L’Europa reggerà alla prova Brexit?

Brexit

*di Denise Serangelo ed Edoardo Corradi

Con il termine Brexit si indica l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, una situazione che sembrava del tutto assurda fino a poco tempo fa ma che con l’avvicinarsi del voto referendario previsto per il 23 giugno sembra dietro l’angolo. Un’eventuale voto positivo, incarnerebbe l’incubo per molti sostenitori del sogno europeo, ed andrebbe a sancire definitivamente la chiusura dell’Isola di Sua Maestà verso un’istituzione mai apertamente amata e mai completamente odiata. Gli inglesi si sono sempre mantenuti neutrali, in quella zona di grigiore politico che serve in modo provvidenziale a vedere dove soffia il vento favorevole per orientare le decisioni di Sua Maestà. Nonostante il poco e controverso sentimento verso l’UE non è così facile come sembra riuscire ad uscire indenni da un cambiamento come quello in previsione con il voto del 23 giungo. La Gran Bretagna, euro o non euro, è comunque uno Stato importante in Europa, e non solo, e, d’altro canto, far parte dell’UE ha permesso alla Gran Bretagna di non rimanere isolata rispetto decisioni importanti in materia di economia e geopolitica.

Come di consuetudine per i voti referendari due sono i possibili scenari che si prospettano per il futuro post votazione. Nel primo caso, quello in cui a vincere sarà il leave, la Gran Bretagna intraprenderà quel percorso istituzionale per staccarsi completamente dalle decisioni europee uscendo dalla sua sfera d’influenza. Le regole comunitarie forniscono solo in parte le risposte di cui il Regno Unito ha bisogno in questo momento per analizzare in modo certo il percorso da intraprendere per uscire dall’eurozona. È la prima volta che un Paese decide di abbandonare l’Unione e si tratterà di collaudare la cosiddetta “clausola di recesso” prevista dall’articolo 50 del Trattato sull’Unione Europea (TUE). Il premier Cameron, in caso prevalga il leave, dovrà notificarlo al Consiglio europeo, composto da Capi di Stato e di governo dell’UE. A differenza di quanto prospettato da molti, sarà un percorso molto articolato e complesso quello intrapreso dalla Gran Bretagna che porterà ad un divorzio istituzionale che dal momento della richiesta formale fino all’ufficializzazione farà passare almeno due anni. Dopo questo termine il recesso può scattare automaticamente ma il Consiglio Ue potrà chiedere una proroga: i tempi, dunque, potrebbero arrivare a sfiorare i cinque anni. La tempistica della richiesta di recesso dipenderà dall’esito del referendum e dai suoi riflessi sulla politica interna inglese. Scegliendo di abbandonare l’Unione la Gran Bretagna diventerà infatti un nuovo attore sullo scenario internazionale che dovrà dotarsi in autonomia di quei rapporti bilaterali che prima venivano gestiti dall’Unione; prima di questo, tuttavia, il paese dovrà necessariamente ridefinire i suoi rapporti con l’UE stessa. La trattativa si svolgerà secondo le regole previste dall’articolo 218 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE). Sul possibile accordo che potrà essere siglato tra Londra ed il Consiglio europeo, per ora si possono fare solo ipotesi tenendo in considerazione gli interessi di entrambe le parti. È molto più probabile che piuttosto che seguire la normale prassi suggerita dal Trattato, Londra voglia stipulare accordi ad hoc sui singoli temi chiamati in causa: una situazione molto simile a quella che già si è verificata in questi anni. La negoziazione di un accordo su misura continuerebbe a garantire alla Gran Bretagna di essere soggetta a tutti i diritti e doveri della UE. I Trattati cesseranno invece di essere applicati a decorrere dalla data di entrata in vigore dell’accordo di recesso che dovrà essere approvato dal Consiglio europeo a maggioranza qualificata e dal Parlamento europeo.

Come anticipato prima sono due i possibili scenari, finora abbiamo visto l’iter da intraprendere se dovesse vincere il “leave” al quesito referendario, ma quale sarebbe il futuro in caso di “remain”. L’iter da seguire sarebbe decisamene meno tortuoso ma le incognite rimangono comunque diverse. Londra, che molte volte si è chiamata fuori da alcuni progetti europei, esercitando il cosiddetto «opt-out», lo scorso 19 febbraio ha ottenuto una sorta di statuto speciale. Nell’accordo siglato con i leader dei 27 è scritto nero su bianco che il principio di «Unione sempre più stretta» non si applicherà più a Londra, che a sua volta non opporrà il veto a una maggiore integrazione dell’area euro. Tutto questo tenderà a trasformarsi in nuove misure economiche e politiche che dovranno tenere necessariamente in considerazione delle oscillazioni del mercato azionario e non sulla realtà britannica.

Quello che maggiormente spaventano gli investitori e gli stessi economisti è proprio la scarsissima chiarezza su quali siano gli effetti di un’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Se al referendum vedesse prevalere il fronte “leave”, l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea potrebbe avere numerose e soprattutto onerose conseguenze economiche. L’uscita del Regno Unito permetterebbe la cancellazione delle spese versate all’UE, quelle di cui molto si discute anche in Italia, per ottemperare alla crescita del budget europeo con cui si finanziano i progetti comunitari. Tuttavia la conquista dello 0,5% del Pil, che è l’equivalente in percentuale dei versamenti all’Europa, sarebbe fortemente scompensato dalle ingenti perdite economiche dovute dalla Brexit che variano dal ritiro di molti investimenti finanziari alla perdita di punti importanti per il PIL.
Si stima che il settore finanziario perderebbe un 5% netto: una prospettiva decisamente più grave si disegna nel caso in cui molti degli istituti finanziari con base a Londra decidessero di spostare le loro sedi nelle capitali finanziarie dell’Eurozona. Non sarebbe un pensiero del tutto folle: se la Gran Bretagna dovesse uscire dall’influenza politica ed economica dell’UE sarà costretta a trattare anche con azioni di questo tipo che hanno indubbie ricadute economiche e soprattutto d’immagine. Secondo uno studio della Bertelsmann Stiftung in collaborazione con l’Ifo Institute di Monaco, la Brexit potrebbe costare ai contribuenti inglesi circa 313 miliardi di Euro con il Pil in contrazione del 14% nell’arco di 12 anni.

Non è un mistero che molti paesi dell’UE abbiano già in serbo diverse tecniche con cui “vendicarsi” della collega britannica: il primo potrebbe essere il regolamentare in maniera più stringente gli scambi con il Regno Unito. Una mossa del genere influenzerebbe diversi settori dell’economia inglese e per ognuno di loro avrebbe effetti più o meno pesanti. Il settore chimico è quello che subirebbe le perdite più alte a seguire i settori dell’automobile, meccanico e dell’ingegneria perché sono ormai troppo radicati nelle economie europee per poter risorgere in autonomia dalle ceneri della Brexit.

È interessante analizzare come anche l’Unione Europea venga influenzata da una possibile vittoria del leave. Il Regno Unito entrò formalmente nell’allora Comunità Economica Europea nel 1973 ma i negoziati per la sua adesione non furono semplici, tanto che la Francia di De Gaulle nel 1963 impose il veto sull’ingresso della Gran Bretagna, dell’Irlanda e della Svezia. I problemi principali ravvisati dalla CEE risiedevano nella questione EURATOM e nella PAC, la Politica Agricola Comune. Se da un lato la Francia era restia all’ingresso britannico nella CEE a causa delle facilitazioni concesse da Bruxelles in materia agricola e nell’ambito della ricerca nucleare, gli altri Paesi membri vedevano con favore l’ingresso britannico, utile anche a erodere la leadership franco-tedesca sull’Europa. Una leadership che si è mantenuta nell’arco dei decenni e che potrebbe rafforzarsi negli anni a seguire. Il ruolo della Gran Bretagna è importante anche in seno alle votazioni del Consiglio dell’Unione Europea. La maggior parte delle votazioni del Consiglio avviene secondo la modalità della cosiddetta “doppia maggioranza qualificata”. Una proposta può essere approvata dal Consiglio se il 55% dei membri vota a favore e, contestualmente, gli Stati membri a favore rappresentano il 65% della popolazione europea. Il Regno Unito, che è il terzo Stato dell’UE per popolazione, ha quindi un importante peso nell’ambito delle votazioni, sia che esse approvate o rigettate.

Se la Gran Bretagna è pronta davvero ad affrontare tutto questo oppure il referendum risulterà solo una pericolosa manovra per spaventare gli euroscettici non ci è dato sapere. Quel che possiamo dire con certezza è che il 23 giugno sarà una data simbolo che verrà ricordata o per l’enorme sollievo o per l’inizio del più grane degli incubi.

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