Dalla lotta alla microcriminalità l’arginamento per il terrorismo?

terrorismo

*Articolo a cura di Filomena Paciello

La recente escalation della violenza terroristica non solo in Medio Oriente ma nel cuore stesso dell’Europa impone una riflessione sul filo conduttore che intercorre tra microcriminalità cittadina e il reclutamento terroristico.
L’attuale globalizzazione, caratterizzata da apertura delle frontiere, flussi migratori, mercati aperti ed una maggiore facilità di trasporto e di comunicazione, sta favorendo la proliferazione sia di un nuovo tipo di criminalità delle piccole e grandi città, che sempre più spesso creano una base per l’arruolamento al seguito della jihad globale.

Terrorismo e criminalità sono fenomeni non necessariamente interconnessi ma interconnettibili se si analizzano le interazioni del terrore tra microeconomia e microcriminalità.

Il legame tra economia sommersa ed evasione fiscale è direttamente proporzionale al legame tra criminalità economica ed eversione criminale e tali fattori sono fonti di finanziamento e reclutamento terroristico nonché minaccia per la sicurezza dei cittadini e delle istituzioni.

I terroristi sono criminali con l’atteggiamento tipico degli uomini d’affari e quindi cercano attività criminose redditizie a basso rischio come fonte di sostentamento e finanziamento del terrorismo.

Il terrorismo si fonde con altre forme di dissenso e protesta: la gamma di azioni inizia con forme legali ed accettabili (proteste verbali, dimostrazioni pacifiche) per poi passare a condotte illegali purtroppo spesso tollerate (manifestazioni violente, occupazioni di proprietà, vandalismo, furti, scippi o borseggi, rapine, truffe, violenze, lesioni, minacce, spaccio, contrabbando, contraffazione) per poi arrivare a condotte illegali ed inaccettabili (sabotaggio, uso di bombe, sequestri, uccisioni, stragi).

I microcrimini connessi al terrorismo internazionale rappresentano per le organizzazioni terroristiche il canale preferenziale per la raccolta di fondi in quanto la criminalità su piccola scala produce notevoli profitti.

Non solo, il disagio psicologico e sociale che questi criminali comuni vivono in alcuni casi porta all’estremizzazione politica e religiosa.

E’ già stato sperimentato che molti attentatori suicidi e alcuni aspiranti tali siano stati in passato affiliati a gang di quartiere, arrestati per piccoli furti e per piccoli atti di violenza domestica.
Alcune ricerche hanno evidenziato come il loro “non appartenere” né alla comunità ospite né alla loro comunità di origine li ha portati a dissociarsi da entrambe cercando accettazione in realtà violente che gli hanno aperto la strada all’arruolamento per il jihad.

A titolo esemplificativo, negli attentati terroristici in Europa sono emersi chiari collegamenti tra microcriminalità e terrorismo, dalla vendita di prodotti contraffatti al contrabbando di sigarette, crimini redditizi nonché attività di supporto logistico che forniscono strumenti operativi ai terroristi, ad esempio documenti falsificati, nuove identità, vie di transito e di fuga ai confini, coperture e favoreggiamenti.

Nel sistema contemporaneo la diseducazione, la deculturalizzazione, il disadattamento, la disoccupazione, le discriminazioni, le disuguaglianze, la desocializzazione hanno creato l’aumento del divario tra ricchi e poveri con conseguente riduzione della classe media e ciò ha determinato una crisi etica e morale con la perdita di valori basilari (famiglia, scuola, lavoro, salute e sanità, politica) per la sicurezza dell’individuo e della società. In tali condizioni di disagio e devianza, come risultato di un «processo di stigmatizzazione e di identità negata» innescato dall’etichettamento e dalla marginalizzazione fra escludenti ed esclusi, si colloca l’allarme microdelinquenza o criminalità predatoria con un’escalation nella commissione di reati di lieve entità che, sebbene ritenuti reati di minore gravità, a causa della loro smisurata frequenza producono effetti rilevanti dal punto di percezione di insicurezza fear of crime influenzata dal gatekeeping ovvero dalle scelte e dalle decisioni di controllo, selezione e diffusione delle notizie sulla microcriminalità collegata a reti macrocriminali organizzate con finalità di terrorismo.

Il disequilibrio tra norme e mete suggerite e mezzi leciti proposti e forniti per raggiungerle cd. anomia e la disorganizzazione sociale (instabilità di valori culturali, squalificazioni ambientali, degrado urbano, disfunzione degli strumenti di controllo, conflitti socioeconomici, socializzazione difettosa, integrazione precaria, alienazione e ghettizzazione, insoddisfazione dei bisogni) stanno alimentando un processo di interiorizzazione e identificazione differenziale nei modelli criminali.

Le condotte microcriminali si sono rivelate prodromiche a condotte di macrocriminalità organizzata con finalità terroristiche dove l’adesione al terrorismo può essere intesa come una sorta di reazione di adattamento e spiega l’attrattiva che il terrorismo esercita su persone disagiate e disadattate come compensazione alle discrepanze tra le aspettative di valori e le capacità di realizzare tali aspettative nel proprio contesto di appartenenza.

Alla luce delle considerazioni emerse dall’analisi del rapporto tra la microcriminalità e il terrorismo, le strategie da attuare per contrastare i fenomeni e stabilire effettive ed efficaci misure di sicurezza devono concretizzarsi in operazioni investigative diversificate per intercettare i flussi monetari provenienti dalle attività illecite e in politiche di uguaglianza e di equità per il contrasto alla microdelinquenza correlata ai segnali di inciviltà, vale a dire segni manifesti di disorganizzazione e disordine sociale che attirano gli interessi del terrorismo nella sovversione dell’ordine sociale.


*Filomena Paciello è dottoranda di ricerca in Metodologie di Intelligence per la Finanza e il Financial Computing. È autrice di varie pubblicazioni, relatrice in conferenze, docente in corsi e master presso enti pubblici e privati e si occupa di attività di consulenza e analisi.

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