Gli effetti delle sanzioni commerciali alla Russia

sanzioni commerciali

*articolo a cura di Andrea Biasini, tirocinante presso Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence

Sono passati quasi due anni da quando, in seguito all’annessione della Crimea nel marzo 2014, l’Unione Europea decise di applicare un regime di sanzioni economiche alla Russia. Il 6 agosto di quello stesso anno il presidente Putin decise di adottare un decreto recante misure restrittive sulle importazioni di beni provenienti dai Paesi occidentali, anche extraeuropei. Ma quali effetti nel lungo periodo stanno avendo queste misure selle economie degli stati membri? L’embargo commerciale imposto dalle contro sanzioni russe colpisce alcuni prodotti agricoli e alimentari provenienti dall’Europa, tra cui carni bovine e suine, formaggi e latticini, frutta e verdura. Secondo l’economista Jacque Sapir, nonostante vengano esclusi prodotti della viticoltura, La Francia è uno dei Paesi che più soffre gli effetti dell’embargo. La deregolamentazione dell’agricoltura, voluta dalla politica agricola comune dell’UE, ha determinato la volatilità dei prezzi di alcuni prodotti locali che, associata all’embargo imposto dal Cremlino, non permette a molti agricoltori di riversare le vendite su un mercato sicuro come quello russo.

Ma a irrigidire l’intesa commerciale tra Russia ed Europa concorre senz’altro la forte svalutazione del rublo rispetto all’euro. Un fattore che, ridimensionando drasticamente la capacità d’acquisto dei consumatori russi, provoca una riduzione delle esportazioni anche dei beni e prodotti colpiti in forma minore dall’embargo commerciale. In Olanda, il mercato dei fiori registra nel 2015 un notevole crollo delle esportazioni verso la Russia. I dati pubblicati a marzo dalla CGIA di Mestre indicano come il calo dell’export Italiano, pari al 34%, colpisca maggiormente macchinari e prodotti manifatturieri, il cui acquisto in Russia viene vietato solo agli enti pubblici e non ai privati. Una conferma di questo trend commerciale è dato dal Servizio federale russo delle dogane, che registra un calo del 9,5 % delle esportazioni relativo ai primi cinque mesi del 2016, dove a risentirne sono soprattutto i beni manifatturieri del reparto tessile e d’abbigliamento.

Uno scenario che oltre a indebolire’economia reale di molti Paesi, a partire dai posti di lavoro come per il caso degli agricoltori in Francia, tocca un altro nervo scoperto dell’Unione Europea: le forniture energetiche. Le sanzioni europee, oltre a vietare agli Stati membri di esportare in Russia beni militari e tecnologie per la prospezione di giacimenti petroliferi e di gas, impediscono agli enti creditizi statali russi di accedere al prestito internazionale. Una decisione politica diretta a destabilizzare l’economia russa, basata sull’industria energetica a sua volta supportata da un robusto sistema bancario, e a ottenere una immediata risoluzione della crisi ucraina, subordinando la revoca delle sanzioni ad una completa attuazione del Protocollo di Minsk-2. I 40 mila km di gasdotto che, passando sul territorio ucraino connettono la Russia al resto d’Europa, sono un passaggio strategico attraverso il quale l’Unione riesce a soddisfare quasi il 20% del proprio fabbisogno di gas. A far vacillare la sicura gestione di questa rete di collegamento concorrono però il progressivo indebitamento dell’impresa energetica ucraina Naftogaz, vincolata a Gazprom da un contratto di forniture in scadenza nel 2019, e l’escalation di tensioni nel Donbass. Gli ultimi sconti applicati da Gazprom al prezzo del gas che arriverebbe in Ucraina non sembrano convincere l’AD di Naftogaz a voler pagare ulteriori forniture, che aspetta infatti la decisione dell’Istituto arbitrale della Camera di Commercio di Stoccolma sulla revisione del contratto di transito. Un eventuale esito favorevole per Naftogaz permetterebbe a Kiev di far adattare il contratto agli standard europei e onorare l’accordo di associazione economica stipulato con L’Unione. Diretta invece a indebolire il monopolio delle forniture del gigante russo è la decisione della Polonia di non voler rinnovare l’attuale accordo con Gazprom, in scadenza nel 2022. Abbandonando la Yamal Pipeline inaugurata con l’accordo del 1996, la Polonia rinuncia ai 10 miliardi di metri cubi di gas russo all’anno, al fine di ridurre la dipendenza da Mosca e di valorizzare il trasporto di gas liquido (LNG) attraverso nuovi terminal portuali. Tuttavia, secondo fonti ufficiali, il governo polacco starebbe valutando l’idea di costruire un gasdotto nel Mare del Nord per ottenere maggiori forniture energetiche dalla Norvegia. Purtroppo quest’ultima risulta invece irraggiungibile per Lituania, Estonia e Lettonia che, nonostante il regime di sanzioni applicato alla Russia, rischierebbero di veder crescere ancora di più il prestigio di Gazprom sotto i propri occhi. La realizzazione del North Stream 2 nel Mar Baltico non solo permetterebbe al Cremlino di sostituire l’Ucraina come principale via d’accesso per l’Europa, ma garantirebbe alla Germania di preservare i suoi interessi. La capacità di questo gasdotto, stimata per 55 bcm  di gas all’anno, non solo permetterebbe alla Germania di mettere al sicuro le proprie forniture di gas, per il 39 % provenienti dalla Russia, ma di diventare il primo polo commerciale per lo smistamento dell’energia nel resto d’Europa. Tuttavia le critiche al progetto, definito “incompatibile con gli obbiettivi dell’Unione” dal leader del partito Popolare europeo Manfred Weber, fanno emergere gli interessi di altri Stati membri. Se la Russia dovesse abbandonare i gasdotti dell’est Europa, Stati come Slovacchia, Ungheria e Repubblica Ceca verrebbero esclusi dal passaggio di forniture vitali che, oltre a valergli il pagamento di diritti di transito, gli conferiscono maggiore peso politico e strategico nell’Unione. In questo modo l’Italia, quale ospite d’onore al prossimo Forum economico di San Pietroburgo, si gioca una partita importante non solo per la riabilitazione dei propri marchi in territorio russo, ma anche per siglare accordi che permetterebbero a Saipem di partecipare ai lavori del North Stream 2 o di permettere a Gazprom di realizzare un diramazione del TAP sui Balcani, che raggiungerebbe l’est Europa.

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