Le economie del narcotraffico

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*articolo a cura di Lorenzo Mazzone, tirocinante presso Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence

Il commercio illegale di stupefacenti, insieme al traffico di esseri umani, di merci contraffatte e di animali selvatici è uno di quegli aspetti negativi che unisce indissolubilmente la maggior parte delle economie emergenti. Illegalità diffuse ed episodi delittuosi perpetrati da organizzazioni criminali operanti a livello internazionale si registrano sia nel Sud-America che nel Sud-est asiatico: da una stima recente risulta infatti che i guadagni ricavati dai traffici illegali condotti assiduamente nell’area del Triangolo d’oro asiatico abbiano raggiunto la somma di cento miliardi di dollari all’anno, cifra che supera nettamente il prodotto interno lordo complessivo di Laos, Cambogia e Birmania. Del resto questi Stati come gli altri del Sud-est asiatico vedono svilupparsi al loro interno questo tipo di attività criminale grazie a quei fattori dinamici e allo snellimento delle procedure amministrative che sono alla base della loro stessa crescita economica e da cui derivano sia semplificazioni in termini di scambi commerciali che controlli più attenuati alle dogane, non solo per i Paesi membri dell’ASEAN. Per quanto riguarda le realtà latino americane il sistema dei traffici illegali, soprattutto il narcotraffico, sembra costituire per alcuni Stati una economia parallela e concorrente a quella statale. È questo il caso del Messico, Paese dove il traffico di sostanze stupefacenti risale già al primo decennio del XX secolo, quando la vendita di oppiacei e cocaina veniva bloccata dal governo statunitense grazie all’Harrison Narcotics Act. Ora che a partire dal XXI secolo i suoi alti tassi di crescita la fanno rientrare tra le economie emergenti, lo scenario prodotto dal traffico illegale di stupefacenti ha visto inasprirsi la lotta al crimine da parte dello Stato, con numerosi assalti e blitz portati a termine dalle forze militari governative in particolare dal 2006, quando le autorità messicane dichiararono una vera e propria guerra ai membri delle varie organizzazioni criminali. Tra queste sono ormai noti i cartelli messicani di maggiore truculenza ed efferatezza, come i Los Zetas o il Cartello dello Stato Federale di Sinaloa, operante nella costa occidentale del Paese, organizzazioni criminose che tengono testa per il loro radicamento e capillarità nel territorio alle capacità logistiche dello stesso governo di Città del Messico in uno scontro che ha reso consueti scenari di guerriglia e a tratti di guerra civile. In questo contesto si mette in evidenza la recente notizia dell’arresto, nello scorso gennaio, di Joaquin Guizman Loera conosciuto come El Chapo, uno dei più temuti boss del narcotraffico nonché figura al vertice del Cartello di Sinaloa. Quella che sembra la definitiva cattura di El Chapo, la terza dato che il personaggio riuscì a scappare la prima volta nel 2001 e poi una seconda l’11 luglio del 2015 attraverso un tunnel di un chilometro e mezzo, in una fuga dalle tinte “holliwoodiane” dal carcere di massima sicurezza di El Altopiano, ha probabilmente contribuito alla battuta di arresto che si è registrata negli introiti che derivano dal traffico di stupefacenti, che normalmente in Messico si aggirano tra i 19 e i 29 miliardi di dollari l’anno. Ma quella che appare come la radice più profonda del muro con cui si deve scontrare la lotta al narcotraffico in Messico risulta essere la vastità del commercio della droga e la dimensione globale del traffico che i cartelli operanti gestiscono, al momento i maggiori distributori di cocaina al mondo con una rete di traffici che li vede partecipi in scambi con organizzazioni criminali a livello internazionale. I corrieri della droga hanno assunto nel corso dell’ultimo decennio un’importanza, sia dal punto di vista economico che in numero di membri attivi, molto più grande rispetto agli stessi produttori, provenienti per la maggior parte dalla Colombia, riuscendo in breve tempo a spostare l’asse dell’economia della droga da quest’ultimo Paese al Messico stesso. Le carceri messicane inoltre risultano essere un bacino completamente sotto il controllo dei cartelli, in quanto essi, attraverso la corruzione, di fatto alimentano il malfunzionamento del sistema penitenziario messicano e l’efficienza dei funzionari con più di qualche complicità nell’evasione dei membri di spicco incarcerati. L’elevato tasso di corruzione in tutte le forze dell’ordine è sicuramente un altro dei fattori che contribuiscono a generare malcontento fra la popolazione messicana, che non vede nelle autorità governative e nei suoi uomini una garanzia in termini di protezione; merce che si trova a molto buon mercato, soprattutto tra le fasce più giovani, nello strettissimo contatto con le attività criminali svolte dai cartelli.

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