L’Islam nei Balcani: un pericolo per la sicurezza dell’Unione Europea?

Balcani

Il villaggio di Osve, in Bosnia-Erzegovina, dove erano apparsi i simboli dello Stato Islamico

Nei Balcani si trovano gli unici Stati europei a maggioranza musulmana e il pericolo jihadista viene sempre evocato nei riguardi della sicurezza dell’Unione Europea. La Bosnia-Erzegovina, l’Albania e il Kosovo sono considerati da più parti come le fucine dei jihadisti europei e gli Stati di transito del terrorismo islamico.

La religione islamica nella penisola balcanica non è un fenomeno nuovo come quello che si ravvisa nell’Europa occidentale, ma fa parte della cultura di questi Stati da secoli e ha saputo mutare rispetto a quello tradizionale mediorientale: la vicinanza stretta alle altre confessioni e l’ateismo imposto dalla Jugoslavia di Tito e dal regime di Hoxha in Albania ha modificato notevolmente le caratteristiche dell’Islam balcanico.

Il tema dell’Islam balcani, e la sua pericolosità, è emerso dapprima in occasione delle guerre balcaniche del 1992-1999, quando numerosi volontari stranieri combatterono nel teatro bosniaco e in quello kosovaro. Piuttosto che abbracciare le tesi del jihad, i combattenti stranieri in Bosnia-Erzegovina e Kosovo fecero più parte di una strategia mediorientale di Iran e Arabia Saudita nella competizione per l’egemonia nei Balcani.

La religione assunse un significato diverso in Kosovo, dove è diventata una discriminante nella guerra di indipendenza contro la Jugoslavia, poiché era funzionale alla coesione etnica e alla difesa dell’integrità territoriale.

Inoltre, seppur questi Stati siano a maggioranza se non interamente di confessione musulmana, hanno adottato delle leggi efficaci volte a contrastare il fenomeno dei foreign fighter sul piano legale, andando a colpire non solo l’attività terroristica o legata a organizzazioni terroristiche, bensì la partecipazione in eserciti militari o paramilitari stranieri.

Foreign fighter in Siria dai Balcani

L’analisi della presenza di volontari bosniaci, albanesi e kosovari in Siria e Iraq ha dimostrato come – seppur la maggioranza della popolazione, se non la quasi totalità di questa, è musulmana – il numero di foreign fighter è estremamente esiguo. Secondo il Cia World Factbook, infatti, in Bosnia-Erzegovina, i musulmani sono circa il 40%, in Albania sono il 56,8% e in Kosovo il 95,6%. Nonostante ciò, i volontari stranieri provenienti da questi Paesi sarebbero rispettivamente 330, 90 e 150. Numeri assolutamente bassi rispetto alla percentuale di popolazione. In Macedonia, dove circa il 33,3% della popolazione è musulmana, questi sarebbero solamente 12. Secondo il World Almanac of Islam, Albania e Kosovo, in aggiunta alla Macedonia, sono Paesi dove l’attività jihadista è bassa, a differenza di alcuni Paesi caucasici dove il pericolo è maggiore. Non solo infatti bisogna rapportare i foreign fighter alla popolazione totale del Paese, ma anche a quella di religione musulmana nel Paese. Confrontando la percentuale di volontari provenienti dai Balcani con quelli di Francia e Russia, i due Paesi europei il cui contingente in Siria è maggiore, si può comprendere bene il reale peso del fenomeno. In Russia i foreign fighter sono circa lo 0,012% della popolazione musulmana mentre in Francia risultano essere lo 0,029%. Nei Balcani, invece, le percentuali sono minori, eccetto che nel caso bosniaco: in Bosnia-Erzegovina infatti questi risultano essere lo 0.021% della popolazione musulmana, in Albania lo 0,005%, in Kosovo lo 0,008% e in Macedonia lo 0,001%.

Le condizioni socio-economiche dei Balcani

L’analisi delle condizioni socio-economiche è fondamentale per comprendere realmente il fenomeno di radicalizzazione e di re-islamizzazione.

Numerosi studi hanno dimostrato come la maggior parte delle partenze verso il territorio controllato dallo Stato Islamico sia di persone emarginate dalla società, con un probabile passato criminale e con poche prospettive verso il futuro. Le condizioni socio-economiche e politiche di questi Paesi hanno creato disinganno nelle classi più giovani della società, scoprendo il fianco alla propaganda jihadista.

La Bosnia-Erzegovina sorta dopo gli Accordi di Dayton si è rivelata uno Stato sostanzialmente immobilizzato dalla sua stessa struttura statale, incapace di progredire verso l’integrazione delle comunità dopo la guerra. In una situazione diversa, ma simile, si trovano l’Albania e il Kosovo: la prima, dove gli scandali politici sono frequenti, ha disilluso le classi più giovani della popolazione mentre il Kosovo, non ancora formalmente riconosciuto dall’intera comunità internazionale e non ancora membro delle Nazioni Unite, sta ancora affrontando la sfida della costruzione dello Stato. Alcuni fattori economici e sociali sono utili nel comprendere le difficoltà di questi Paesi.

Seppur tutti questi Stati presentino un indice di Gini molto basso, per cui i redditi sono distribuiti molto uniformemente, analizzando i fattori economici si comprende come sia ugualmente distribuita la povertà rispetto alla ricchezza. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, la Bosnia-Erzegovina occupa il 104° posto nella classifica di Stati per PIL pro capite, l’Albania il 95° e il Kosovo il 106°. La fascia in cui si trovano questi Stati li equipara a Paesi come lo Swaziland, lo Sri Lanka o la Namibia. L’età media dei volontari in Siria e Iraq è molto bassa: secondo Vlado Azinović un fattore da non sottovalutare è la mancanza di prospettive unita all’adrenalina che un teatro di guerra offre nei giovani. Confrontarsi in un teatro bellico e mostrare il proprio valore può essere un fattore importante per l’appartenenza alle comunità, specie se isolate. In Albania e Kosovo si può ravvisare la stessa condizione, dove l’età media dei foreign fighter è nel range tra i 21 e i 25 anni. Questi tra Paesi hanno anche in comune un alto tasso di disoccupazione, specie quella giovanile. La disoccupazione giovanile è uno dei valori più importanti da tenere in considerazione quando si analizza il radicalismo. Alti tassi di disoccupazione sono sintomatici di un possibile malessere che può sfociare nell’estremismo di matrice politica o religiosa, come in questo caso. Secondo i dati disponibili presso la Banca Mondiale, la disoccupazione giovanile si attesta al 60%, in Albania al 30%, in Kosovo al 55% e in Macedonia al 53%. L’esclusione sociale e la disoccupazione aumentano lontano dai centri industriali dei Paesi, come nel caso di Gornja Maoča e Osve, località bosniache nella parte orientale del Paese dal quale provengono la maggioranza dei foreign fighters bosniaci.

Conclusione

Sottovalutare il problema è un errore nel quale non bisogna incorrere. Seppur limitato nelle partenze, e ancor meno nei ritorni in patria, il fenomeno esiste e come tale deve essere affrontato. Non è però la repressione a risultare funzionale nel cercare di prevenire il radicalismo e la possibilità che si costituiscano cellule transnazionali nei Balcani. L’Europa pertanto non deve vedere i Balcani come una possibile minaccia, quanto più un partner con il quale deve cooperare in maniera sempre più stretta. La cooperazione, sia in materia di difesa e sicurezza che economica, deve essere favorire le politiche di integrazione nell’Unione Europea di questi Paesi, che al momento si trovano abbandonati a loro stessi dopo la firma degli accordi di stabilizzazione e associazione.

L’Islam balcanico in sé non è un pericolo per i confini attuali dell’Europa, ma lo è il connubio tra religione e criticità sociali, economiche e politiche. È necessario sottolineare la differenza tra Islam radicale e terrorismo islamico: l’Islam radicale prevede una visione ortodossa dell’insegnamento di Maometto, che è ben lontana dalla pratica del terrorismo. Questi non sono sempre direttamente correlati tra loro e la presenza di una comunità wahabita, seppur in declino, non è necessariamente indice di un pericolo per la penisola balcanica e l’Unione Europea. Spesso i Balcani non sono stati compresi dagli analisti e dai decision maker europei, rendendo la regione un grosso buco nero abbandonato a sé stessa. Certi passi in avanti devono provenire però dagli stessi Paesi, cercando di limitare le influenza degli imam radicali, migliorando i sistemi di intelligence e di anti-terrorismo.

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