“La fine del mondo”: lo Stato Islamico e la conquista dell’India

India

*articolo a cura di Annaclara Mezzopera, tirocinante presso Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence

I gruppi terroristici islamici chiamano “la fine del mondo” il progetto militare di conquista dell’India, uno Stato in cui vivono più di 160 milioni di musulmani nonostante la prevalenza religiosa induista. È grazie ad un documento segreto scritto in Urdu, trovato dall’American Media Institute e poi pubblicato online che si è scoperto il disegno terroristico contro il governo di Nuova Delhi. Il documento, scritto da un pakistano vicino allo Stato Islamico, mette in allerta anche i talebani di Al-Qaeda, avvisandoli che uno dei nuovi target per gli attentanti saranno indiani piuttosto che americani.

L’India, uno dei Paesi più popolati al mondo, raccoglie tante etnie, religioni, usi e culture differenti. Se lo Stato Islamico dovesse occuparla, il Paese si trasformerebbe in una bomba a orologeria a causa delle tensioni già presenti a livello politico, sociale e religioso. Inoltre, proprio perché l’India confina con molti altri Paesi che vertono in situazioni di drammatica tensione, una potenziale sua occupazione andrebbe a scatenare una reazione a catena. La vicinanza geografica con il Pakistan, vicino ad Al-Qaeda, o il Kashmir in preda alle continue tensioni politiche tra il governo di Nuova Delhi e Islamabad e la crescente corsa agli armamenti nucleari, sono tutti fattori concatenati che amplificano le preoccupazioni del mondo occidentale. Nonostante il pesante bagaglio di timori che le crescenti minacce dell’IS portano con sé, l’esercito indiano è uno dei migliori del continente sia per preparazione militare che per la politica d’impiego, soprattutto per quanto riguarda l’apparato difensivo.

Va sottolineata infatti l’esperienza che i militari indiani hanno sul campo, fattore che manca, di fatto, alle truppe dello Stato Islamico. Inoltre, negli ultimi anni, reduci delle continue lotte interne al paese, come ad Assam dove il fronte nazionale “democratico” di liberazione aveva recentemente ucciso più di 62 persone facenti parte di una tribù indiana, il governo indiano ha investito nella formazione dei militari. In particolare, per scongiurare un possibile attacco dei terroristi via mare, più facilmente raggiungibile rispetto ad un’operazione militare via terra, è stato rafforzato il controllo lungo le coste in via preventiva. Ciò che caratterizza le scelte militari indiane è la particolare attenzione ed esperienza nel difendere il territorio dalle minacce esterne, risultato delle vicende storiche degli ultimi decenni che hanno reso necessario spostarsi verso un’ottica difensiva piuttosto che di attacco.

L’esercito indiano è, dopo Stati Uniti, Russia e Cina, il quarto al mondo per potenza e tecnologia militare. Lo Stato Islamico, invece, conta 200.000 unità poco preparate, che fanno del terrore la loro arma più forte. È ben noto al mondo l’uso smisurato dei social media per diffondere il proprio credo militare, soprattutto grazie a Twitter e YouTube. Tali strumenti, congiuntamente all’uso obsoleto di opuscoli e locandine in Pakistan, sono il cuore della propaganda dello Stato Islamico. Le immagini delle loro barbarie, insieme ai video di reclutamento, sono state diffuse nella regione del Kashmir, infiammando ulteriormente gli animi. Lo stesso Hollande, in visita a Nuova Delhi lo scorso gennaio, ha sottolineato la necessità di investire in tecnologie e politiche di contenimento e controllo del web per limitare ed eliminare, se possibile, la presenza dell’IS nel mondo virtuale.

Insieme alla prevenzione militare, l’India ha lanciato una serie di politiche educative nel Paese per insegnare agli studenti come i gruppi terroristici tendano a distorcere le parole del Corano. In particolare, questo è l’obiettivo del corso specialistico “Islam e terrorismo” introdotto dalla Jamia Razviya Manazar-e-Islam, madrassa dell’Uttar Pradesh per responsabilizzare i giovani sul modo in cui i talebani e l’IS traggono in inganno la popolazione, traducendo erroneamente i testi del Corano. In questo senso, la lettura dei testi originali rappresenta la cura al malanno: comprendere rifacendosi al testo sacro senza farsi ingannare dalla mala interpretazione. Se all’inizio dell’anno la National Investigation Agency ha avviato un blitz a Bengaluru, Mangaluru e Tumkur, distretti del Karnataka, a sud del Paese vicino il Mare Arabico, arrestando alcuni giovani studenti sospettati di far parte dello Stato Islamico, rimane alta l’allerta nella capitale indiana dove ci si prepara a sventare potenziali minacce, soprattutto durante le festività nazionali. Grazie però al duro lavoro della NIA, nata nel 2008 come squadra specializzata nell’antiterrorismo che ha l’autorità di operare su tutto il territorio indiano senza bisogno di dover chiedere autorizzazioni ai singoli Stati dell’Unione Indiana, la sicurezza del paese risulta essere in buone mani.

È quindi necessario intraprendere, in materia di sicurezza regionale, una  task force internazionale che manca nell’intera area. La comunità internazionale dovrebbe, piuttosto che avviare politiche di contrattacco, prevenire le minacce, avvalendosi di accordi di cooperazione transfrontaliera militare tra più stati, mettendo in comune le proprie abilità e le proprie conoscenze con un unico obiettivo: sconfiggere lo Stato Islamico. Di fatto, ciò che sta accadendo ora in India è una forte mobilitazione militare per rispondere al terrore psicologico dell’IS, come del resto si sta verificando in tante altre zone del mondo in pericolo. L’esperienza militare indiana e l’aiuto delle altre potenze come gli Stati Uniti, Cina e Russia, sono sicuramente necessari per la lotta contro il terrorismo, ma ciò che serve è una politica di distensione nell’intera area che aiuterebbe nella gestione delle problematicità.

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