Artico: tra risorse energetiche e nuove rotte commerciali

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*articolo a cura di Lorenzo Maria Bruno, tirocinante presso Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence

La regione artica è una delle aree più interessanti da analizzare dal punto di vista geopolitico, principalmente per due ragioni: la prima riguarda la ricchezza di giacimenti petroliferi presenti e la seconda lo scioglimento dei ghiacciai che offrono la possibilità agli Stati che si affacciano sul mar Glaciale Artico, in determinati mesi dell’anno, di sfruttare le rotte marittime commerciali  (passaggio a nord-est e passaggio a nord-ovest).  L’osservatorio geologico statunitense conferma la grande ricchezza del sottosuolo artico, si stima infatti che circa il 30% del gas non ancora scoperto nel mondo e il 13 % del petrolio si trovino in quell’area. In termini numerici questo si traduce in 90 miliardi di barili di petrolio e 1.700 milioni di metri cubi. In questa regione inoltre, a differenza dell’Antartide, non è presente un trattato internazionale che regoli l’area. Si applicano dunque le normative previste dal diritto internazionale. La regione viene quindi disciplinata attraverso il trattato internazionale UNCLOS (United Nations Convention on the Law of the Sea). Istituito nel 1996, tramite la Dichiarazione di Ottawa, con il Consiglio artico, gli Stati hanno tentato di garantire uno sviluppo sostenibile dal punto di vista ambientale, sociale ed economico. Il Consiglio sappiamo però non essere un’organizzazione internazionale bensì un forum per garantire la cooperazione. Si riunisce ogni due anni e conta 8 membri permanenti , 6 membri osservatori permanenti (tra i quali anche l’Italia dal 2013) e altri Paesi osservatori (ma non membri).

ArticoLo scenario geopolitico che si sta affermando vede la presenza di diversi Stati ma, ad ogni modo, l’egemonia su questa area è pur sempre esercitata dalle due grandi superpotenze mondiali: Russia e Usa. La prima grazie a due componenti fondamentali quali una efficiente flotta rompighiaccio e, una presenza numericamente importante di abitanti nell’area contesa, può essere considerata come la potenza che si trova in una posizione di vantaggio rispetto agli altri Stati. La flotta, da un lato, le garantisce una più semplice percorribilità delle rotte artiche, e la manodopera, dall’altro, una presenza costante sul territorio già abituata al clima severo. Sappiamo che le risorse artiche partecipano alla costituzione del 15% del PIL russo. Gli Stati Uniti rivendicano un interesse in questa zona grazie al possesso dell’Alaska trovandosi però in una posizione di svantaggio rispetto al Cremlino anche a seguito della mancata ratifica dell’UNCLOS. Questa, determina l’assenza di un rappresentante in sede di commissione delle Nazioni Unite e quindi l’impossibilità di confutare le posizioni degli 8 Paesi membri.

L’attività di estrazione del petrolio inizia con l’installazione delle piattaforme petrolifere offshore. Gli impianti in mare sono di diversi tipi e si differenziano in base a tre elementi: i fondali, le profondità e le condizioni climatiche. Fino a 100 metri di profondità d’acqua, si usano piattaforme mobili autosollevanti (jack-up) che hanno uno scafo (hull) sorretto generalmente da tre gambe. Poggiano sullo scafo e lo lasciano 15-20 metri sopra il livello del mare per non risentire dell’azione delle onde e delle maree. Per profondità maggiori fino a 1.500 metri si utilizzano delle piattaforme galleggianti che poggiano su scafi sommergibili, precedentemente ancorati al fondale. Per profondità che vanno oltre i 3000 metri occorrono delle navi di perforazione (un esempio può essere l’italiana Saipem 10000).

 La regione è anche oggetto di grande interesse per le maggiori compagnie petrolifere. La Shell, ad esempio, aveva ottenuto nel 2015  il via libera della Casa Bianca per i suoi piani di estrazione del petrolio nel mare dei Chukchi (nel pozzo Burger J) , a nord ovest dell’Alaska. Le associazioni ambientaliste e le popolazioni indigene si sono fin da subito fortemente opposte, sia perché estrarre petrolio vuol dire accrescere i gas serra che per il possibile impatto devastante sulla fauna locale (orsi polari, foche e cetacei). La multinazionale olandese ha annunciato però che sta cessando le trivellazioni offshore nel mare dei Chukchi perché il pozzo esplorativo trivellato a 2.100 metri di profondità ha trovato quantità di gas e petrolio insufficienti per permetterne uno sfruttamento economicamente vantaggioso. La Shell prevede di subire perdite finanziarie per questa scelta dopo aver investito circa 7 miliardi di dollari. Anche un’altra “Big Oil Company” come la spagnola Repsol ha deciso di rinunciare a 55 permessi di trivellazione nel Mare dei Chukchi e di abbandonarne anche i restanti 38 previsti nel 2017. Lo stesso portavoce della compagnia, Jan Sieving , ha confermato che la Repsol è in procinto di abbandonare le sue posizioni nel Mare di Chukchi. Le difficoltà che le multinazionali incontrano in questo periodo storico risiedono principalmente  nel fatto che i costi di estrazione attualmente non riescono a coprire adeguatamente i ricavi in questo attuale momento di prezzi del petrolio in forte flessione. Pertanto almeno fino a quando il prezzo dell’oro nero non tornerà a livelli adeguati tali attività non verranno verosimilmente riprese.

In questo contesto qual’è il ruolo dell’Italia? Il peso specifico del nostro paese dal 2013 è sicuramente aumentato grazie al ruolo di membro osservatore permanente nel Consiglio artico. Il Bel Paese  ha  comunque sempre avuto ,nel corso degli ultimi anni, un importante coinvolgimento scientifico nello studio del continente. La presenza di Eni è importante e la multinazionale italiana è presente in Norvegia sin dal 1965 grazie all’ Eni Norge Upstream che opera nel settore dell’esplorazione e della produzione degli idrocarburi. Nel marzo di questo anno il giacimento dell’Eni chiamato Goliat, a 85 km a nord ovest di Hammerfest, nel Mare di Barents, al largo della Norvegia, apre i battenti.  Si tratta del primo impianto a olio a entrare in produzione nell’Artico. Il giacimento si stima  possa contenere riserve pari a 180 milioni di barili di olio e permetterà una produzione giornaliera di 100.000 barili.

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