Geopolitica delle favelas

favelas

A police officer patrols the rooftop of a school at the Rocinha slum in Rio de Janeiro, Brazil.

*articolo a cura di Lorenzo Mazzone, tirocinante presso Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence

In Brasile, tra gli anni Settanta e Novanta del secolo scorso, i fenomeni migratori di massa dalle campagne verso le città hanno fatto registrare sviluppi imponenti: le fasce più povere della popolazione brasiliana nelle aree urbane sono passate dal 48.5% al 79.6%, con altrettanto considerevole riduzione del numero dei residenti nelle aree rurali. Questo fenomeno di veloce inurbamento in aggregati di abitazioni fatiscenti è analogo a quanto avvenuto in altre aree geografiche del pianeta: secondo stime recenti nelle maggiori città dell’Asia, dell’America Latina e dell’Africa gli slums ospitano più del 50% della popolazione totale. L’area sub-sahariana presenta la più alta percentuale, circa il 62%, di persone risiedono all’interno di baraccopoli, mentre in Asia la percentuale oscilla tra il 25% e il 35% e in Sud-America si arriva al 24%. Per quanto riguarda i Paesi occidentali circa il 6% della popolazione vive in condizioni assimilabili a quelle descritte. In totale secondo un calcolo effettuato da UN-Habitat, il programma delle Nazioni Unite creato per controllare la crescita negli insediamenti, al momento sono circa un miliardo le persone che vivono in agglomerati di questo tipo e il numero è destinato a triplicarsi entro i prossimi trent’anni.

Lo sviluppo delle favelas che può essere visto come parte di un vasto problema globale di urbanizzazione collegato allo spostamento di masse di popolazione per necessità di lavoro e sopravvivenza, insieme alla non equa distribuzione delle ricchezze di recente acquisizione, propria delle economie emergenti, è in realtà un fenomeno che presenta origini storiche risalenti al termine del XIX secolo, subito dopo la guerra di Canudos, Stato federale di Bahia. Il bel termine “favela” deriverebbe da una pianta tipica propria di Canudos, in omaggio alla quale il primo agglomerato di baracche prese il nome di Morro do Favela, là dove i soldati che furono impegnati per reprimere l’insurrezione si adattarono creando il primo nucleo di rifugi di fortuna, poi proliferato lungo tutte le aree limitrofe all’allora capitale Rio de Janeiro. Con la rapida crescita del tessuto connettivo sociale di queste aree abitate, sulla spinta dell’economia del secolo scorso, divennero il bacino di gran parte della nuova manovalanza a buon mercato brasiliana.

Con varie sfumature a seconda delle aree geografiche, connesso con i gravi problemi legati alla povertà degli slums, l’elevato tasso di criminalità è tale da rendere le intricate reti viarie di queste baraccopoli, soprattutto le favelas brasiliane e i barrios venezuelani, inaccessibili al controllo delle forze militari dei rispettivi governi se non attraverso violenti e sanguinosi blitz. Per gli altri aspetti di garanzia per applicare e far rispettare i principi basilari propri di uno stato di diritto le istituzioni nazionali all’interno delle baracche vengono percepite molto debolmente. Queste baraccopoli, soprattutto in Brasile, sono diventate con il tempo, vasto territorio di veri e propri conflitti tra le diverse organizzazioni criminali che operano all’interno di un partecipato teatro di violenze. Si pratica in primis il traffico di armi ma anche e soprattutto quello di droga, che fa delle favelas un habitat naturale per lo smercio. Già a partire dalla seconda metà del ‘900, in Brasile, le organizzazioni criminali sono riuscite ad assicurarsi gli slums come epicentro dei loro traffici illegali, agevolati dallo schieramento di opposizione alla pressante azione repressiva che il governo militare esercitava contro gli abitanti degli insediamenti abusivi. Queste bande criminali si sono spesso sostituite alle istituzioni statali attraverso un sistema assistenziale fatto di opere di favore nei confronti delle fasce “meritevoli” della popolazione locale, sfruttando strategicamente il crescente malcontento di quest’ultima nei confronti dello Stato.

Recentemente con la pressione dell’opinione pubblica in vista dei Giochi Olimpici di Rio, del prossimo agosto, lo Stato brasiliano ha assicurato la disponibilità di un piano per mettere in sicurezza le favelas, soprattutto quelle in cui si sono registrati episodi di maggiore violenza e criminalità. Un progetto messo a punto dalla UPP, l’Unidade de Policia Pacificadora, definito rivoluzionario dallo stesso governo di Brasilia, con l’ambizione di risolvere definitivamente la questione della sicurezza negli insediamenti e dimostrare così, nei confronti della comunità internazionale, di avere sotto controllo anche le più difficili tra le aree di emarginazione del Paese. Ma a pochi giorni dall’apertura dei Giochi continuano a pervenire dati allarmanti, con una crescita registrata del 15,4% del numero di morti violente rispetto allo stesso periodo del 2015, di cui 440 omicidi solo nelle favelas di Rio con azioni di dubbia liceità da parte delle forze governative. La necessità di adottare tagli fino al 32% rispetto all’investimento iniziale sulla spesa destinata all’addestramento e la fornitura di equipaggio del corpo di polizia brasiliana, omaggio della crisi politico-economica in cui imperversa il Paese, e i frequenti casi di mancata retribuzione degli agenti che rendono le forze dell’ordine scoperte al fenomeno della corruzione rischiano di contribuire a far implodere l’intero progetto.

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