L’intelligence nella veste di antiterrorismo riscatta Bruxelles

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(Photo by Christopher Furlong/Getty Images)

In Belgio non si è ancora tornati completamente alla normalità, il governo sembra non riuscire a trovare pace e, dopo aver pianto 32 morti per le stragi all’aeroporto internazionale e alla fermata della metropolitana di marzo, l’incubo sembra essere tornato.
Nonostante le innumerevoli e per la maggior parte infondate accuse mosse all’intelligence di Bruxelles sono proprio gli uomini dei servizi segreti ad aver evitato l’ennesima strage.

Nella notte tra venerdì e sabato, dodici persone sospettate di preparare un attentato “imminente” sono state fermate in una retata in 16 comuni di Bruxelles, i blitz sono continuati anche in Vallonia e nelle Fiandre. Secondo gli stessi media belgi, delle oltre quaranta persone finite agli arresti, solo tre sarebbero realmente accusati di terrorismo, una notizia che non rassicura i cittadini ma che almeno ridona credibilità ai servizi d’intelligence.
Degli uomini fermati nella maxi retata antiterrorismo, molti sono stati seguiti nei giorni scorsi dalla polizia belga perché continuavano ad aggirarsi in auto nel centro di Bruxelles, facendo particolare attenzione alla zona di Rogier, dove è stato installato un maxischermo che trasmette le partite della nazionale belga.
E quindi possibile ipotizzare che uno dei target individuati dai possibili terroristi fosse proprio il grande assembramento di persone che si stava riunendo per la partita Belgio-Irlanda di Euro 2016.
Come in passato non sono mancati momenti di grande tensione anche in Francia, già in stato di massima allerta per ospitare gli europei di calcio, per un pacco sospetto a Bordeaux, dove era in programma una delle partite.

I tre arrestati per terrorismo sono tutti cittadini belgi: Samir C., nato il 12 gennaio 1989; Moustapha B., nato il 14 marzo 1976 e Jawad B. nato il 3 marzo 1987 incriminati con l’accusa di aver progettato o aver collaborato alla realizzazione di un attentato e per affiliazione terroristica.
Tra i fermati, sembrerebbe esserci uno degli identificati come presunto complice degli attentatori che colpirono il 22 marzo scorso l’aeroporto Zaventem  e poi la metro.
L’uomo di 31 anni è anch’esso di nazionalità belga, lavorava dentro lo scalo ed era in possesso del badge che gli consentiva un accesso diretto alla pista e agli aerei.

Nonostante il livello di allerta in Belgio sia costantemente rimasto a livello 3 (su un massimo di 4) il lavoro nelle altre cancellerie Europee in termini di sicurezza è in continuo divenire.
I servizi di intelligence, parte sostanziale della Sicurezza Nazionale di uno Stato, chiamati in causa in questi mesi per il loro mal funzionamento, stanno cercando di elaborare un sistema capace di prevenire eventuali attacchi su territori europei.
Un compito arduo ma necessario visto e considerato la sempre crescente complessità degli scenari possibili aperta dai terroristi.
I soft target non sono tutti protetti da aliquote di polizia o guardie armate, la prevenzione è dunque l’unico modo per poter evitare altri morti ed ulteriore caos.
Nonostante i servizi segreti non siano strettamente deputati all’antiterrorismo, concorrono ugualmente alla sicurezza nazionale con la raccolta di informazione per la prevenzione di eventi che potrebbero ledere gli interessi della Nazione.

Un lavoro che spesso viene ignorato perché svolto nell’ombra e poco pubblicizzato per ragioni evidenti di riservatezza.

Molto spesso le uniche fonti che abbiamo per conoscere l’ambiente dell’intelligence sono i film e i romanzi che però risultano ben lontani dalla realtà. Il compito principale dei servizi segreti non è prendere decisioni ma piuttosto di creano uno “scenario di previsione” ed informare il decisore politico che, in virtù di un indirizzo strategico, decide le misure da adottare.

La coincidenza del sistema informativo con l’antiterrorismo consiste sostanzialmente nel fatto che tra i rischi principali ci siano le azioni di estremisti commutabili in atti di terrorismo di matrice jihadista. Sotto questo aspetto i servizi esteri ed interni si concentrano nel monitoraggio degli hot spot che concorrono all’aumento del terrorismo ed alle attività di sorveglianza di soggetti “pericolosi” in area nazionale.

Tutto questo si traduce in quello che abbiamo visto negli ultimi giorni in Belgio, sorveglianza capillare e conoscenza della rete di contatti informale sul territorio nazionale ed europeo ha aiutato l’intelligence a fornire elementi utili per indirizzare le oltre 52 perquisizioni che hanno portato ai tre arresti.

Bisogna dunque prendere atto che in un simile effetto sottoposto a “caos” non è possibile studiare uno schema di azione adeguato per cercare di creare un circuito di informazione che possa scattare per prevenire l’azione di stampo stragista.

Oggi i servizi stanno cercando di riscoprire il valore umano dietro un’operazione di intelligence soprattutto per la parte di lavorazione ed analisi delle informazioni acquisite. Le tecniche classiche come la ricerca della “fonte di informazione” ed il suo “mantenimento nel tempo” ha comportato l’aumento di tempo dell’esposizione al rischio, è sotto questo aspetto che i servizi di Bruxelles avevano probabilmente lasciato libero il ricercato numero uno in Europa, continuandolo a monitorare per cercare di ottenere quante più informazioni possibili.

Ai servizi Francesi e Belgi è mancato sostanzialmente il dialogo informativo e la condivisione tra i soggetti deputati alla sicurezza delle informazioni, oltre ad aver adottato, lato Strategia nazionale, delle politiche miopi nei confronti di soggetti ed etnie che potevano covare il batterio dell’estremismo sovversivo.

Alla luce dei fatti sopra esposti sembrerebbe che una funzione antiterrorismo non possa riguardare solo il lavoro dei servizi di intelligence ma deve coinvolgere una pluralità di soggetti che devono concorrere alla creazione di un’aria sicura stabile. Se da una parte i sistemi di intelligence stanno cercando di creare una metodologia per prevenire dei fatti che non seguono uno schema logico, la governance di uno Stato deve operare per cercare di orientare le politiche in funzione di prevenzione e della c.d. “cultural intelligence” ossia quella parte che disegna delle politiche incisive che concorrono all’integrazione di soggetti con un potenziale sovversivo nella società in funzione anti sovversiva.

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