I foreign fighter del Caucaso e della Gola del Pankisi

Pankisi

*articolo a cura di Andrea Biasini, tirocinante presso Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence

Durante la Conferenza di Monaco sulla sicurezza internazionale a  febbraio di quest’anno è riapparso un dato allarmante, già riportato dalle analisi del Soufan Group nel dicembre 2015, relativo al numero di foreign fighter che da tutto il mondo abbandonano la propria vita per sposare la causa dello Stato Islamico. Si stima infatti che il numero di jihadisti sia più che raddoppiato nel giro di un anno, passando da circa 12.000 combattenti nel 2014 a 27.000 nel 2015. Tra questi spiccano quelli provenienti soprattutto dalla Russia e dalle repubbliche ex-sovietiche e del nord Caucaso. In totale si rilevano 4.700 combattenti in partenza per la Siria di cui 500 provenienti da Azerbaijan e Georgia.

Uno prospetto senz’altro significativo soprattutto se si considera il contesto culturale e religioso in cui i reclutatori dell’Isis operano e ottengono proseliti.

Religione e politiche del sud Caucaso

In Georgia, stando al censimento effettuato nel 2014, l’83% della popolazione è cristiano ortodossa, il 10% mussulmana e il 2,9% appartenente alla tradizione cristiana della Chiesa Apostolica armena. La costituzione georgiana all’art. 9 sancisce la libertà di culto e riconosce il ruolo speciale della Chiesta Apostolica Autocefala Ortodossa, che da sempre si dimostra diffidente nei confronti delle minoranze musulmane che, seppur giuridicamente riconosciute, non vengono coinvolte abbastanza nel processo d’integrazione nella società. Già in base a questi dati è difficile immaginare come il Califfato riesca a inserirsi e a reclutare propri combattenti. Tuttavia uno scenario analogo è quello che si propone in Azerbaijan, dove il 96% della popolazione locale musulmana sciita e che apparentemente scongiurerebbe sulla carta qualsiasi infiltrazione jihadista. Un netto distacco rispetto alla minoranza sunnita che si distribuisce intorno alle regioni settentrionali del Paese, al confine con il Dagestan, da dove in seguito alla caduta dell’Unione Sovietica giunsero numerosi missionari di orientamento salafita i quali ottennero il sostegno finanziario di emirati del Golfo persico come Kuwait e Arabia Saudita. È tuttavia importante sottolineare come l’Azerbajian non solo rimanga uno dei più grandi Paesi a maggioranza sciita ma che si definisca giuridicamente uno Stato laico. La Costituzione dell’Azerbaijan infatti sancisce il principio della libertà di culto, sia individuale che collettiva, purché non ciò non pregiudichi la moralità e l’ordine pubblico. Tuttavia il governo Aliyev ha introdotto sin dalla sua ascesa al potere una serie di misure restrittive che hanno reso sempre più difficile la creazione di istituti religiosi i quali, per essere riconosciuti, dovrebbero ottenere l’autorizzazione di un Comitato Statale per l’Istituzione delle Organizzazioni Religiose (SCWRA). Inoltre l’intenzione di limitare la nascita del fondamentalismo islamico o la diffusione di testi sunniti, per prevenire una deriva di estremismo jihadista, si è palesata sempre di più con l’imposizione progressiva di limiti per la costruzione di nuove moschee sunnite,  delle recenti regole che disciplinano i gruppi di preghiera non autorizzati dal Collegio islamico del Caucaso e dal divieto dell’uso della niqab (il velo integrale) all’interno degli istituti scolastici. Tutti metodi repressivi che hanno finito per incattivire la comunità musulmana locale, portando diversi elementi ad abbracciare il jihad. Per gli analisiti i foreign fighter provenienti dall’Azerbaijan percorrono tragitti aerei o via terra che dalla Russia li conducono in Turchia da dove, per la somiglianza della propria lingua rispetto al turco, riescono a mantenere stabili comunicazioni che gli permettono di avere una migliore organizzazione logistica e maggiori finanziamenti. Infatti, alcune delle principali fazioni a sostegno dell’IS, come Cundullah Jamaat in Siria e Jamaat Khattab in Iraq, hanno dimostrato come a condurre le operazioni militari fossero componenti turco-azere.

Gola del Pankisi: il jihad e gli interessi della Russia

PankisiIn Georgia la comunità musulmana si divide tra sciiti di origine azera, situati al confine tra Armenia e Azerbaijan, e sunniti appartenenti alla scuola hanafita, per lo più residenti nella repubblica autonoma dell’Agiara, regione sud occidentale al confine con la Turchia. Tuttavia, i soggetti più a rischio di radicalizzazione sono le minoranze di matrice wahhabita, presente nel nord-est del Paese.

Si fa riferimento alla popolazione della Gola del Pankisi, una valle situata nella regione della Cachezia occidentale al confine con la Federazione Russa. Composta da un fitto complesso di villaggi l’area è popolata da 10.000 abitanti di etnia kist, un gruppo etnico legato ai ceceni e ingusceti e prevalentemente musulmano. Originariamente legata ad una pratica dell’Islam più popolare come il sufismo, diffusosi grazie all’operato di missionari della confraternita Naqshbandiya e Qadiriya durante il XIX secolo, diretto a far coincidere l’osservanza delle consuetudini con l’interiorizzazione spirituale dei precetti coranici, la comunità musulmana della valle durante il primo e il secondo conflitto ceceno ha finito per subire i maggiori influssi del wahhabismo. Tra il 1990 e il 2000 l’esodo verso il sud del Caucaso di 8.000 guerriglieri ceceni sunniti in fuga dalla guerra permise una larga diffusione del salafismo wahhabita e del fondamentalismo islamico. Tuttavia l’area divenne presto un accampamento sia di boeviki (ribelli ceceni) che di combattenti qaedisti, nonché un importante crocevia per il traffico di droga proveniente dall’Asia centrale. Nel 2002, infatti, l’esercito georgiano, addestrato in funzione antiterroristica da parte di 200 soldati americani, portò all’estirpazione di un primo covo di 50 jihadisti affiliati ad al-Qaeda. L’area, che in passato è sfuggita diverse volte al controllo della giurisdizione e del governo di Tbilisi, oggi continua a essere una fucina di estremisti islamici, da cui parte circa la metà dei 100 foreign fighter che dalla Georgia giungono in Siria. L’età dei volontari, in media tra i 16 e i 26anni, indica come la maggior parte di queste  venga soprattutto adescate al di fuori delle università o tramite internet, come testimonia il caso Ramzan Alkhanashvili e Muslim Kushtanashvili. Il motivo per cui molti giovani decidono di partire per per la guerra è dovuto ai problemi socio-economici che colpiscono l’area. La popolazione è per il 70% impiegata nel settore agricolo, rileva un alto tasso di disoccupazione tra la fasce più giovani e un livello di povertà medio, aggravato da una scarsa accessibilità ai servizi socio-sanitari. La vulnerabilità di questi soggetti li rende facili prede della propaganda jihadista che, sin  dal 2014 è apparsa sotto il vessillo dello Stato Islamico.

Un esempio lo fornisce la storia d Tarkhan Batirashvili, anche conosciuto come Abu Umar Al-Shishani (Omar il Ceceno), ex comandante di milizie jihadiste in Siria  e  rimasto ucciso nel marzo scorso in seguito ad un raid aereo del Pentagono. Originario della Gola del Pankisi, di etnia kist, Batiraschvili, aveva preso parte agli addestramenti dell’esercito georgiano e al conflitto contro la Russia nel 2008. Una volta che gli fu impedito di continuare la carriera militare per aver contratto un principio di tubercolosi, Tarkhan venne arrestato per il possesso illegale di armi da fuoco e rilasciato nel 2012 in seguito ad un’amnistia. All’età di 27 anni Batirashvili decise di partire per la Siria dove si pose a capo di Jaish al-Muhjaireen al-Ansar (JMA), una milizia che opera  al confine tra la Turchia e la Siria, a sostegno di Jabhat Al-Nusra, il fronte di combattenti affiliato ad al-Qaeda. Tuttavia, in seguito alla progressiva ascesa dell’IS, Abu Umar decise di giurare fedeltà all’autoproclamato Stato Islamico, portando con se non pochi combattenti ceceni e del Caucaso, come dimostra il caso di Al-Bara Shishani, altro jihadista originario del Pankisi legato al predicatore salafita Abdul Pankisky, noto allo stesso Abu Umar. Di conseguenza nel settembre 2015 l’organizzazione delle milizie jihadiste a guida cecena andò incontro a importanti cambiamenti: la brigata Muhjareen (JMA) venne affidata alla guida di Amir Salahudin, altro combattente kist proveniente dal Pankisi, il quale in un secondo momento abbandonò  Jamat al-Muhjareen, per fondare Jaish al-Ushra, una fazione fedele all’ Imrat Kavkaz, Stato teocratico comprendente diverse repubbliche del nord Caucaso (definiti wilayat) e autoproclamatosi nel 2007 con l’obiettivo di liberare regione dal dominio russo. Riconosciuto dalla Federazione Russa come organizzazione terroristica, l’Emirato del Caucaso nel giugno 2015 vide molti dei propri wilayat dichiarare la propria fedeltà  all’IS, il quale poco dopo in un’edizione di Dabiq ha richiamato i mujaheddin locali ad aderire al Califfato.

In questo senso il proposito della Russia di motivare il proprio intervento nel conflitto siriano come un’azione finalizzata a contrastare lo Stato Islamico trova la sua formale ma non legittima giustificazione nel fatto che oltre a costituire una minaccia alla sicurezza internazionale il Califfato possa riaccendere il furore indipendentista ceceno, che nel 1999 assunse una profonda connotazione religiosa legata al salafismo e al fondamentalismo islamico e che vide coinvolta la stessa Gola del Pankisi.

Non meravigliano quindi le dichiarazioni del Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov che, durante l’annuale conferenza stampa a Mosca del gennaio scorso, ha denunciato presunti addestramenti di combattenti dell’IS nella Gola del Pankisi. Questo è un fattore  considerato di pericolosità tale da non permettere l’immediata liberalizzazione dei visti per i cittadini georgiani che intendono recarsi in Russia. Il controllo al passaggio della frontiera, applicato dalla Russia nel 2001 in seguito alle tensioni in Abcazia e Ossezia del Sud, si è dimostrato uno strumento che non sempre ha saputo fermare il passaggio di cellule terroristiche tra il nord Caucaso e la Georgia. Anche se la mancanza di una seria collaborazione tra Tbilisi e Mosca rende alcuni confini facilmente permeabili, il governo georgiano  nel 2014 ha adottato una serie di riforme legislative che hanno modificato il proprio codice penale in modo da inasprire le condanne per chi venisse accusato di terrorismo, reclutamento jihadista o di prestare servizio in formazioni militari o paramilitari straniere. Un risultato di queste misure è dimostrato dall’arresto di tre imam della valle del Pankisi, accusati di reclutamento e propaganda jihadista, ai quali nel marzo 2016 è stata confermata una pena di reclusione pari a 14,10 e 11 anni. Inoltre lo stesso ciclo di riforme, adottato in recepimento della risoluzione 2178/14 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ha introdotto un rafforzamento dei controlli alla frontiera e nei siti considerati maggiormente a rischio radicalizzazione. Un’azione senz’altro agevolata dalla separazione del Ministro degli Interni dai servizi di intelligence, prima forniti da agenzie interne al dicastero e ora adottate da un Servizio unico statale.

Conclusioni

L’aumento dei foreign fighter all’interno del Grande Caucaso è senz’altro un fenomeno che richiama tutti gli Stati coinvolti ad agire attraverso organizzazioni internazionali in modo da instaurare un servizio di intelligence transnazionale diretto a facilitare lo scambio di dati e informazioni. Secondo quest’ottica il presidente Putin, durante il vertice della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) nell’Ottobre del 2015, ha ribadito la necessità di rendere operativo il Centro anti-terrorismo (ATC), istituito nel 2000 all’interno della stessa Comunità e che tuttavia non vedrebbe l’Azerbaijan essere disposta a prendervi parte, seppur vi abbia già formalmente aderito. L’attuazione di politiche imposte dall’alto come quelle attuate da Baku, nel tentativo di prevenire il pericolo jihadista, si sono rilevate controproducenti sia per la proliferazione del fenomeno in sé che per la stabilità del governo, soprattutto in seguito allo scandalo dell’ex Ministro della Sicurezza Nazionale Makhmudov, arrestato per il supporto di  gruppi wahhabiti che reclutavano militanti dell’IS. Oltretutto è necessario attivare una cooperazione a livello regionale analoga a quella promossa dall’UNHCR nel 2011 nei confronti dei rifugiati ceceni presenti nella gola del Pankisi, che permetta di fornire un maggiore accesso all’istruzione per quegli elementi più giovani della società che riversano in condizioni di indigenza e che gli dia la possibilità di essere integrati all’interno della società anche attraverso maggiori opportunità di lavoro.

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