo di trasformazione generalmente porta con sé profondi cambiamenti sociali tra cui più istruzione, più crescita e più benessere delle famiglie che, grazie a condizioni economico-sociali migliori, decidono di mettere al mondo più figli.

In Africa si sta verificando un periodo di grandi cambiamenti, di movimenti migratori per svariate ragioni e un boom demografico senza precedenti. In particolare, con un tasso di crescita della popolazione urbana doppio rispetto a quello della media mondiale, nei prossimi decenni crescita e sviluppo dipenderanno in gran parte dalla gestione del fenomeno urbanizzazione. I dati relativi alla popolazione residente nelle città sono emblematici: nel 1995 vivevano in contesti urbani 237 milioni di persone, mentre nel 2015 472 milioni. Il report fa emergere con chiarezza che l’inurbamento sta modificando per sempre le società africane e che, in mancanza di pianificazione, le espansioni urbanistiche in Africa saranno molto costose e non controllate. La rapidità con cui sta avvenendo il processo rappresenta un’immensa opportunità, non solo per le città ma anche per lo sviluppo rurale. Dato che due terzi degli investimenti in infrastrutture devono ancora essere effettuati entro il 2050, l’obiettivo è creare politiche nuove e di ampio respiro per trasformare le città africane in motori della trasformazione urbana sostenibile. Se queste politiche saranno adeguate, l’urbanizzazione farà progredire lo sviluppo economico aumentando produttività agricola, industrializzazione e servizi e parallelamente farà crescere il ceto medio urbano.

Tuttavia, oggi in Africa il processo di urbanizzazione è rapido, ma la trasformazione strutturale è lenta. Nonostante la crescita urbana degli ultimi 10 anni, rimane il continente meno urbanizzato. Nel 2050 l’Africa rappresenterà il 55% della popolazione mondiale, inferiore di 10 punti percentuali alle aree asiatiche e sudamericane. Per questo, l’urbanizzazione rimane una condizione necessaria ma non sufficiente per la prosperità economica. L’urbanizzazione può però arrecare benefici che, in grande misura, dipendono dalle condizioni del contesto locale e dalla disponibilità di beni pubblici. I primi stati ad essere urbanizzati sono situati in Africa Occidentale -Ghana, Costa d’Avorio, Senegal- e oggi sono realtà consolidate. Invece, solo di recente in Africa Orientale -Etiopia, Kenya e Tanzania- le società hanno intrapreso un cammino di trasformazione delle strutture economiche: si sono allontanate sempre più dall’agricoltura e, andando incontro alla fase di transizione demografica, stanno incanalando le risorse economiche in progetti ingegneristici importanti e in numerose vie di collegamento. Questo creerà un network di centri urbani nuovi, ma adiacenti a quelli esistenti, per rendere omogenea la distribuzione della popolazione nelle aree metropolitane.

È bene ricordare che la maggior parte delle città in espansione sono megalopoli in cui si incrociano i flussi economici, migratori e culturali che inevitabilmente incidono sul cambiamento del tessuto urbano. In termini più generali, questo comporta un annullamento dei confini tra le aree urbane e rurali, cosa che sta avvenendo soprattutto in Africa subsahariana. Oggi sono presenti 3 megalopoli che contano circa 10 milioni di abitanti ciascuna: Lagos, Il Cairo e Kinshasa. Invece, Alessandria d’Egitto, Nairobi, Dar Es Salaam, Abidijan, Addis Abeba, Casablanca, Johannesburg e Cape Town sono le metropoli più densamente popolate, destinate a diventare megalopoli nei prossimi decenni. Queste trasformazioni già in atto fanno riflettere sull’esigenza di una migliore organizzazione e gestione urbana, specialmente perché più del 60% della popolazione africana vive ancora negli slum, aree povere e sottosviluppate ai margini delle grandi città.

Nel contesto di un’espansione urbana incalzante, la Repubblica Popolare Cinese appare un attore affidabile e a buon mercato per creare nuove infrastrutture, ponti, ferrovie, strade ed edifici. Molte grandi opere sono ideate, finanziate e realizzate da imprese cinesi a prezzi modici e in tempi piuttosto brevi. In molte realtà africane l’impatto della Cina sullo sviluppo urbano è chiaramente visibile. Il suo modello di gestione dello spazio è stato esportato e ingegneri, costruttori e imprenditori cinesi rispettano i contratti e i budget stabiliti per il completamento dei lavori. Un simbolo delle costruzioni cinesi in Africa è situato a 18 km da Luanda, la capitale dell’Angola, dove sorge l’enorme complesso abitativo di Kimbala New City. L’agglomerato, costruito dalla China International Trust and Investment, è a tutti gli effetti una zona residenziale in grado di accogliere almeno 500 mila persone ed è molto simile per stile alle unità abitative che si realizzano in Cina. Da esempi di questo tipo si evince che la Cina è non solo il primo partner commerciale del continente, ma anche un’alternativa concreta ai paesi occidentali che hanno sempre offerto aiuti allo sviluppo senza agire direttamente nel contesto africano. Il colosso asiatico è celebre anche per aver realizzato edifici istituzionali famosi come la sede dell’Unione Africana ad Addis Abeba (Etiopia) o la zona commerciale di Lekki nella capitale della Nigeria, Lagos.

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