Australia: luci e ombre del sistema di sicurezza

australia

ASIO headquarters in Canberra © Katherine Griffiths / Fairfax Syndication

*articolo a cura di Simone Alba, tirocinante presso Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence

L’Australia è da sempre vista come la terra delle opportunità e del lavoro, con un sistema politico e giudiziario integro. La popolazione ha accesso ad una eccellente offerta di servizi: Sanità, istruzione, sicurezza e welfare. Ed è sul mantenimento di questo status, che basa la sua credibilità internazionale.

La sicurezza gioca un ruolo chiave, quella esterna vista con molta più cautela di quella interna, ma esiste una spiegazione.

È oggettivamente nota una diffidenza da parte delle autorità e cittadini australiani nei confronti dello straniero. L’essere australiano implica intrinsecamente una sorta di “garanzia di civiltà” nel pensare comune, prassi comunque sia evidenziata dalle statistiche.

Con uno dei tassi di criminalità più bassi del mondo, basti pensare che la più elevata percentuale di omicidi è quella nel Northern Territory con 3,96 delitti ogni 100.000 abitanti, a fronte dei 24 per il medesimo numero di cittadini a Washington DC, rende l’Australia uno dei paesi uno più sicuri a livello globale.

Il sistema giudiziario e di difesa si conforma essenzialmente a quello dei paesi occidentali.

La polizia federale australiana è la principale forza dell’ordine che svolge attività di pubblica sicurezza interna e polizia giudiziaria. Altri due corpi di polizia di entità inferiore ma con le medesime mansioni, sono caratteristici di due stati, quello del Victoria e quello della Tasmania.

Il sistema militare segue la distinzione classica: Esercito, Aeronautica, Marina. Da diversi anni questi comparti risultano sotto organico, il che ha portato l’Australia a emettere bandi di concorso internazionali per l’arruolamento di militari stranieri (non tradendo gli elevati standard richiesti).

Il Paese si avvale di sette agenzie di intelligence, tra cui la principale ASIO (Australian Security Intelligence Organisation) che oltre a compiere le peculiari attività dei servizi segreti: Spionaggio, intercettazioni, monitoraggio, interrogatori e detenzioni degli indagati ecc… vede, grazie all’esecutivo, un ulteriore rafforzamento dei suoi poteri. In seguito agli eventi del 11 settembre, e più recentemente dall’entrata formale dell’Australia nella coalizione internazionale, guidata dagli Stati Uniti contro lo Stato Islamico, ha esposto la nazione a minacce terroristiche sia esterne che interne. Per far fronte al nuovo stato di pericolo, diverse leggi anti-terrorismo hanno disposto restrizioni alla privacy e alla libertà personale, ed aumentato i poteri inquisitori della polizia e dei servizi segreti.  Tra le disposizioni più rilevanti si annoverano l’immunità e segretezza dell’intelligence, che comporta il rischio di reclusione fino a 5 anni per i giornalisti o informatori, che pubblicano informazioni sensibili per la sicurezza nazionale. Il viaggio in specifiche zone o aree ritenute ad alto rischio, deve essere supportato da più che valide ragioni. L’entrata in vigore della legge sulla “Data Redention” ossia della conservazione dei metadati da parte delle agenzie telefoniche, ha innescato forti critiche sul tema privacy/sicurezza. La legge obbliga i gestori telefonici a preservare per almeno due anni tutti i metadati delle conversazioni telefoniche e navigazioni internet effettuate dai cittadini. Garantisce inoltre l’accesso a queste informazioni agli organi di sicurezza senza troppi formalismi. Dalle ultime rivelazioni, solo il 16% dei cittadini australiani si è dichiarato veramente pronto ad avvallare questa disposizione. Sulla questione si è pronunciata anche la corte di giustizia europea, che nel 2014 dichiarò invalida la direttiva europea che consentiva la conservazione dei metadati.

La morsa restrittiva della sicurezza australiana, non si limita solo ai macro temi di sicurezza nazionale, ma punta in modo particolare a ferrei controlli personali.

La dogana costituisce la prima e maggior linea di difesa contro le minacce esterne. Le rigide regole messe in atto dai doganieri aeroportuali, prima di consentire l’accesso a qualsiasi individuo sul suolo australiano, sono lo spettro di molti viaggiatori. La Incoming Passenger Card” è la carta da compilare, avente valore legale, con il quale i passeggeri dichiarano di possedere o no, alimenti, medicinali, piante o animali, valuta, armi, tabacco o alcool che potrebbero essere rifiutati alla dogana. Successivamente tutti i bagagli sono esaminati ai raggi X e controllati dai cani e dagli ispettori del DAFF (Department of Agriculture, Fisheries and Forestry).

Eventuali oggetti non dichiarati comporteranno un’immediata sanzione di 220 dollari, nei casi più estremi si può rischiare l’arresto. Qualora fossero scoperti stupefacenti o individuati soggetti con alta pericolosità sociale, la dogana provvederà a contattare direttamente alla polizia federale.

L’estrema attenzione a controlli di questa natura, possono sembrare eccessivi, ma hanno una loro ratio. Gli alimenti freschi importati possono contenere batteri, mentre legno o piante possono contenere parassiti, l’introduzione di animali non caratteristici del Paese potrebbero devastare l’intera agricoltura. Il delicato equilibrio e la singolare biodiversità presenti in Australia, possono essere messi a rischio facilmente da elementi esogeni.

L’immigrazione clandestina, che costituiva il principale impegno della dogana, ad oggi è pressoché scomparsa. L’operazione “Sovereign borders”, ideata dal generale Andrew James Molan, sotto il governo liberista di Tony Abbott, ha portato dai 20.000 sbarchi del 2013 ai 157 del 2014. La linea dura consiste nel respingere i barconi nei paesi di origine, o deviarli verso le isole indonesiane (con il quale l’Australia ha stipulato accordi bilaterali) dove sono presenti centri attrezzati. In queste strutture i profughi vengono ospitati e le loro richieste d’asilo politico analizzate.

L’Onu non condivide le misure prese da Canberra, evidenziando il fatto che, deviare i barconi verso paesi che non rispettano i diritti umani o deportare nuovamente anche gli aventi diritto d’asilo, non rappresenti una politica umanitaria. Amnesty International rincara la dose, introducendo l’Australia nei 30 paesi che “hanno illegalmente forzato i profughi a tornare in paesi in cui sarebbero in grave pericolo”.

Questa considerazione dimostra che il “metodo” con il quale si risolvono i problemi, non è meno importante del problema stesso.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

17 − 11 =