Cina-Taiwan: status quo senza ritorno o game over?

Cina-Taiwan

Militari cinesi durante la parata
(GREG BAKER/AFP/Getty Images)

*articolo a cura di Alessandro Spiga, tirocinante presso Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence

La vittoria alle elezioni presidenziali taiwanesi di Tsai Ing-wen, leader del PDP, rimescola una volta di più le carte nella disputa dello stretto di Taiwan. Una disputa iniziata con la fine della guerra civile, e che ha visto periodi di crisi, come negli anni Cinquanta e Sessanta, a periodi di apertura, come negli anni Ottanta, a periodi di veri e propri cambiamenti, come negli anni Novanta. Adesso lo scenario si ripete. Oppure si apre uno spiraglio per un qualcosa di diverso.

La vittoria dei comunisti di Mao Tse-tung contro i nazionalisti di Chiang Kai-shek nella guerra civile cinese del 1945-49 determinò il ritiro dell’apparato politico, militare e di governo nazionalista nell’isola di Formosa, poi divenuta Taiwan. L’1 dicembre 1949 nacque la Repubblica di Cina. Da allora la RPC considera la riannessione di Taiwan una priorità della propria agenda politica. La Cina dunque percepisce Taiwan come una propria questione interna, non come un problema di politica internazionale; essendo l’isola considerata una parte della Cina, è dovere della RPC fare in modo di giungere alla riunificazione.

Attualmente, nel XXI secolo, la questione taiwanese è ancora un punto fisso dell’agenda politica cinese. E ancora la tensione può dare voce a un conflitto. Molti esperti suggeriscono le possibilità di conflitti in futuro dipenderanno in larga parte da due fattori: l’integrazione economica e l’equilibrio delle forze militari.

 L’integrazione economica tra la Cina continentale e l’isola di Taiwan ha proceduto rapidamente a partire dai primi anni Novanta, con crescite costanti nonostante le tensioni dovute alla terza crisi dello Stretto. La situazione è cambiata radicalmente dopo l’elezione di Ma Ying-Jeou alle presidenziali di Taiwan nel 2008; con il Kuomintang al potere Taiwan si è avvicinata alla RPC come non mai: i due paesi hanno raggiunto una gran vastità di accordi nel settore economico e delle comunicazioni. Del 2010 è addirittura l’Accordo Quadro di Cooperazione Economica (ECFA), un grosso impulso alla liberalizzazione commerciale. Così gli scambi commerciali e gli investimenti esteri hanno raggiunto picchi mai registrati, apportando grossi benefici per entrambe le economie. Questo riavvicinamento alla terra ferma cinese ha suscitato il timore dei Tawanesi che un assorbimento economico possa essere un primo sintomo di un’annessione politica con la Repubblica Popolare Cinese. Ora, seppur al governo sia ritornato il Partito Progressista, Taiwan si trova ormai molto più legato alla Cina continentale rispetto a una decina di anni fa, ed è difficile pertanto pronosticare un’inversione di tendenza riguardo l’integrazione economica. Più complicato è intuire come se ne vorrà servire la RPC: un’integrazione economica nel lungo periodo potrebbe portare a un’unificazione politica senza l’onere di muovere guerra; in alternativa potrebbe offrire un pretesto per un’operazione militare preventiva agendo con la presunzione di stare solo anticipando l’annessione..Certamente la domanda è se vale la pena rischiare di scatenare una guerra con un paese terzo (gli Stati Uniti) o peggio ancora con una coalizione, con la consapevolezza inoltre di perdere prestigio a livello internazionale.

L’equilibrio del potere militare si è spostato nettamente a favore della RPC. Mentre Taiwan negli ultimi anni si è contenuta con i costi per le componenti dell’esercito, la Cina sta progressivamente aumentando la spesa per il budget militare a un ritmo impressionante, rafforzando e modernizzando l’esercito, la marina e la flotta aerea. Questo rapido spostamento del potere militare potrebbe far pendere la Cina per un’azione improvvisa e risoluta, magari un assalto mirato a costringere il governo di Taipei a sedersi al tavolo dei negoziati, oppure un blocco navale o la conquista di particolari strutture sull’isola da parte delle forze speciali. È difficile ipotizzare che gli Stati Uniti invierebbero nuovamente la loro flotta in soccorso di Taiwan come in passato; di sicuro si troverebbero di fronte a dover scegliere una chiara linea politica. Inoltre un assalto o un blocco da parte cinese avrebbero come obbiettivo quello di creare un fatto compiuto, a cui sarebbe difficile per gli americani rispondere. Con la rottura dello status quo la Cina porrebbe finalmente fine alla disputa che va avanti dal 1949 chiudendo un capitolo della sua storia: in più potrebbe sfruttare la base militare di Taiwan per proiettare il suo potere nell’Oceano Indiano e Pacifico. Ma la Cina può anche, ed è ciò che ha fatto finora, decidere di temporeggiare lasciando invariato lo status quo. Infatti se è vero che la crescente potenza militare della RPC aumenta la possibilità di coercizione contro Taiwan, essa potrebbe anche rendere i leader cinesi più sicuri di tendenze a lungo termine e meno inclini ad agire avventatamente.

La vittoria alle elezioni presidenziali di Taiwan della progressista Tsai Ing-wen comporterà la rottura della tendenza che si era creata dal 2008 con Ma Ying-Jeou, il leader del KMT che aveva riavvicinato politicamente ed economicamente il paese alla RPC. La linea politica del leader del KMT era di agire prudentemente: non negoziare con la RPC sul tema della riunificazione, non dichiarare l’indipendenza di Taiwan e non provocare un attacco da parte della RPC[1]. Il KMT afferma che vi è un’unica Cina, con due governi, di cui solo quello della RDC è quello legittimo. Il Partito Progressista invece non contempla che ci sia un unico governo cinese, bensì afferma che la Cina e Taiwan siano due entità statali distinte, e da questa base prepara il terreno per una dichiarazione d’indipendenza.

Con la vittoria del PDP, le relazioni tra i due paesi sono destinate nuovamente a raffreddarsi. L’ennesimo episodio di una disputa infinita nel quale le parti si avvicinano e si allontanano secondo gli avvicendamenti politici. Il partito della RPC sembra destinato a governare ancora a lungo e da ciò discerne la prosecuzione della politica dell’unica Cina di cui solo il governo della Repubblica Popolare è l’unico governo legittimo: esso sarà destinato a trovare dei punti di incontro quando al governo di Taiwan siederà il Kuomintang, sarà spinto a mettere pressione quando al potere resterà il Partito Progressista.

 Ma questa volta potrebbe essere diversa: nell’isola sembra tracimare una nuova ondata nazionalista; i falchi cinesi potrebbero vedere il governo autocratico cinese minacciato dalla ventata democratica di Taiwan, e questo pessimismo di Pechino verso le tendenze a lungo termine della politica taiwanese, combinato con un allentamento della pressione americana, potrebbero dare alla RPC le motivazioni sufficienti per chiudere questa lunghissima partita. Per mettere la parola fine alla guerra civile cinese e riportare la “Provincia Ribelle” sotto il proprio controllo. Taiwan lotterebbe certamente fino all’ultimo mostrando grande prova di resistenza come già accaduto in passato, ma lo spostamento dell’equilibrio militare tra le due forze si farebbe sentire. Eccome. E sarebbe game over.

Note:

[1] Nel 2005 il Congresso nazionale del popolo ha approvato una legge che dà al governo cinese il diritto di scendere in guerra per prevenire la secessione di Taiwan

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